Con questo comunicato, Joaquin Navarro, il portavoce della Santa Sede, ha confermato la data di ingresso in ospedale di Papa Giovanni Paolo II.
Il Pontefice dovrebbe essere sottoposto a un intervento chirurgico per l'asportazione dell'appendice infiammata.
ROMA - Il pomeriggio o al più tardi la sera di dopodomani Giovanni Paolo II tornerà al policlinico Gemelli per il suo sesto intervento. Il ricovero non ha nulla di segreto. E molto probabile che il Papa entrerà dall'ingresso principale, come un paziente comune. Strette alcune mani, impartita una benedizione, attraverserà l'atrio e imboccherà un corridoio situato sulla destra. Poi, dopo pochi passi, girerà a sinistra per prendere l'ascensore (un ascensore che in quei giorni verrà utilizzato solo per lui e il suo seguito) che lo condurrà fino al decimo piano, reparto solventi uno, dove si trova l'appartamento pontificio. E quello a cui si accede attraverso una porta a vetri scuri blindata, illuminato da sei finestre che si affacciano sul cortile centrale dell'ospedale.
Fin qui, tutto prevedibile. Meno chiaro continua a essere invece il motivo che ha obbligato il capo della Chiesa a ricorrere ancora una volta alle cure dei medici. La diagnosi ufficiale è «appendicectomia». E a pochi giorni dall'operazione, programmata presumibilmente tra lunedì sera e martedì mattina, ne dà la riconferma senza lasciare spazio a ipotesi più gravi che circolano con sempre maggiore insistenza (recidiva del tumore tolto nel '92? metastasi?) il professor Giorgio Ribotta, il chirurgo del policlinico Umberto I che ha partecipato al consulto di specialisti durante il quale fu deciso il ricovero. «Giovanni Paolo II subirà un intervento semplice, di poco conto anche come durata - ripete lo specialista -. Nelle ore che precederanno l'intervento non dovrà sottoporsi ad esami particolari. Dovrà mantenere una dieta, questo sì».
Ribotta esclude però che l'intervento verrà compiuto in laparoscopia, tecnica mininvasiva che consiste nell'introdurre gli strumenti attraverso un forellino praticato nell'addome: «Questa soluzione non è mai stata considerata né da me né da altri, non esiste nessun tipo di indicazione. Il Santo Padre è reduce da altri interventi all'addome, quindi ha delle aderenze che, se non la impediscono del tutto, renderebbero difficoltosa la laparoscopia». Dunque è certo che si procederà per vie normali, in laparotomia, effettuando un taglio.
Ma la diagnosi ufficiale diffusa dal Vaticano e controfirmata da un'équipe di specialisti il 13 settembre scorso (oltre all'archiatra Renato Buzzonetti e a Ribotta, il chirurgo del Gemelli Francesco Crucitti e i radiologi Marano e Colagrande) non convince tanti addetti ai lavori che stanno seguendo dall'esterno le tribolazioni di Wojtyla e che ne hanno analizzato i particolari sulla base della loro esperienza.
Trattandosi del pontefice, e non di un malato qualsiasi, nessuno ha il coraggio di azzardare dichiarazioni discordanti dalla tesi della Santa Sede. A taccuini chiusi, però, tutti disegnano una realtà molto più allarmante di quella che oltretevere vorrebbero far credere. Parlano di «diagnosi di comodo», e richiamano l'attenzione su alcuni elementi. Primo: è inverosimile che un'appendicectomia venga programmata per una persona anziana che soffre di appendicite cronica. In genere in questi casi non si opera, a meno che non si tratti di un episodio acuto. Secondo: è più logico immaginare che l'operazione sia da ricollegare a quella del luglio di quattro anni fa, quando Giovanni Paolo II subì l'asportazione di un polipo. Si parla di «recidiva tumorale» o addirittura di metastasi epatiche. A queste voci il portavoce vaticano Joaquim Navarro replica secco: «Non hanno nessun fondamento».
Secondo indiscrezioni il Papa, dopo il ricovero di domenica, verrà sottoposto lunedì a radiografia e Tac. Per un'eventuale trasfusione non ci sarebbero problemi perché avrebbe già fatto un'autotrasfusione. L'operazione durerà circa un'ora, mentre la degenza si protrarrà fino a sabato 12 ottobre.
Niente di ufficiale trapela a proposito dell'équipe: «Suppongo sia la stessa del '92», dice l'infettivologo Luigi Ortona che a quell'epoca ne faceva parte e sarà nell'atrio ad accogliere il sommo malato. Non si sa chi entrerà in sala operatoria assieme al chirurgo Crucitti. L'ultima volta c'era l'anestesista Corrado Manni che però nel corso di un'intervista rilasciata nel '93 ha alluso incautamente a problemi neurologici del Papa e al morbo di Parkinson. E la Santa Sede non ha gradito.
E' fitta la cortina di riserbo sulle condizioni di salute del Papa, ma in compenso fioccano le indiscrezioni. Il coro unanime recita che il ricovero di Giovanni Paolo II si verificherà domenica prossima, nel pomeriggio, come già accadde nel 1992. Allora fu lo stesso Papa ad annunciare l'ingresso in ospedale, parlando poche ore prima ai fedeli riuniti in piazza San Pietro. Il copione sembra proprio destinato a ripetersi.
Nel silenzio che avvolge quel che accadrà una volta chiuse le porte dell'ospedale, c'è spazio per tutto il ventaglio delle ipotesi. La tesi ufficiale parla di intervento per rimuovere un'appendicite cronica. Ma nessuno sembra più credere a questa ipotesi, né tra i giornalisti né tanto meno tra gli stessi medici. Un dato certo è che lunedì avverranno gli esami radiologici del caso, per effettuare l'operazione già martedì mattina. Se i precedenti contano, allora nel 1992 l'ingresso in sala operatoria si verificò praticamente all'alba. Gli ottimisti prevedono l'uscita del Pontefice per sabato 12 ottobre.
Le voci non ufficiali ricevono nuove smentite, non sempre del tutto convincenti. Ieri ad esempio un'agenzia stampa ha raccolto "indiscrezioni attendibili" che prevedono un intervento di un'ora. Troppo per una appendicectomia ma sufficiente per una nuova resezione di un tratto di intestino, probabilmente per asportare una recidiva del vecchio tumore di quattro anni fa, magari spostatasi verso l'intestino cieco. Siccome un'eventualità del genere non apparirebbe con chiarezza ad un esame radiografico e neppure ad una Tac, sarebbe praticata al Papa una colonscopia o una gastroscopia.
Le "indiscrezioni attendibili", come è ovvio, hanno avuto l'effetto di mettere in subbuglio sia il Policlinico Gemelli sia l'entourage del Papa. E verso sera il portavoce Navarro Valls ha smentito tutto: "Nessun fondamento", ha detto, per sottolineare che l'unica verità è nell'ultimo comunicato del 14 settembre: appendicite cronica, avallata dalle firme dei professori Ribotta, Università di Roma; Marano, della Cattolica e Colagrande, dell'Università di Chieti.
Indifferente ai dibattiti e alle ricostruzioni dettagliate sulla sua salute fatte anche dai telegiornali, Giovanni Paolo II lavora: ieri ha ricevuto una decina di vescovi filippini e pare stia dando gli ultimi ritocchi ai prossimi discorsi; domani darà udienza a migliaia di fedeli di padre Pio e domenica dovrà presiedere una messa in cui proclamerà sedici nuovi beati.
Al Policlinico Gemelli, nel frattempo, fervono i lavori per preparare l'appartamento al decimo piano del Policlinico che si trova all'estremo Nord di Roma, a ridosso di Monte Mario. Chi frequenta il Policlinico ha già notato un rafforzamento notevole della vigilanza, all'ingresso e nei parcheggi, nonché una serie di controlli capillari che hanno già fruttato l'allontanamento di alcuni giornalisti, mescolatisi ai parenti dei ricoverati e in cerca di indiscrezioni. Il Policlinico Gemelli è una struttura nata negli Anni Sessanta, ha dieci piani di cui tre nel sottosuolo; all'ultimo invece c'è il cosiddetto reparto "solventi", come in gergo si chiamano quei pazienti che fruiscono di una forma mista per cui pagano parte delle prestazioni sanitarie. Qui è collocato l'appartamento che ospiterà il Pontefice: tre stanze in tutto con una piccola cappella privata. Nella ristrutturazione di queste settimane, i locali sono stati rimodernati, resi più confortevoli, e isolati dall'esterno. Rigide le misure per limitare l'accesso della stampa di tutto il mondo, che verrà confinata in uno specifico settore in cui si terranno le conferenze stampa e verranno diramati i comunicati. Insomma si tratta di salvaguardare il diritto all'informazione, la tutela della privacy del Papa e degli altri pazienti, per una struttura che ha ben duemila posti letto.
Luca Tomasi
Il Senato polacco ha detto no alla legge per la liberalizzazione dell'aborto che era stata approvata il 30 agosto dalla Camera dei deputati. Dopo nove ore di dibattito il provvedimento è stato respinto con 52 voti favorevoli alla bocciatura, 40 contrari e due astenuti. La legge, secondo la Costituzione polacca, dovrà tornare alla Camera dei deputati che potrà respingere la decisione del Senato solo con la maggioranza assoluta.
Il presidente della Repubblica Aleksandr Kwasniewski ha già detto che firmerà la legge, se verrà definitivamente approvata, per onorare le promesse fatte durante la campagna elettorale 1995.
La votazione è avvenuta mentre 10.000 persone manifestavano davanti al Parlamento al termine di una marcia organizzata da associazioni cattoliche e partiti della destra extraparlamentare. C'erano striscioni con le scritte "amiamo i bambini concepiti", "solidali con vite non nate", "adozioni al posto dell'aborto".
Il sacerdote Henryk Jankowski, ex cappellano di Solidarnosc, ha recitato il rosario e pregato per i parlamentari fino al momento del voto. Una petizione è stata consegnata al presidente del Senato Adam Struzik dopo che il gruppo di Solidarnosc aveva reso noto che erano pervenute due milioni di lettere di protesta da ogni parte della Polonia.
Nei giorni scorsi il Papa aveva deplorato il voto della Camera mentre madre Teresa di Calcutta aveva inviato una lettera aperta ai polacchi esortandoli a difendere la vita. Ieri a Cracovia il primate Jozef Glemp, durante una cerimonia religiosa, ha esclamato che "la vita dell'uomo è sacra e va difesa indipendentemente dalle conseguenze della legge sull'aborto".
Il voto antiabortista di ieri assume comunque un significato politico. Il fatto che abbiano votato contro la legge senatori del partito dei contadini attualmente al governo con i postcomunisti dell'alleanza della sinistra democratica, implica, secondo gli osservatori della politica polacca, la possibilità di un loro avvicinamento o di almeno un patto di non aggressione con Solidarnosc nella campagna elettorale delle legislative del 1997.
La legge bocciata ieri consente l'aborto fino alla dodicesima settimana per motivi sociali. Quella in vigore lo consente solo in caso di pericolo di vita della madre e se il concepimento è frutto di uno stupro.[Ansa]
ROMA - Si deve «avere fiducia in Netaniahu» quando dichiara di voler portare avanti il processo di pace e occorre «dargli tempo». Non bisogna sovraccaricare di significati un incidente di percorso come quello del tunnel. E un giorno si arriverà a trattare con lui anche su Gerusalemme: «Magari in grandissimo ritardo, ma ci si arriverà». E' la sostanza di quanto ci dice il gesuita Angelo Macchi, osservatore di cose internazionali per la rivista «Civiltà cattolica». E autore di una «proposta» su Gerusalemme.
Come valuta il sanguinoso incidente del tunnel? Non sta a dire che su Gerusalemme non si tratta, neanche per cose secondarie, figuriamoci per quelle principali?
«Può darsi che sia un gesto comandato dal desiderio del nuovo governo di alzare il tono e il prezzo, ma non saprei vederci il segno di un mutato atteggiamento sulla questione complessiva di Gerusalemme».
Ma è stato pur sempre un gesto unilaterale, un segno di non patteggiamento.
«Si va a un processo di pace più duro, più conflittuale e non per tattica ma per convinzione, questo è fuori dubbio. Però mi pare che Netaniahu riesca a contrastare l'estremismo israeliano di destra che non vuole la continuazione del processo di pace, mentre egli quel processo non lo vuole interrompere: vuole gestirlo diversamente, non cancellarlo».
Qual è l'elemento che la rende più fiducioso?
«Vedo in Arafat e in Netaniahu la consapevolezza che, se la strada si è fatta più difficile, bisogna fare qualcosa per diminuire e non per accentuare la difficoltà».
Per Arafat d'accordo, ma su Netaniahu l'opinione prevalente dei commentatori è che non possa portare avanti il processo di pace perché non ci crede e perché ha dietro una coalizione che non lo vuole.
«Io credo che si debba avere fiducia in Netaniahu e gli si debba dare il tempo di acquisire esperienza e di far accettare il processo di pace alla minoranza che non lo condivide. Una conversione rapida lo porterebbe a perdere il sostegno di chi l'ha votato. Il problema non è lui, ma l'opinione pubblica israeliana che non si sente sicura e l'ha preferito a Peres».
Se quel processo va avanti, alla fine si parlerà di Gerusalemme...
«Alla fine: è stata una grande idea aver messo Gerusalemme per ultima. Molte cose sono andate avanti proprio perché finora non si è affrontato il problema della Città Santa, forse il più importante, ma anche il più difficile, ed è bene che ci si arrivi dopo aver risolto altre questioni».
Voi di «Civiltà cattolica» avete fatto una proposta su Gerusalemme, chiedendo che il negoziato bilaterale sia accompagnato da un gruppo di lavoro multilaterale, e la pubblicaste a metà giugno, quando il risultato elettorale l'aveva quasi bocciata.
«No, quella proposta non è stata formulata in funzione della vittoria di Peres: ci rendevamo conto, già all'antivigilia del voto, dell'incertezza del risultato. E non pensiamo che non sia più proponibile con il nuovo governo. Certamente il confronto sarà più aspro, probabilmente non si potranno rispettare i tempi previsti a Oslo: si dovrebbe chiudere entro il 1999! Ma anche Netaniahu sa che un giorno dovrà sedersi a un tavolo per trattare di Gerusalemme. E la nostra proposta è formulata in vista di quel giorno. Credo che né gli israeliani, né i palestinesi abbiano interesse a scartare il nucleo di quella proposta: che la città vecchia di Gerusalemme appartiene all'umanità e in particolare alle tre religioni monoteistiche ed è giusto che sia posta sotto qualche tutela internazionale, tipo Onu o Unesco».
Ma quando si parlerà di Gerusalemme? Gli accordi di Oslo prevedevano l'avvio di questo negoziato entro il 1996...
«Ci si arriverà fuori tempo massimo, ma ci si arriverà. L'interesse oggettivo all'accordo, la pressione dei rispettivi alleati, la grande intelligenza dei due popoli che si confrontano, la straordinaria inventiva diplomatica di cui dispongono sono a sostegno di questa fiducia. E l'interesse della Santa Sede è di non lasciare le due parti da sole».
Pensa che, se il gruppo di lavoro che proponete si farà, ci sarà anche la Santa Sede?
«Sarebbe nell'interesse delle due parti che essa ci sia».