GERUSALEMME - Benjamin Netaniahu, che si prepara a incontrare Yasser Arafat alla Casa Bianca per salvare la pace, almeno un miracolo lo ha compiuto.
Anzi, più di un miracolo. Perché da una parte è riuscito a farsi attaccare persino dagli editorialisti di un giornale israeliano ultra-conservatore che lo aveva apertamente sostenuto, il «Jerusalem Post». Dall'altra, perché ha neutralizzato le profonde differenze tra gli arabi, contribuendo a smantellare lo steccato fra moderati e radicali. Non solo. Ha riavvicinato leader che si odiavano da una vita. Ha gelato i Paesi del Golfo, che prudentemente si preparavano a normalizzare le relazioni con Israele. Con il suo atteggiamento intransigente, ha allontanato da sé anche gli Stati che considerava più vicini, come la Giordania e l'Egitto.
I capi arabi erano tornati ad abbracciarsi al Cairo, durante un vertice, convocato in giugno, proprio per discutere l'elezione di Netaniahu e i rischi che comportava. La nuova amicizia tra fratelli si è rinsaldata all'inizio di settembre, per difendere l'ex nemico Saddam, colpito dai bombardamenti americani. Però mai, come in questi ultimi giorni, gli arabi sono apparsi così uniti e solidali. Arafat, che il siriano Assad e lo stesso re Hussein non sopportano, è diventato una bandiera a Damasco, ad Amman, e persino a Riad. L'Arabia Saudita, che con l'Olp ha ancora dei conti in sospeso dai tempi della guerra del Golfo, si è schierata apertamente con chi difende i luoghi santi musulmani da quella che è stata definita «la brutale aggressione sionista».
Re Hussein, che ha la tutela sulle moschee di Gerusalemme, l'altro giorno aveva inviato persino il suo elicottero, per portare ad Amman uno dei collaboratori di Netaniahu, e convincerlo che l'apertura del tunnel era un tragico errore. Niente da fare. E allora anche uno dei politici più realisti della regione, il principe Hassan, fratello del sovrano, è stato costretto a cancellare la sua visita ufficiale in Israele.
Durante una manifestazione per le strade della capitale giordana, un migliaio di studenti ha gridato slogan minacciosi contro Bibi, e bruciato le bandiere con la stella di David. Tra gli studenti, numerosi estremisti islamici ma anche ragazzi laici. In altri momenti, Hussein non l'avrebbe tollerato.
Ma nell'ultima settimana, le bordate più dure e insultanti contro Netaniahu e il suo governo sono venute dal Cairo, attraversato da un fervore anti-israeliano che pareva dimenticato. Ha cominciato «Al Ahram», con un velenoso editoriale: «Tavolo delle trattative? Netaniahu, piuttosto, ha bisogno di uno psichiatra». Suggerimento fatto proprio dal vice ministro degli Esteri Adel Al Shafti, mentre un altro diplomatico, Fati Shasli, accusava il governo di Gerusalemme d'essere «composto da dilettanti».
Dichiarazioni che hanno anticipato l'intervento del ministro degli Esteri Amr Moussa, che ha messo addirittura in discussione gli accordi bilaterali tra i due Paesi, «collegandoli alla ripresa delle trattative attorno a tutti i tavoli del processo di pace». Non era mai accaduto che il primo Paese arabo ad aver fatto la pace con Israele si spingesse fino a scalfire un dogma: cioè gli accordi di Camp David.
Per dimostrare, anche nei fatti, come il clima sia cambiato, vi è stato l'intervento del ministro della Difesa Hussein Tantaoui. Il quale ha annunciato l'avvio di Badr '96, cioè delle «più imponenti manovre militari nella storia dell'Egitto: necessarie per fronteggiare il pericolo di un possibile attacco israeliano con armi non convenzionali».
Il presidente Mubarak, che Netaniahu corteggiava subito dopo la sua elezione, è diventato improvvisamente non così affidabile. All'ipotesi di un incontro con Arafat al Cairo, patrocinato dal leader egiziano, Bibi ha detto di no.
Il siriano Assad ha reagito a modo suo. Perduta la storica occasione di arrivare a un accordo, con Rabin prima e con Peres poi, basato sulla restituzione delle alture del Golan, ha detto che l'instabilità nella regione può condurre «a quella che possiamo chiamare la guerra di tutte le guerre». Il presidente ha lanciato i suoi segnali durante un'inattesa intervista televisiva alla Cnn, senza aver l'aria di uno che ha perso la pazienza.
Per Assad non vi era soltanto l'urgenza di ammonire Netaniahu, ma di dimostrare che le sue condizioni di salute sono buone. Ad allarmare mezzo mondo era stata una dichiarazione del ministro degli Esteri turco Tansu Ciller che, a New York, in margine all'Assemblea generale dell'Onu, aveva rivelato che il leader siriano ha ormai poco da vivere.
Incorniciato da un arco in pietra grezza il muro trasuda umido, il viscido strato che lo ricopre impasta alghe blu e verdi coi bigliettini delle suppliche e le lacrime di una ragazza che prega. E' giovane, bionda, decisamente bella, vestita in un "casual" molto anglosassone. Chissà da dove è arrivata per calarsi a quaranta metri sottoterra, chiudere gli occhi e poggiare una mano su questa parete, mentre le labbra sillabano chissà quale implorazione.
"La tradizione - ci spiega un ''hareddin'', un ebreo ortodosso - vuole che dietro questa parete sia la Pietra Angolare su cui venne edificato il Tempio, quella su cui Abramo stava per sacrificare Isacco, quella su cui furono posate le Tavole della Legge...".
Benvenuti nei sotterranei della ragione, alle fondamenta del radicalismo religioso, nel punto più profondo del sotterraneo che pretende di rafforzare le radici di una fede squarciando quelle delle altre. Gli israeliani hanno appena riaperto il tunnel della discordia e dell'odio. Seguite questa visita, ne vale la pena.
Alle dieci in punto, come da programma, sulla spianata del Muro i poliziotti piazzano transenne, allontanano la folla e fanno aprire il cancello su cui campeggia la scritta "Western Wall Heritage".
La collocazione non è felicissima, subito prima ci sono le porte delle "toilettes". Approfittando della Festa delle Capanne, il governo avrebbe potuto prendere tempo, raffreddare la situazione prima di riaprire gli scavi delo scandalo. Ma non è accaduto: Israele va per la sua strada, senza tentennamenti.
Al di là dello sbarramento un israeliano indica in alto la moschea di Al Aqsa e grida ad una tv francese: "Cosa fareste se gli arabi piantassero una moschea sulla cattedrale di Notre Dame? Noi distruggeremo quella puttana di moschea. E voi, andatevene, non vi vogliamo: sono i giornalisti che pagano gli arabi per fare spettacolo e reggere il loro sporco gioco".
Ecco, la prima impressione è che all'imbocco del tunnel delle Mura Occidentali non si respiri aria mistica ma un miasmo avvelenato. E' troppo politica, troppo provocatoria questa riapertura, le radici della fede troppo protette da cordoni di polizia perché l'immersione possa risultare toccante.
Ma coraggio, si va: cinque alla volta, divieto di interviste e non più di venti minuti per compiere il percorso. Haim Levik, 36 anni e lunga palandrana nera, si assicurerà che l'incursore pagano non disturbi i fedeli.
La prima parte del percorso è levigata, illuminata da luci indirette, zeppa di cartelli trasparenti che in "hebru" ed in inglese spiegano dove ci si trova. Questa è la grotta della preghiera, adesso zeppa di fedeli. Siamo sull'antico tracciato della strada che ai tempi di Ayubbid dei Mamluk (tredicesimo, quattordicesimo secolo) univa il quartiere ebraico alla "Cava", antichissima sinagoga collocata a ridosso delle macerie del Tempio.
Il percorso è in lenta, ma costante discesa. "Adesso siamo a undici metri sotto l'attuale livello del suolo", spiega compunto Haim Levik. Racconta come il giorno successivo alla conquista di Gerusalemme Est (11 giugno 1967) il rabbino capo dell'Armata, Gav Goren, che era anche archeologo, decise di iniziare lo scavo atteso per duemila anni.
"Cominciammo subito, com'era nostro diritto. E pochi mesi dopo, anche gli arabi iniziarono gli scavi col pretesto delle ricerche archeologiche...".
Perché "pretesto"? Non facevano quel che facevate voi?
"Loro però nelle fondamenta del Tempio non avevano nulla da cercare. La loro superstizione, è vero, vuole che anche Maometto per salire al cielo, montò prima sulla Pietra Angolare, ma in realtà scavavano solo per ostacolare noi. Proprio qui, al di là di questi muro: ed hanno continuato a farlo fino a pochi mesi fa". Non si limitavano a scavare: tentarono anche di costruire un muro che bloccasse la penetrazione degli abrei. Anche quel muro è stato sbriciolato con le residue speranze di pace.
La "Cava" corrisponde a quella che oggi sembra un'ampia grotta. Poi il sentiero continua a scendere, si restringe, si avvita fino ad allargarsi in una sorta di tabernacolo. A sinistra, quattro torce spargono una luce incerta, sulla destra c'è il muro umido e zeppo di bigliettini infilati negli interstizi che, come Levik sottolinea, "rappresenta il luogo più sacro per gli ebrei".
Chissà, forse davvero dietro queste fondazioni c'è l'Arca dell'Alleanza. Solo che da questa parte non c'è l'ombra di un Indiana Jones ma soltanto la somma di un lavoro ostinato, programmato, implacabile.
Man mano che la discesa è proseguiva gli strati delle fondazioni si sono rivelati più scuri, e adesso il peso della fede sembra incombere con la consistenza e le dimensioni di un gigantesco macigno.
Ma spiegaci allora, saggio Levik, perché non vi siete fermati qui. Come mai se questo era il centro delle vostre ricerche, questo l'obiettivo sacrale, siete poi andati avanti per duecento metri, aprendo un'uscita dalla parte opposta...
"Solo per un fatto tecnico. Vedi com'è stretta questa galleria? Prima i visitatori dovevano entrare cinque alla volta, e tornare indietro dopo mezz'ora. Neanche il tempo per un'autentica preghiera. Adesso scorrono fino all'uscita della Via Dolorosa".
Ma con un tempo-limite di venti minuti: che senso ha?
"Ripeto: solo una questione tecnica, un modo per rendere più agibili e vicini i nostri luoghi sacri, la nostra storia".
Ed una "questione tecnica" può valere 78 morti?
"Quello non è dipeso da noi, ma dal terrorismo arabo. E se si cominciano a fare concessioni al terrorismo, è finita. In termini di fede non sono concepibili cedimenti".
Lo scambio d'idee deve interrompersi. Bisogna appiattirsi come sogliole sulle pareti perché un reparto della polizia con armi, caschi e bastoni interrompe l'atmosfera di raccoglimento. Attraversano in fretta la "galleria sacra" senza degnare i fedeli di uno sguardo. Anzi, le sole espressioni di rimprovero paiono rivolte a Levik, così inutilmente impegnato nell'esaudire le insane curiosità di un "goym".
C'è un'altra cosa da dire. Che a partire dal sacro luogo della Pietra Angolare, la galleria continua fra tralicci di ferro e scale improvvisate, rocce squarciate in fretta e improbabili ponteggi, come se l'ultima parte dello scavo fosse stata condotta in improvvisa accelerazione.
L'ultimo tratto, quello che ha scatenato la reazione musulmana, si allontana dalle fondamenta del Tempio, le trascura quasi, si avventura lungo un percorso che dall'interno è difficile decifrare ma sembra tracciato da un ragno impazzito.
Qui non esistono più cartelli bilingui, né indicazioni, né si prevedono soste dinanzi alle pietre degli antenati. Tutto sembra impennarsi, dirigersi frettoloso verso l'alto, come se il peso di quei sacri massi imponesse un sollievo, una dantesca rincorsa verso stelle momentaneamente sostituite dal cielo color cobalto di una Gerusalemme ancora estiva.
Arrampicatisi lungo l'ultima ripida scala, bisogna passare attraverso una porta girevole fatta a sbarre, che ad ogni quarto di giro emette un gemito elettronico, come in un censimento dei sopravvissuti.
Fuori, nella strettoia della Via Dolorosa, non c'è spazio neanche per un respiro. L'assurda foresta di telecamere e microfoni, mitra, bastoni e obiettivi preme sull'uscita per immortalare le espressioni stravolte di fedeli vinti dal misticismo, poliziotti fiaccati dai giubbetti pesanti, giornalisti annientati dalla retorica.
Giuseppe Zaccaria
GERUSALEMME - Rapporti tesi tra Benjamin Netaniahu e i responsabili della difesa israeliani. Lo accusano di venire metodicamente ignorati, di non essere stati consultati neppure per una scelta tanto cruciale quale quella di aprire l'antico tunnel asmoneo a Gerusalemme, che mercoledì scorso generò la scintilla delle rivolte palestinesi. E il premier lascia capire di non fidarsi dei loro giudizi. Li considera troppo allineati con la politica del processo di pace dell'ex governo laburista.
Una situazione che non facilita la lotta alle sommosse palestinesi. Ieri in tutti i territori occupati era tornata una calma carica di tensione. Pochi tiri di pietre hanno accompagnato la riapertura al pubblico del tunnel. Oltre 500 arabi cristiani guidati dal patriarca latino hanno manifestato lungo la Via Dolorosa.
Le voci diffuse nelle ultime ore circa le dimissioni imminenti del capo di stato maggiore, Amnon Shahak, sono state subito smentite dal ministero della Difesa. Ma testimoniano il malessere serpeggiante nell'esercito. Un malessere che viene da lontano e ripropone l'ostilità storica tra i massimi organismi dello Stato, fondati e cresciuti dai governi laburisti sin dal 1948, e i partiti della destra. «I nostri pareri erano contrari all'apertura del tunnel. E come mai non siamo stati avvisati in anticipo?», avrebbe confidato risentito Shahak. Lo stesso vale per Ami Ayalon, il carismatico capo dello «Shin Bet» (il servizio di sicurezza interno), che venerdì pomeriggio non ha nascosto il suo dissenso alla conferenza stampa con il premier. Mentre Netaniahu rovesciava l'intera colpa degli scontri sulle spalle di Arafat, Ayalon si dilungava con fare freddo e calcolato nello spiegare le ragioni del malcontento palestinese. «Arafat è costretto a fronteggiare la delusione per quello che la sua gente percepisce come il blocco del processo di pace per causa israeliana. Cresce la crisi economica e con essa l'influenza politica dei gruppi più radicali. Eppoi c'è la questione della valenza simbolica di Gerusalemme. Il vaso era già colmo, la coniugazione di religione e politica avvenuta con l'apertura del tunnel ha condotto all'esplosione».
Un vero atto d'accusa contro il premier. E ciò poiché da oltre due mesi lo Shin Bet lancia segnali preoccupati: «Attenzione, se il negoziato di pace non va avanti, Arafat chiamerà alle sollevazioni di piazza». Una preoccupazione cresciuta ai primi di agosto, quando Netaniahu si impuntò nel procrastinare il summit con il leader palestinese e le trattative sul ritiro israeliano dalla città di Hebron. Poi diventata allarme rosso il 29 e 30 agosto. Allora l'annuncio della costruzione di 2.000 appartamenti tra le colonie ebraiche nei territori occupati e la distruzione di alcune abitazioni palestinesi a Gerusalemme Est spinse Arafat a indire lo sciopero generale. L'iniziativa andò male, la mobilitazione fu irrisoria. Ma Ayalon scrisse un rapporto urgentissimo: siamo sull'orlo del precipizio. E' in quei giorni che, secondo la stampa israeliana, Netaniahu chiede un parere sul tunnel. Il responso dello Shin Bet, condiviso da Shahak, non lascia dubbi: non è il momento adatto, se proprio si vuole aprire il tunnel occorre contemporaneamente evacuare Hebron. Lo legge anche il presidente Ezer Weizman, capisce subito la gravità della situazione e si dice pronto a vedere lui stesso Arafat se non lo farà il primo ministro. Questi punta i piedi, ma il 4 settembre acconsente infine ad andare al summit.
«E' Netaniahu il vero responsabile della tensione. Ignora metodicamente i consigli dei militari», scrive allora Ze'ev Shiff, il commentatore dello «Ha'arez» che da molti anni riporta gli umori dell'esercito. Il popolare «Yediot Aharonot» nell'editoriale del 28 agosto è ancora più netto: «Il nostro premier rischia di fare la fine di Golda Meir, la quale nel 1973 non capì i segnali di guerra provenienti dal mondo arabo e fu colta totalmente di sorpresa». Ovvia la frustrazione tra i massimi responsabili della Difesa.
Ma Netaniahu li tiene distanti, non si fida. Molti di loro furono al cuore dei negoziati di pace voluti dai laburisti. Shahak fu braccio destro dell'ex premier Rabin nell'ideare l'Autonomia. Ayalon ha tessuto i legami con gli 007 palestinesi. Il generale Uzi Dayan, che oggi ha il compito di sedare le rivolte in Cisgiordania, negoziò il dispiegamento della polizia palestinese con Ashem Abdel Razak, consigliere militare di Arafat. Sino al momento della sconfitta laburista, alle elezioni del 29 maggio, il suo massimo obbiettivo era assicurare i buoni rapporti tra i suoi soldati e gli agenti palestinesi. I coloni ebrei lo chiamavano «piccolo servo dei laburisti», fu minacciato di morte. Adesso Netaniahu gli ha ordinato di privilegiare le relazioni con i coloni. Ma la diffidenza è dura a morire. E la sua abitazione resta presidiata contro l'eventualità di attentati.
«Un ebreo si rese conto un giorno di essersi creato la fama di stolto fra i suoi vicini. Si sforzò di fare cose molto intelligenti, ma invano. I vicini lo ritenevano ancora uno stolto.
«Un giorno si imbattè in un versetto dei Salmi secondo cui "Il Signore protegge gli sciocchi". "Ecco - disse fra sé e sé - io ora mi butto dal tetto. Se non mi succede niente, significa che avevano ragione i miei vicini e che io sono davvero uno stolto, protetto appunto dal Signore. Ma se mi ferirò, anche in modo lievissimo, allora sarà un segno che loro sbagliano di grosso e che io non sono affatto sciocco".
«L'uomo salì sul tetto, saltò e si sfracellò. Gli rimase solo un occhio per guardare le sue ossa rotte sparse intorno a sé e la bocca per mormorare alla moglie: "Sarah, per tutta la vita sono stato convinto che io avevo ragione e i nostri vicini torto. Ma solo adesso mi rendo conto in che misura ero saggio. Nemmeno io me ne ero reso conto"».
Resta un dubbio: che Netaniahu possa cogliere l'umorismo della storiella. Oltre a essere noto per la sua mancanza di spirito, il premier israeliano, educato negli Stati Uniti, si è prodotto di recente di fronte ai giornalisti in un paio di svarioni quando ha tentato di fare delle battute in ebraico.