IV – I CONSIGLI EVANGELICI

196. Prefazione delle CC. e RR.

Che cosa devono fare a loro volta gli uomini che vogliono camminare sulle orme di Gesù Cristo, loro divino Maestro, per riconquistargli tante anime che hanno scosso il suo giogo? Devono lavorare seriamente a diventare santi; percorrere coraggiosamente le stesse strade di tanti operai del Vangelo che hanno lasciato esempi così belli di virtù nell'esercizio di un ministero al quale, come loro, si sentono chiamati. Devono rinunciare interamente a se stessi; mirare unicamente alla gloria di Dio, al bene della Chiesa, all'edificazione e alla salvezza delle anime; rinnovarsi incessantemente nello spirito della propria vocazione; vivere in uno stato abituale di abnegazione e in una costante volontà di giungere alla perfezione, lavorando senza sosta a diventare umili, miti, obbedienti, amanti della povertà, penitenti, mortificati, distaccati dal mondo e dai parenti, pieni di zelo, pronti a sacrificare tutti i beni, i talenti, il riposo, la persona e la vita stessa per amore di Gesù Cristo, per il servizio della Chiesa e per la santificazione del prossimo. Pieni di fiducia in Dio potranno così gettarsi nella lotta e combattere fino alla morte per la maggior gloria del suo nome infinitamente santo e adorabile.

(Regola del 1826, Aut. Post.)

VITA RELIGIOSA

197. Supplica a Papa Leone XII, 8 dicembre 1825

«Colpiti essi stessi dalle meraviglie che la grazia operava attraverso il loro ministero, si resero conto che, per essere degni della loro vocazione, era necessario camminare sulle orme dei santi e dare ai membri della società la possibilità di lavorare all'opera della loro perfezione; contemporaneamente essi avrebbero offerto ai popoli i mezzi della salvezza predicando loro la penitenza.

Fu deciso di abbracciare i consigli evangelici e di dedicarsi, senza nessun limite, a tutto ciò che avrebbe potuto procurare la maggior gloria di Dio, la salvezza delle anime abbandonate e il servizio della Chiesa.

Le Regole e le Costituzioni della Società dei Missionari Oblati di S. Carlo (questo il loro nome), comunemente chiamati Missionari di Provenza, furono redatte con questo spirito».

(Aut. Congr. Dei Vescovi e Regolari, Roma)

198. Note degli esercizi, 1826

"L'esame dei miei doveri di semplice religioso deve comprendere la corrispondenza alla grande grazia della vocazione, considerando il lavoro della grazia e notando la continuità delle infedeltà, delle resistenze, delle ingratitudini. Benché, per necessità, da ormai tre anni sia costretto a non lavorare nelle missioni, guarderò gli anni passati per scorgervi le colpe commesse nell'esercizio di questo ministero proprio della mia vocazione. Esaminerò, in seguito, come mi sia allontanato dai miei voti e insisterò sull'obbedienza che devo alle Regole alle quali devo sottomettermi in tutto ciò che è compatibile con gli altri miei doveri che, però, non devono mai servirmi come pretesto per esentarmene.

È una considerazione che non si deve dimenticare: tendere alla perfezione è un obbligo irrinunciabile. Questa considerazione mi porterà a riconoscere tanti peccati di omissione, perché a quale santità mi obbliga la vocazione apostolica se non a quella che mi impegna a lavorare senza sosta alla santificazione delle anime attraverso i mezzi usati dagli Apostoli? Siamo stati costituiti soprattutto per convertire le anime e Dio ce lo ha dimostrato, dopo tanti anni che annunciamo le sue misericordie ai peccatori, operando miracoli per mezzo del nostro ministero. È questo il sigillo della sua approvazione.

Una seconda considerazione, sempre a partire dal fine del nostro Istituto, mi metterà in condizioni tali da poter scoprire molte omissioni, con mia grande vergogna. Siamo chiamati a sostituire, per quanto dipende da noi, i diversi ordini religiosi distrutti dalla rivoluzione. Conseguenza: a quale perfezione siamo chiamati? A quella propria di ciascuno degli ordini soppressi. Non è possibile abbracciare la perfezione in modo più completo. Ecco il fine dell'Istituto. Che motivo di confusione per me averlo capito così male! Quanti spunti per il mio esame!".

(Aut. Post. DM IV, 3)

199. A p. C. Aubert, maestro dei novizi, 10 marzo 1835

Ti raccomando moltissimo fr. Kotterer. Approfitta del ritiro per inculcargli i principi fondamentali della vita religiosa; in modo particolare la (santa) indifferenza, la morte a se stessi, l'obbedienza gioiosa, un totale spirito di sacrificio verso la Chiesa e la Congregazione, la sopportazione dei confratelli, ecc.

(Aut. Post.)

200. Atti della visita a N. D. de l'Osier, 2 agosto 1836

«Ci resta ancora da fare una raccomandazione molto importante. Agli inizi della fondazione, i nostri Padri hanno ritenuto opportuno di non mostrarsi in tutta la perfezione del nostro Istituto. Non abbiamo mai condiviso la loro opinione. Oggi riconoscono di essersi sbagliati non volendo urtare troppo la suscettibilità dei vicini. Questa politica troppo umana non poteva avere successo. Che i nostri Padri non abbiano più paura di mostrarsi per quello che sono, cioè uomini veramente religiosi, separati dal mondo a motivo della loro professione, uomini consacrati alla Chiesa, unicamente impegnati a procurare la gloria di Dio e la salvezza delle anime, senza pretendere qui sulla terra altra ricompensa che quella promessa dal nostro Divin Salvatore a coloro che abbandonano tutto per seguirlo; insomma, uomini che hanno giurato a Dio di diventare santi attraverso l'esatta pratica di tutti i consigli evangelici. Capito bene questo non ci sarà più nulla di straordinario nel vedere i nostri Padri rifiutarsi di adottare gli usi dei sacerdoti del paese che non hanno professato la stessa vita di perfezione; al contrario, non si sarebbe edificati nel vederli sviare per una malintesa compiacenza, dai princìpi di condotta che devono guidarli in tutte le loro azioni. E che non si abbia paura, con questa severa regolarità, di allontanare dall'Istituto coloro che saremmo contenti di accogliere. Abbiamo fiducia che avverrà il contrario; perché, chi sono coloro che ordinariamente vogliono unirsi a una Congregazione religiosa? Senza dubbio coloro che cercano una vita più regolare, più perfetta della vita ordinaria dei preti secolari. Se vi comportate in modo che vi si confonda con questi, non ci sono più i motivi perché si facciano i passi giusti per abbandonare la propria famiglia e il proprio ambiente, per sacrificare i propri agi e la propria libertà. Questo è evidente. Non si può essere attratti se non dal buon odore delle nostre virtù, dalla vista della nostra regolarità, dalla nostra modestia, dalla nostra interiorità, dall'insieme di una vita che annuncia l'abitudine e la pratica della perfezione a cui aspirano coloro che Dio chiama ad abbracciare la vita comune per darsi completamente a Lui. Dunque, siamo realmente ciò che dobbiamo essere e vedremo che verranno da noi».

(Copie Post. DM IX, 4)

201. Diario, 27 febbraio 1837

Per quei religiosi insoddisfatti del proprio Ordine e che credono di trovare la perfezione in un altro.

A questo riguardo vorrei notare come anche nella Grande Certosa, certamente la più regolare dell'Ordine e forse la sola veramente regolare, ci sono delle grandi miserie. Ce ne sono anche di visibili a occhio nudo. Religiosi annoiati del loro stato che mostrano nella loro figura e nei loro passi l'immagine delle loro anime. Malauguratamente non sono stato il solo ad accorgermene…

Dio non voglia che dica queste per denigrare un Ordine che venero; lo faccio solo perché alcuni sappiano che, dappertutto dove si trovano gli uomini, si incontrano tutte le miserie dell'umanità e che, spesso, per sottrarsi alle imperfezioni di quelli con i quali si vive, ci si espone a incontrare il peggio.

Non ho paura di applicare tutto ciò a quelli di noi che, più imperfetti dei loro fratelli, reclamano una perfezione immaginaria da cui sono molto lontani e che, addirittura, osano, nel loro maldissimulato orgoglio, prendersela con lo stesso Istituto quando gli si rimprovera di fare peggio di coloro che vorrebbero riformare; o qualche altra volta, rendendo omaggio alla perfezione delle Regole, se la prendono con coloro che la osservano male, pensando di fare meglio degli altri. Sappiano che con un po' più di buon senso e di virtù metterebbero ogni cosa al suo posto e che, lavorando per osservare meglio la loro regola e per dare il buon esempio che si è in diritto di pretendere da loro, non tarderebbero a riconoscere che il loro Istituto fornisce loro tanti mezzi di salvezza quanti, e forse più, ne offrano gli altri, e coloro che hanno viaggiato un po' e hanno visto gli uomini da vicino, aggiungerebbero che nella loro piccola famiglia, nonostante le imperfezioni di qualcuno, ci sono meno miserie di quanto se ne trovano altrove.

(Aut. Post.)

202. A p. Dandurand, 11 agosto 1843

Contribuite tutti a rendere la nostra comunità molto fervente. La fedeltà alle regole, la disciplina esatta, la carità, la mutua sopportazione, la buona volontà di fare prontamente e volentieri tutto ciò che l'obbedienza comanda, sono le virtù che, praticate, fanno della vita religiosa un vero paradiso terrestre.

(Aut. Winnipeg)

203. A p. Santoni, maestro dei novizi, 16 marzo 1846

Ripetete frequentemente ai novizi che con la loro consacrazione si danno alla Chiesa totalmente, muoiono definitivamente al mondo, alla loro famiglia, a se medesimi: abbracciano una obbedienza perfetta a cui sacrificano per sempre la propria volontà per non volere altro che quanto l'obbedienza prescrive; non si tratta soltanto di obbedire, ma di conformarsi con la mente e col cuore a quanto viene comandato, tenendosi in stato di indifferenza circa i luoghi, le cose, le persone che essi devono amare con uguale carità. Si impegnino anche in una povertà volontaria che li obblighi a non esigere nulla, a contentarsi di tutto, a considerarsi fortunati quando venisse a mandare qualcosa a motivo della santa povertà e per essa soffrire privazioni e perfino la mancanza di tutto.

Senza queste disposizioni la povertà è una parola vuota di senso. La castità li obbliga non soltanto a fuggire tutto quello che è vietato in materia, ma di stare in guardia contro qualsiasi mancanza che potesse ledere questa bella virtù.

(Yenveux, VIII, 67)

204. A mons. Guigues, provinciale del Canada, 24 novembre 1857

Cosa è un religioso che non segue più nessun punto della Regola? Cosa è un sacerdote che celebra la Messa appena la domenica e, di tanto in tanto, qualche altro giorno? Francamente, mio caro amico, avresti dovuto farmi conoscere prima un tale stato di cose, se l'aveste saputo, e non posso neanche supporre che ve lo abbiano lasciato ignorare. Adesso cosa volete fare di questa persona (p. Rouge )? Capisco il vostro imbarazzo; ma dubito parecchio che gli esercizi che andava a fare a Montréal, quando mi avete scritto, gli abbiano ottenuto il bene che sembravate attendervi. Lo desidero, ma sarebbe una specie di miracolo che Dio non opera spesso per favorire le anime che hanno approfittato così poco delle abbondanti grazie derivanti dalla loro vocazione. È desolante avere nella Congregazione simili persone che sono adatte solo a neutralizzare il bene all'interno e, all'esterno, produrre solo un cattivo risultato che è troppo difficile dissimulare.

(Reg. Lett. 1855-1863. Post.)

205. A p. Casimir Aubert, 8 febbraio 1858

"Si inculchi bene a tutti che bisogna essere santi e condurre una vita da santi per compiere la grande opera che, nella sua misericordia, dio ci ha affidato… Tra gli altri, p. Chirouse non sembra possedere nessuna virtù religiosa. È un mercante e niente altro. Ed è la sua compagnia che ha gustato quell'altro padre che mi ha scritto quella lettera che voi già conoscete, così strana. Perciò, come affidar loro delle missioni che esigono uomini pieni di zelo e di dedizione e, soprattutto, uomini di Dio? C'è di che desolarsi vedendo il sale così scipito!

(Yenveux, VII, 99; I, 124)

206. A p. Tempier, 26 novembre 1825

Al suo arrivo a Roma per domandare l'approvazione pontificia, il Fondatore trova una lettera di p. Tempier che gli annuncia la defezione di un Padre e la partenza di molti novizi da Aix. «Pieno del più vivo dolore», il Fondatore se ne lamenta col Signore «il più amorosamente che è stato possibile», poi si riprende e scrive:

Dobbiamo profittarne per diventare più perfetti e più fedeli nell'osservanza delle nostre Regole e nello spirito del nostro Istituto. Ecco la conclusione che traggo da queste defezioni che ci accasciano. Che ci si impegni, più che mai, nella stretta osservanza delle Regole. Vegliate direttamente su questo a Marsiglia: le cose non sono mai andate avanti di mio gradimento. Tagliate tutto ciò che può essere di ostacolo alla regolarità; non importa che si faccia un po' meno esteriormente, si guadagna molto di più quando si perfeziona se stessi. Solo con la stretta osservanza delle Regole esse diventano familiari e ci si attacca a loro per sempre.

(Missions, 1872, 173; Yenveux, IV, 18)

207. A p. Tempier, 22 dicembre 1825

Dopo l'udienza del 20 dicembre nel corso della quale il Papa Leone XII esprime la sua volontà di approvare, e non solo di lodare, le Regole, il Fondatore esorta i suoi figli ad una maggiore fedeltà.

Raddoppiate tutti in fervore e regolarità circa l'osservanza delle Regole, oggi in cui capite che acquistano un peso più rilevante. Sforziamoci di rispondere alle aspettative del capo supremo della Chiesa: è la maniera di attirare su di noi e sul nostro ministero nuove benedizioni.

(Missions, 1872, 201)

208. Agli Oblati dopo l'approvazione delle Regole, 18 febbraio 1826

La conclusione da trarre, miei cari amici e ottimi fratelli, è che dobbiamo lavorare con rinnovato ardore e l'abnegazione più completa per procurare a Dio la gloria che possiamo dargli e la salvezza alla povere anime del nostro prossimo con tutti i mezzi possibili: dobbiamo abbracciare col cuore e l'anima le nostre Regole e praticare con fedeltà maggiore quanto ci prescrivono: ci sentiremmo a posto facendo tutti il noviziato per meditare a nostro agio quanto contengono. Non si tratta di sciocchezzuole, non si tratta di comuni regolamenti, di semplici direttive devozionali; sono Regole approvate dalla Chiesa dopo un esame accuratissimo. Sono state giudicate sante e oltremodo adatte a guidare chi le ha accolte a raggiungere il fine: sono diventate patrimonio della Chiesa che le ha accettate, il Papa approvandole ne è divenuto il garante. Colui del quale Dio si è servito per redigerle scompare; oggi è sicuro di essere stato unicamente lo strumento manuale mosso dallo spirito per aprire la via che voleva seguita da quanti egli aveva predestinato e preordinati all'opera della sua misericordia, chiamandoli a formare e a mantenere in vita la nostra piccola, povera e modesta Società. Aborti in certo qual modo, a causa della nostra fragilità e del nostro numero ristretto, abbiamo pur tuttavia nella Chiesa una presenza pari a quella degli istituti più celebrati, delle congregazioni più sante. Eccoci costituiti in società E fin d'ora posso dirvi a mezza voce quanto vi dirò a voce alta dopo la pubblicazione del breve: riconoscete la vostra dignità e state attenti a non disonorare una Madre che è stata posta in trono e riconosciuta Regina in casa dello Sposo che la renderà feconda per farle mettere al mondo figlioli in gran numero, se saremo fedeli e non faremo cadere su di lei con le nostre trasgressioni l'onta della sterilità. In nome di Dio siamo santi.

(Missions, 1952, 141-142)

209. Note degli esercizi, 8 ottobre 1831

La lettura meditata delle nostre Regole, che ho appena terminato di fare durante questi esercizi, ha colmato il mio animo di ammirazione e, nello stesso tempo, ha fatto nascere parecchi penosi pensieri che è impossibile non esternare.

Che vergogna avere tra le mani un codice di vita così perfetto e non capirne il senso! Per alcuni di noi questo codice è un libro sigillato! Voglio credere che non se ne trovino più, ma è sufficiente che se ne siano trovati perché la mia riflessione sussista e perché debba essere accolta. Se tutti avessero saputo leggere questo libro, non dovremmo adesso deplorare la perdita di parecchi che Dio giudicherà…

Stimiamola questa preziosa Regola, abbiamola incessantemente sotto gli occhi e, ancora di più, nel cuore; nutriamoci abitualmente con i principi che essa afferma; agiamo, parliamo, pensiamo solo in conformità al suo spirito: Solo così saremo ciò che Dio vuole che siamo e solo così ci renderemo degni della nostra sublime vocazione…

Bisogna farci penetrare dallo spirito delle nostre Regole e, per arrivarvi, bisogna farne l'oggetto delle nostre continue meditazioni. Me ne sono convinto, più che mai, in questi esercizi e, per facilitarmene la pratica, ho pensato che sarebbe utile estrarre dalle nostre Costituzioni gli articoli che più esplicitamente manifestano il perché noi siamo stati " stabiliti " e ciò che dobbiamo essere.

Sarà il mio vademecum, il mio tesoro, dal quale mi riprometto di ottenere grandi vantaggi per il mio progresso spirituale; altri potranno profittarne se questo piccolo lavora sarà di loro gradimento. Per quel che mi riguarda, vedendo raccolto in poche pagine tutto ciò che può darci la perfezione sulla terra e considerando che le nostre Costituzioni ci presentano tutto questo come il prototipo del vero Oblato di Maria, sono felice di essere stato chiamato a una perfezione così sublime, senza essere confuso dal pensiero della mia debolezza perché sono pieno di fiducia nella potenza di Colui che concede sempre la grazia di compiere i comandi che dà.

(Copie Post. DM IV, 3)

210. A p. Courtès a Aix, 4 novembre 1831

Mio caro p. Courtès, le tue due ultime lettere mi hanno dato un grande piacere. Intendo quelle in cui tu mi parli delle disposizioni della tua comunità e delle tue in particolare. Quella che ho ricevuto subito dopo i miei esercizi mi ha dato molte consolazioni, tanto più che avevo finito di fare riflessioni molto serie proprio su quanto ti ha colpito di più. Forse mai avevo sentito così bene il prezzo della grazia dataci da Dio e mai avevo avuto tanta stima dei mezzi di cui ci ha forniti nella Congregazione per servirLo bene e santificarci.

Coloro che non ne approfitteranno saranno molto colpevoli. Ti prego di esprimere a tutti i Padri la mia soddisfazione per quanto mi dici di loro. Li esorto a leggere le Regole con l'attenzione con cui ho finito da poco di farlo io; forse saranno sorpresi di scoprirvi ciò che fino ad ora non hanno ancora trovato. Per quel che mi riguarda, ecco una delle riflessioni scritte sui miei appunti degli esercizi. Mi sono detto, meditando sulle nostre Regole, che non sapremmo mai ringraziare abbastanza la bontà divina di avercele date, perché solo Dio, incontestabilmente, ne è l'autore.

Colui che le ha scritte non vi riconosce niente di suo; per questo può dare il suo giudizio completamente libero come su un'opera alla quale è completamente estraneo. Ma perché dico giudizio quando è la Chiesa a parlare attraverso il suo capo! Noto qui le espressioni delle lettere apostoliche. Penso poi al valore che dà a tutte le nostre opere, a tutte le nostre azioni, perché queste sono tutte guidate dalle Regole; il «sedulo servari praecipimus», emanato dal Capo della Chiesa, dal Vicario di Gesù Cristo, e il «saluberrimi operis», il «quibusdam legibus efformandis ad pietatem animis adeo opportunis». Non mi meraviglio più del «saluberrimi operis» se penso che il fine del nostro Istituto è lo stesso che si pose Nostro Signore venendo sulla terra. Trovo non so quanti passi che mi provano sempre più la perfezione del nostro Istituto e l'eccellenza dei mezzi che ci ha dato per camminare sulle orme di Gesù Cristo e dei suoi Apostoli. Non finirei mai di parlare su questi articoli.

(Yenveux, IV, 15-16)

211. A p. Courtès, 21 ottobre 1834

Desidero che nelle istruzioni dei ritiri, specialmente al noviziato, si citino spesso testualmente le parole delle Regole sia per abituarsi al rispetto che ognuno deve avere per esse, sia perché si sappia bene che è quello il codice che determina i nostri doveri.

(Yenveux, IV, 187)

212. A p. Perron, 25 agosto 1845

Riponete la vostra fiducia in colui nel nome del quale siete stato inviato e convincetevi che benedirà la vostra obbedienza e spargerà le grazie più abbondanti sul vostro ministero… Prima di tutto uniformatevi con estrema

cura a tutto ciò che prescrivono le nostre Costituzioni e Regole. Avete in questo libro un consigliere sicuro e fedele che potete consultare in ogni occasione e i cui consigli vi condurranno a fare sempre ciò che è più gradito a Dio e ciò che è più utile per voi e per gli altri.

(Yenveux, VII, 160)

213. Lettera circolare, 2 agosto 1853

Il grande lavoro di ristampa delle nostre Regole, come sono state riapprovate dalla S. Sede, è ormai concluso. Vi faccio pervenire gli esemplari che dovranno essere consegnati a ognuno di voi. È questo il codice che la Chiesa vi da perché, meditandolo assiduamente, ne facciate la regola costante e imprescindibile della vostra santa vocazione perché sarete giudicati particolarmente su questo codice per essere ricompensati o puniti da Gesù Cristo.

Approfitto di questa circostanza per darvi qualche avviso che non era conveniente inserire nella mia circolare pubblicata all'inizio del libro delle Regole e che ne costituisce quasi la promulgazione. Ci sono delle cose che si possono dire solo a quattr'occhi nel segreto della famiglia. Tutta la mia speranza, carissimi figli, è che questa seconda promulgazione delle nostre leggi provochi un nuovo fervore nel cuore di ciascuno, che produca una specie di rinnovamento della vostra giovinezza in modo che le vostre virtù, proiettando una luce più viva nella Chiesa, aumentino l'edificazione dei fedeli e, soprattutto, contribuiscano alla conversione dei peccatori evangelizzati dal vostro ministero.

Voglio dire che vi siete allontanati dai doveri del vostro santo stato al punto da mettere in allarme la mia sollecitudine e da meritare da parte mia una severa ammonizione? Dio non voglia! Nessuno conosce e apprezza più giustamente e meglio di me le virtù che vengono praticate nella nostra cara Congregazione, lo zelo e la dedizione che animano la maggior parte dei suoi membri e anche l'eroismo, che conosco bene, di molti. Ma bisogna ammettere che, se la maggior parte meritano elogi e riempiono di consolazione il mio cuore, tuttavia in questi ultimi anni, in qualche comunità si è scivolati in tali imperfezioni che non mi è permesso dissimulare dovendo oggi rivolgermi all'intera Congregazione.

Queste imperfezioni, che non si dovrebbero deplorare nei primi anni di una Congregazione ancora nascente, hanno parecchie cause:

1) il numero eccessivo di occupazioni esteriori;

2) il piccolo numero di persone nelle comunità;

3) le assenze dei superiori locali costretti a impegnarsi nelle missioni senza poter sempre farsi sostituire da uomini di sufficiente autorità;

4) la mancanza, bisogna dirlo, di forza nei superiori locali nell'esigere la stretta osservanza delle Regole;

5) il rilassamento dei membri che reclamano agi di cui potrebbero fare a meno se fossero religiosi migliori e più ferventi.

E così è avvenuto che la regolarità è meno osservata, che l'obbedienza, la carità, la povertà, la mortificazione e altre virtù indispensabili lasciano molto a desiderare. A che serve avere una Regola se non ci si imbeve del suo spirito? Se non si mettono in pratica i suoi comandi?…

Da parte mia, miei carissimi figli, vorrei riassumere i miei consigli in una sola raccomandazione: leggete e meditate le vostre sante Regole: là si trova il segreto della vostra perfezione; esse comprendono tutto ciò che deve portarvi a Dio. Ornate le vostre anime con le più belle virtù, accumulate i vostri meriti, assicurate la vostra perseveranza. Leggete, meditate e osservate la vostre Regole e diventerete veri santi, edificherete la Chiesa, onorerete la vostra vocazione e attirerete sia la grazia della conversione sulle anime che evangelizzerete sia ogni benedizione sulla Congregazione, vostra madre, e sui suoi membri, che sono vostri fratelli. Leggete, meditate e osservate fedelmente le vostre Regole e morirete nella pace del Signore, sicuri della ricompensa promessa da Dio a coloro che persevereranno sino alla fine nel compiere i propri doveri.

(Copia Post. DM IX, 5)

214. Lettera circolare, 2 febbraio 1857

Le benedizioni divine si fanno evidenti nell'estensione della famiglia e nei frutti che i suoi membri raccolgono dappertutto. Non bastiamo più per il lavoro! Ho dovuto rifiutare varie fondazioni sia in Europa che in America e, soprattutto tre Vicariati Apostolici in Asia e nel Nuovo Mondo, Vicariati di cui voleva incaricarci la fiducia del Santo Padre.

Vedete, miei cari figli, dalle poche cose che ho appena detto, quali benedizioni il Signore spande sulla nostra Congregazione! Ma non potete neanche nascondervi quanto Dio domanda come risposta a tanti benefici e quanto la Chiesa attende da noi.

Chi non dirà a se stesso che , per corrispondere a tante grazie del Signore e a questa attesa della Chiesa, bisogna essere degni della propria vocazione, cioè compiere con la fedeltà più scrupolosa tutto ciò che il Codice sacro che la Chiesa ci ha dato per Regola contiene come precetti e come consigli da osservare?

Grazie a Dio, la maggior parte di voi l'ha capito, ma, e lo dico con dolore, sotto questo aspetto troppi lasciano ancora a desiderare. Si potrebbe dire che per loro le Costituzioni e regole sono un libro chiuso che non hanno mai aperto o che non hanno capito. La loro vita potrebbe essere paragonata a quella di certi sacerdoti abitudinari che non fanno nulla per spirito di fede e che marciscono in un abituale stato di imperfezione. Con la loro tiepidezza questi sacerdoti scandalizzano la Chiesa. Ma un più grande scandalo danno coloro che, chiamati alla vita religiosa, cioè ad uno stato di perfezione, dopo essersi consacrati a Dio con i voti di obbedienza, castità e povertà, si trascinano di infedeltà in infedeltà a queste solenni promesse; si trascinano in un'abitudine di imperfezione da cui sembrerebbe non sappiano più uscire? Questa deplorevole miseria che neutralizza tutto il bene che potrebbero fare o che, per lo meno, toglie loro una gran parte di meriti che potrebbero avere, è incomprensibile; infatti hanno nelle Regole tutto il necessario per sottrarsi a questo male o per rialzarsi.

(Copia Post. DM II, 5)

215. A fr. Desbrousse a N. D. de l'Osier, 29 ottobre 1859

Mio caro figlio, se ho tardato a rispondere alla lettera con la quale mi fate partecipe della vostra santa oblazione, non è certamente per indifferenza o per dimenticanza. Il motivo deriva solo dalle innumerevoli occupazioni che assorbono tutto il mio tempo. Ho saputo con gioia che, fedele alla vostra vocazione, vi siete consacrato al buon Maestro che serviamo e che fate parte della famiglia di cui sono padre. Ne sono contento e, nello stesso tempo, mi congratulo con voi perché conosco tutti i vantaggi che ricaverete per la vostra santificazione e tutto il bene che siete chiamato a fare nel ministero apostolico che eserciterete nella Congregazione. Siate fedele all'osservanza esatta delle Regole che avete imparato a conoscere durante il noviziato. Queste regole non sono fatte solo per i novizi; è necessario che, all'uscita dal noviziato, ci si incoraggi vicendevolmente a metterle in pratica per l'edificazione comune.

(Aut. Post.)

LA CASTITÀ

216. A fr. Bernard, diacono, 16 giugno 1824

Niente di più facile, di più comune, mio caro amico, dell'essere soggetto a tentazioni, sentirsi stanco, essere anche turbato da pensieri abominevoli; i più grandi santi hanno subito queste prove e tutti i giusti che vivono quaggiù sono esposti a tali crudeli persecuzioni con cui il nemico della nostra salvezza travaglia anche i figli della luce. Che c'è da meravigliarsene? È il caso di abbandonarsi alla tristezza? Certo che no, perché non è in potere di Satana e dei suoi gregari turbare la nostra anima e farle perdere la pace portataci dallo Spirito Santo che abita in noi. Quand'anche il corpo risentisse un'impressione molesta o la violenza di questi pensieri o forse soltanto indisposizioni provocate dal sangue e dagli umori, bisogna guardarsi dall'insistere su un esame sempre pericoloso. L'amare Dio abitualmente, la volontà costante di non offenderlo devono bastare a tenerti pienamente tranquillo; non è tanto facile voltare le spalle a chi si ama sopra ogni cosa, se si vive nella sua grazia, se da mattina a sera ci si premura di osservare non solo i suoi comandamenti ma anche i suoi consigli, se ci si sforza ogni giorno di progredire nella perfezione. Oh no! Sarebbe diverso se si trattasse di uomini che vivono dimentichi dei loro doveri, che conducono una vita molle, inutile, senza timor di Dio né animati di amore per lui, poco preoccupati di offenderlo; per costoro sarebbe diverso, ma ripeto: uno che come tutti voi vive per il Signore e non fa nulla per dispiacergli, costui, lo dirò mille volte, non passa da questo stato al peccato come senza accorgersene. No, mio caro figliolo, il Maestro che noi serviamo, che è Iddio onnipotente, non lo permette: sta lì con la sua grazia e finché non ci esponiamo volontariamente al pericolo di perderla, ci pensa lui a conservarcela.

(Yenveux, VI, 15-16)

217. Lettera circolare, 2 febbraio 1857

Cosa dovrei dire del voto di castità? Per conservare questa preziosa virtù bisogna solo osservare fedelmente tutto quanto prescrivono le Regole, per fare di noi uomini di Dio, veri religiosi; non dimenticatevelo, ve lo ripeto.

Tota vita sodalium Societatis nostrae perpetua debet esse animi recollectio…Quod ut attingant, imprimis, summopere curent jugiter coram Deo ambulare.

Aggiungete che se non si è impregnati di spirito di mortificazione e di penitenza, se non ci si applica a dominare la carne sull'esempio di tutti i santi, dagli Apostoli fino ad oggi, si potrebbe diventare lo zimbello della concupiscenza, quae militat in membris vestris (Gc. 4, 1 ) secondo l'espressione dell'apostolo Giacomo. Osservate anche quanto la Regola ci prescrive a questo riguardo.

Quoniam uberes e ministero suo fructus nunquam reportabunt evangelici operarii, nisi Christi motificationem summo pretio habeant, illamque quasi jugiter in suo corpore cincumferant, cupiditatibus coercendis…

Come conciliare prescrizioni così formali con il comportamento di qualcuno che non imporsi nessuna privazione volontaria, che cerca agi e comodità in uno stato di vita in cui si dovrebbe solo morire a se stessi e a tutte le inclinazioni della natura, e che trova molto facilmente i pretesti per esentarsi dalle particolari penitenze della Regola; infatti questa non si limita a prescrivere mortificazioni generiche, ma scende anche nel dettaglio riguardo a questa virtù, itaque jejunabant… Ma per far comprendere che il voto della Regola non si limita a questo tipo di mortificazioni, senza voler fissare niente sulle altre penitenze corporali quas corporis edomando aptissimas duxerunt omnes sancti, vi mette sotto gli occhi la pratica e l'esempio dei santi raccomandandovi di imitarli, haec aemulentur sodales nostri.

All'inizio questo era stato capito ed è con meraviglia e dolore che abbiamo appreso come alcuni dei nostri disconoscono lo spirito del nostro Istituto e, disprezzando la pratica tradizionale della Congregazione a questo riguardo, sembrano voler relegare questi salutari esercizi di penitenza al noviziato e allo scolasticato; detestabile accecamento della sensibilità che impedisce loro di riconoscere che sono proprio loro ad avere più bisogno di questa difesa stando in mezzo al mondo che devono combattere, piuttosto che queste giovani anime piene di fervore che servono Dio nella solitudine e lontane da ogni pericolo.

(Orig. p. 8-9 Post. DM IX, 5)

LA POVERTÀ

218. A p. Tempier, 16 novembre 1819

I Padri Tempier e Mye cominciano a Rognac una missione che si preannuncia difficile. Il Fondatore li esorta a sopportare il loro stato di abbandono e di povertà.

"Dio sia lodato, miei cari amici e veri apostoli! Il mio cuore soffre a causa della vostra posizione, ma contemporaneamente è contento nel vedervi condividere la sorte dei primi padri, dei discepoli della croce.

Come vi vedo bene sul vostro mucchio di paglia e quanto stuzzica il mio appetito la vostra tavola molto più che frugale! Ecco, a mio parere, la prima volta in cui abbiamo quanto ci abbisogna! Portate a compimento l'opera senza accettare niente da nessuno senza pagare; questa volta non sarete sconfessati da San Liguori, nostro santo patrono. Mi permetto di parlarvi così perché invidio il vostro stato e perché, se dipendesse da me, lo condividerei. Tuttavia vi prego di non farvi mancare il necessario. Avete portato lo zucchero? P. Mye non potrà farne a meno, visto che è molto raffreddato"

(Rambert, I, 304)

219. A p. Tempier, 12 febbraio 1826

Penso che vi siete occupato dell'allestimento della casa perché possiamo metterci il noviziato quando definitivamente decideremo di trasferirlo a Marsiglia; ma non vi raccomanderò mai abbastanza di restare nei limiti della semplicità, contentandovi di quanto è strettamente necessario. Ho qui sotto gli occhi esempi bellissimi. Sarà proprio necessario che i novizi abbiano materassi per il letto? Ahimè! Dovremmo non averne bisogno nemmeno noi. Al posto dei materassi completerei l'allestimento della casa con una riserva di biancheria di buona qualità ma ordinaria, per lenzuola, salviette, asciugamani, strofinacci; sarebbe anche necessario avere tavoli senza tovaglie come a Aix, un po' di batterie da cucina, alcuni libri e l'arredamento della cappella.

Dopo si cominci a restituire alla Società quel che ha fornito per diversi anni, perché è impellente assicurare dal lato economico un tanto all'anno per i bisogni dei membri della Società, se non altro per fornire il vitto e il vestito, tanto più che vedo avvicinarsi l'ora in cui Digne e Gap non daranno più nulla; e allora come faremo? Tenete questo presente nei progetti che potrete ideare.

(Missions, 1872, 240-241)

220. A p. Tempier, 24 Ottobre 1830

Il fondatore di trova a Billens ( Svizzera ) tra gli scolastici: presenza "utile per molti aspetti, non fosse altro che per abituarli, col mio esempio, a qualche indispensabile privazione".

Qui il vino è molto cattivo e molto caro; gli stessi abitanti non lo bevono; così si trovano meglio. La privazione non è sentita per niente e, d'altra parte, è troppo conforme alla povertà perché si possa lamentarsene. Quando la gente in mezzo alla quale si vive non fa uso di qualche cosa, lamentarsene sarebbe imperdonabile.

(Rambert, I, 556)

221. A p. Mille, ai novizi e scolastici di Billens, 24 gennaio 1831

[…] Domani festeggio l'anniversario del giorno in cui, sedici anni fa, lasciavo la casa materna per andare a risiedere alla Missione. P. Tempier ne aveva preso possesso alcuni giorni prima. Il nostro alloggio non era magnifico come il castello di Billens e per quanto voi siate a disagio noi lo eravamo ancora di più. Il mio letto a cinghie fu collocato nel breve tratto che porta alla biblioteca, allora una grande stanza in cui dormivamo p. Tempier e un altro che tra di noi ha non più nome (Icard); quella stanza serviva anche per le riunioni comunitarie. Tutta l'illuminazione era fornita da un lume, e quando bisognava andare a letto lo ponevamo sulla soglia della porta per servire a tutti e tre.

La mensa dove mangiavamo era costituita da una tavola posta accanto a un'altra, entrambe poggiate su due vecchi barili. Dopo che abbiamo fatto voto di povertà, non abbiamo mai avuto la gioia di essere così poveri. Senza dubbio era quello il preludio dello stato di perfezione in cui viviamo tanto imperfettamente. Sottolineo volutamente uno spogliamento siffatto compiuto in piena volontà, facile a eliminare facendo trasportare dalla casa di mia madre quel che ci bisognava, per trarne la conseguenza che il Signore fin da allora ci guidava, proprio così, senza che ci pensassimo ancora, alla pratica dei consigli evangelici che più tardi dovevamo professare. Praticandoli ne abbiamo conosciuto il valore. Vi assicuro che non avevamo perduto nulla della nostra allegria; al contrario, poiché questo nuovo modo di vivere era in contrasto così stridente con quello lasciato da poco, ci capitava spesso di riderne di cuore. Questo bel ricordo lo dovevo al sacro anniversario del nostro primo giorno di vita comunitaria. Come sarei felice di continuarla con voi!

(Yenveux, III, 21-22)

222. A p. Lavigne, 9 febbraio 1847

Monsignore scrive a p. Lavigne che aveva presunto il permesso di prestare 600 franchi a suo nipote prendendoli dalle sue rendite di famiglia.

Avreste dovuto aspettare la mia risposta prima di prendere questa decisione. Tesi generale: se non si vuole avere l'illusione di esporsi ad avere solo il nome di povero, bisogna dimenticare che si possiede qualcosa e non occuparsi della gestione del proprio patrimonio. gestione che dalle Costituzioni è affidata ad altri. Sospendete, dunque, ogni idea di prestito prima che io abbia preso una decisione.

(Yenveux, III, 38)

223. A p. Gaudet a N.D. de l'Osier, 5 aprile 1847

P. Gaudet non sapeva più come fare di fronte all'afflusso di novizi mandati da p. Léonard.

Quando si è economi di una casa che appartiene a Dio non bisogna lasciarsi abbattere troppo facilmente. La divina Provvidenza potrebbe disinteressarsene perché esige che si abbia fiducia in lei. Ci ha dato tante prove della sua protezione e saremmo degli ingrati se ce ne dimenticassimo.

(Aut. Post.)

224. A p. Dassy, 7 dicembre 1847

[…] Tornando sul tasto dell'economia, son più che convinto che molti nostri padri, direi la maggioranza, non vogliano capirne granché. Sono abituati a veder giungere il denaro quando ce n'è bisogno, e non dubitano minimamente quanto ci costano; non sanno imporsi privazione alcuna e s'immaginano che la perfezione consiste nel non mancare mai di nulla. Capisco che non ci si deve privare del necessario; ma bisogna misurare i bisogni sulle risorse disponibili[…].

[…]Quantunque a dire il vero ti accusino di spingere la parsimonia oltre il giusto – pare che alla Blachère facevi morire di fame la comunità – bisogna evitare i due estremi. Non approvo certo che siano coccolati, ma non bisogna nemmeno suscitare brontolii imponendo privazioni esagerate.

Capisco quanto debba essere infastidito dei metodi spenderecci del buon p. Mouchel: è un cattivo economo, in tutta la forza del termine ed io ho intenzione di non mantenerlo in questa carica; ma, attualmente chi mettere al posto suo nella penuria di uomini che c'è nella tua casa? Il metodo adottato di affrettarsi di fare le compere, durante l'assenza del superiore che pur sapeva contrario, è da condannare assolutamente come opposto ai principi dell'obbedienza e della povertà.

(Yenveux, III, 6; VII, 129; 56 )

225. A p. Vincens, 19 dicembre 1847

Non è cosa da poco provvedere ai bisogni delle famiglie di quei nostri fratelli già completamente a carico della congregazione, specialmente quando coloro dei nostri che potrebbero aiutarci si rompono il capo alla ricerca di come spendere le piccole entrate che potrebbero offrire per il vitto e il mantenimento dei loro confratelli. Così p. Lavigne mi ha scritto per chiedermi il permesso di utilizzare le entrate del 1847 per compare la croce di missione nel suo paese che sta evangelizzando. Gli ho accordato il permesso, dicendogli però, a sgravio della mia coscienza, che sarebbe più consono allo spirito e alla virtù della povertà di dimenticare di avere dei redditi e di non pensare più né allo scopo cui destinarli né all'uso che gli se ne potrebbe permettere.

(Yenveux, III, 31)

226. A p. John Naughten in Inghilterra, 1 maggio 1848

P. Naughten può esercitare il ministero al di fuori della Congregazione, ma a certe condizioni poste dal Fondatore:

A motivo dei problemi della vostra famiglia, riconosco che è il caso di accordarvi tutte le dispense compatibili con la vostra vocazione. Permetto, dunque, che accettiate una missione e che prendiate per voi lo stipendio per alleviare le difficoltà di vostra madre e di vostra sorella. Ma ecco le condizioni che pretendo da voi, separato da ogni comunità:

  1. tengo molto a che, di tanto in tanto, vi ritiriate in una delle comunità per trascorrere uno o due giorni con i vostri fratelli e per presentarvi in direzione dal superiore;
  2. siate esatto nel rendere conto dell'uso che fate del denaro che siete autorizzato a percepire. Voi sentite che in forze del vostro voto di povertà non dovete scostarvi da una giusta moderazione. Per quanto vi riguarda accontentatevi del giusto necessario e provvedete senza lusso o eccesso ai bisogni di vostra madre e di vostra sorella. Se c'è un sovrappiù negli introiti che ritirerete, dovrete renderne conto al superiore. La decisione dell'uso che dovrete farne, spetterà a lui e al Visitatore Generale.

(Yenveux, VIII, 320)

227. A p. Semeria a Jaffna, 9 maggio 1848

Riguardo alle risorse economiche, state attendo a che i missionari ve ne rendano conto esattamente e che conservino per loro solo quello che, nella povertà, è necessario per i loro bisogni; il sovrappiù, se ce n'è, deve essere dato a voi perché cominciate a creare una cassa provinciale che, mancando gli aiuti della Propagazione della fede, potrà in seguito aiutarci nell'invio di personale che desidero mandarvi, ma che sono nell'impossibilità di far imbarcare per mancanza di mezzi.

(Aut. Post.)

228. Lettera circolare, 2 febbraio 1857

Non ci sarà niente da rimproverarci per quanto riguarda la santa povertà che, come l'obbedienza, è un elemento essenziale nella nostra Congregazione?… Non basta, a religiosi che hanno fatto voto di povertà, vedersi assicurato il victum e il vestitum di cui si accontentavano gli Apostoli? E la Divina Provvidenza non ci ha preparato, per così dire, un tetto ospitale in tutti i posti, un tetto che ci serve da casa, mentre il nostro Divino Maestro e modello ha potuto dire di se stesso di non avere una pietra dove poggiare il capo? Chi, dunque, potrebbe senza ingiustizia lamentarsi quando, per caso, capitasse di mancare di qualcosa sia nel vestito, sia nel nutrimento, cosa che può essere notata solo da uomini sommamente immortificati perché, grazie a Dio, le nostre case procurano ad ognuno più di quello che ci sarebbe strettamente necessario? È di proposito che richiamo questi punti importanti della Regola, desiderando che ci si conformi esattamente in futuro, non permettendo a nessuno di procurarsi il vestito a modo suo, con qualsiasi pretesto.

I superiori dovranno provvedere ai bisogni di ciascuno in una perfetta conformità, sia per numero che per qualità, come verrà detto in un regolamento allegato alla mia Circolare. A questo proposito faccio notare anche che l'articolo delle Regole che tollera le posate e gli orologi in argento non dev'essere esteso oltre con nessun pretesto e raccomando a coloro che sono obbligati a portare gli occhiali di accontentarsi della montatura di acciaio che viene usata da tutti i laici.

(Orig. p. 7-8 Post. DM IX, 5)

229. A p. Bermond, visitatore in Oregon, 20 dicembre 1858

Create una contabilità regolare e insegnate loro ciò che dite giustamente e che essi ignorano a fare le missioni più economicamente. È molto desiderabile anche che certi Padri le facciano in maniera più conforme allo spirito che deve animare un religioso astenendosi da tutto quello che può dare l'impressione di commercio e di speculazione industriale. Spetta a voi, che siete sul posto, e che avete tutta l'autorità per correggere gli abusi a fissare regole di condotta, regolare tutto a viva voce e per scritto.

(Copie Reg. lettres 1855-1863 Post.)

230. A Mons. Semeria, 8 luglio 1960

Mi domandate il permesso di costruire una casa. Di regola avreste dovuto inviarmi il piano dell'edificio progettato perché potessi esaminarlo e approvarlo, ma considerando da una parte l'urgenza e dall'altra la difficoltà delle comunicazioni, passiamo oltre e approvo subito quanto giudicherete conveniente fare, raccomandandovi di fare le cose in modo da non essere obbligato a ripensarci. Senza dubbio non ci vuole lusso, ma non lesinate nella grandezza delle sale comuni, della cappella interna, del refettorio. Se i vostri mezzi non vi consentono di terminare subito l'edificio, il primo anno fatene solo una parte per poi completarlo un po' più tardi, ma abbiate un piano conveniente che non vi lasci nessun rimpianto.

(Arch. Post.)

L'UBBIDIENZA

231. A p. Bourrelier, 19 settembre 1821

Aveva comunicato al Fondatore la sua impressione, la sua «pena… di non essere utile» a N.D. du Laus.

Sentite sempre più profondamente, mio caro amico, la grandezza e la sublimità della vostra santa condizione; ma non perdete mai d'occhio gli obblighi che vi impone. Leggete e rileggete le nostre sante Regole, convincetevi quale grande felicità sia appartenere completamente a Gesù Cristo. No, mio caro fratello; voi non vi appartenete più in nessuna maniera, e dovete esserne molto contento: voi sapete anche troppo che cosa significhi l'uso o meglio l'abuso che avete fatto della libertà quando non avevate altro maestro che voi. Ora il nostro Maestro è Gesù, nostro divin Salvatore: lui che vi indica i suoi voleri per mezzi della Regola che avete abbracciato con amore e per mezzo dei superiori di cui essi fanno le veci. Sfogliate la vita dei santi e vedrete come hanno capito questa verità e specialmente come l'han messa in pratica. Fra di loro dovete cercare i modelli; con questi esempi non ci si può sbandare. O santa obbedienza! via sicura che conduce al cielo, che io non possa mai allontanarmi dal cammino tracciato, che io possa sempre essere docile alle tue più piccole indicazioni! Sì, mio caro fratello, fuori di questa via per noi non c'è salvezza. Ma siano rese grazie alla divina bontà: voi l'avete capito e la vostra lettera tranquillizza la mia sollecitudine giustamente all'erta.

Quante cose avrei da dirvi sulla sofferenza che provate nel sentirvi inutile! Quale errore! Se l'obbedienza mi ordinasse di aprire e chiudere la porta a chi va e viene mi reputerei più che felice e crederei, non senza motivo, di aver assicurata la mia salvezza meglio che nel posto che occupo costretto e contro mia voglia. Si fa sempre abbastanza quando si fa quel che l'obbedienza impone; si tratta però di farlo bene, non solo materialmente, ma col cuore e con l'anima; e allora si è salvi. Perciò, mio caro amico, non datevi alcun pensiero al riguardo…

(Yenveux, III, 111-112)

232. A p. Jeancard, 26 settembre 1829

Nulla di più giusto, mio caro, che fare osservazioni specialmente a un superiore di cui si conoscono i sentimenti e il comportamento. Tu sapevi che io non sono di coloro che, ignari delle buone maniere, direi anzi, delle debolezze dei sudditi, vedono la perfezione dell'obbedienza in quel che devono esigere da essi, e si preoccupano solo di ciò che essi devono fare. Io ho cercato sempre di armonizzare gli interessi che possono andare d'accordo col buon andamento della Società e il bene delle anime; perciò senza approvare le tue ripugnanze, ho sempre avuto cura di metterle sulla bilancia e, se non hanno sempre pesato maggiormente, sono state sempre pesate. È un gran male, si deve ammettere, che non siano state da te meglio combattute, tanto più che si riferiscono a parecchie persone sul conto delle quali le tue prevenzioni sono anche ingiuste. Questo è il tuo difetto e a parlare chiaro il tuo malanno di cui non sei guarito e di cui mi lagno con te; perché sono convinto che siano ripugnanze più volontarie che tu non pensi, avendo la loro origine in sentimenti che certo non sono virtù. Come che sia, per arti contento, ho cambiato il piano di campagna; non andrai nel Delfinato, sarà p. Honorat a predicare questa missioni al posto tuo; tu resterai nella Linguadoca per lavorarvi fino a nuovo ordine.

(Yenveux, III, 95-96)

233. A p. Jeancard, 4 giugno 1830

Mio caro p. Jeancard, sono stato felice di sapere che il giretto apostolico non ha nociuto alla vostra salute; spero che sarà stato anche utilissimo per la vostra anima. Avverrebbe così di tutto quello che noi facciamo per dovere se comprendessimo i vostri veri interessi.

Le nostre ripugnanze più forti ci lascerebbero l'impressione che lascia un sogno, solo se avessimo la virtù di non tenercele in corpo sotto mille pretesti che possono illuderci ma non hanno peso sulla bilancia della religione, quella tenuta in mano dall'Arcangelo nel giorno del giudizio. Osserviamo dunque esattamente e di buon grado ciò che la Regola e l'obbedienza prescrivono: noi siamo quaggiù i servitori di dio e della Chiesa. L'economo del Padre di famiglia non può utilizzarci sempre a nostro piacere, c'è un dovere più urgente da compiere che è il servizio medesimo. Tutto sommato, che cosa importa che noi facciamo questo o quello, quando agiamo per il Signore nell'ambito tracciato dai superiori? Di là da queste considerazioni soprannaturali, che hanno anch'esse il loro peso, umanamente parlando bisogna sapersi decidere e fare di necessità virtù, come fanno tutte le persone di buon senso. Ho visto militari che non si sarebbero molto affannati per andare ad Algeri e ci sono andati allegramente con gli altri. Il clima di Aix non è così acceso come quello africano e non si è esposti ai colpi di cannone. Via, non è il caso di mettersi a piangere sul destino di chi ci sta per dovere. Perciò, caro amico, sapendo che io non posso fare altro che lasciarvi dove siete, sappiate procurarvi occupazioni conformi alla vostra vocazione. Non perdete il tempo a contare le stelle. Al lavoro! Avete troppe doti per non essere oltremodo responsabile di una inazione che ai miei occhi nulla piò scusare. Il viaggetto che avete fatto vi ha distratto abbastanza, mettetevi a lavorare come se qualcuno vi spronasse; e non lo siamo tutti continuamente in questa vita che fugge, nel breve spazio della quale è necessario compiere il nostro dovere?.

(Yenveux, III, 92; IV, 232)

234. A p. Mille, superiore a Billens (Svizzera)e moderatore degli scolastici, 21 aprile 1832

[…] vi dirò incidentalmente una parola sulle vostre opere di zelo durante le Quarantore. Sapete la conclusione che ho tirato dal vostro racconto? Siete un bravo missionario quanto siete un cattivo superiore. Avete sentito dire che i preti di Estavayer abbiano lasciato la loro comunità composta tuttavia di sacerdoti e di vecchi religiosi per andarsene a predicare come avete fatto voi? Forse è lecito in coscienza abbandonare la propria occupazione specifica per abbracciarne un'altra, fosse pure apparentemente migliore? Che dire della facilità con cui voi interpretate le intenzioni del superiore in una maniera formalmente opposta alle sue precise parole e alla sua intenzione chiaramente conosciuta, dato che un'intenzione c'è? Oh no, mio caro, non è così che si fa: questo significa interpretare male l'obbedienza, agendo sempre in senso contrario a quanto è prescritto. Si fa chiasso, ci si attira le lodi degli uomini, si fa pure un po' di bene, ma si manca al proprio dovere; e allora quale ricompensa ci si può aspettare da opere anche le più splendide? sono davvero spiacente di essere obbligato a farvi simili osservazioni, ma sto tenendo in mano la bilancia del santuario. Qui i valori sono ridotti alla loro espressione più netta; ciò che secondo il peso del mondo vale di più spesso non pesa nulla in quella che ha contrappesi di un valore immenso. Da semplice missionario, quel che voi avete fatto sarebbe stato ammirevole se ve lo avesse prescritto l'obbedienza; ma come superiore incaricato della parte scelta della nostra famiglia, che voi dovete curare come la pupilla degli occhi, non avete fatto bene e quelli che avete consultato hanno avuto il torto, scusabile per metà, di fare astrazione dai vostri obblighi personali per non considerare altro che la cosa stessa, per parte loro ispirati dal medesimo zelo di cui voi fate cattivo uso.

Una volta per tutte, dite a voi stesso con onestà che non vi ho mandato in Svizzera per esercitare uni ministero esterno, ma per dirigere, istruire e curare costantemente la comunità a voi affidata. Ciò è stato ripetuto e chiarito troppo spesso perché ci possa essere ombra di dubbio sulle decisioni che dovete prendere quand'è il caso.

(Yenveux, III, 156)

235. A p. Mille, superiore a Billens, 30 maggio 1832

Le osservazioni di p. Bernard non mi sono sembrate fuori luogo, se non sono andate oltre i limiti tracciati nella vostra lettera. Nulla di più legittimo che far conoscere i propri gusti, ma è anche nell'ordine delle cose confrontarsi con la saggezza e i lumi che il Signore dà ai superiori. Sarebbe un grave disordine nutrire un amore talmente esclusivo per un tipo di ministero da non poter essere sviato, anche momentaneamente, senza restarne turbato. Il superiore non può essere legato da condizioni. Può aver bisogno di uno che apra la porta o scopi la casa e questi si deve convincere di dar più piacere a Dio aprendo la porta e maneggiando la scopa che non, di testa sua, predicando o ascoltando le confessioni. S. Antonio di Padova, passò molti anni in cucina senza pensare a lagnarsene. Nel servizio di Dio è necessario l'abbandono in lui. E purtroppo, lo dico fremendo, nulla di più comune dell'incontrare grandissimi peccatori tra i predicatori, i confessori e tutti quei ministri dediti ai capricci della loro volontà . I santi si incontrano tra gli obbedienti che ricevono con modestia le loro incombenze ad altre condizioni. In nome di Dio, meditate su questi pensieri! Quali che siamo, siamo servi inutili nella casa del Padre di famiglia: le nostre azioni, i nostri servigi hanno valore nella misura che facciamo quel che ci domanda il Maestro. Guai a colui che sdegnasse lavori di scarso pregio credendosi capace di più importanti. Il suo conto sarebbe subito pagato. Dico di più, presto cambierebbe padrone: Lucifero al posto di Gesù Cristo. Credete alla mia esperienza. Potrei citare esempi più di quante dita abbia per contarli.

(Yenveux, III, 75-76)

236. Diario, 31 maggio 1839

Lettera a p. Pelissier per autorizzarlo a tornare a l'Osier. Gli ho fatto alcune osservazioni sul suo modo di fare all'Osier. Ho ripetuto i principi che lui e qualcun altro hanno dimenticato. È un errore credere che entrando in Congregazione si è obbligati solo a questa o quell'altra cosa. Si è obbligati a fare tutto quello che l'obbedienza comanda. Solo il peccato è contrario al nostro Istituto.

Tutto ciò che è bene, anche quando è estraneo ai fini principali della Congregazione, cade sotto il dominio dell'obbedienza. Il superiore ha il diritto di esigerne l'esecuzione quando giudica opportuno farlo. Questi principi sono incontestabili , sono seguiti in tutti gli Ordini religiosi e in tutte le altre Congregazioni.

(Aut. Post.)

237. A p. Guigues, 23 ottobre 1839

Continuo a condannare la costruzione che avete fatto senza la mia autorizzazione e conto il mio parere. Foste anche riuscito a costruire un palazzo, per me l'ordine è più importante degli agi, della bellezza e delle ricchezze. Non sarò mai d'accordo che un superiore locale si consideri come il padrone della casa a cui presiede e che agisca, contrariamente allo spirito e alla lettera delle nostre Regole, indipendentemente dal Superiore Generale. Lascio passare troppe cose che i miei successori certamente non sopporteranno; e avranno ragione. Il mio dovere è almeno reclamare quando le cose si sono spinte troppo lontano.

(Yenveux, III, 27)

238. A p. Ligier, 14 dicembre 1841

P. Ligier, direttore degli scolastici, aveva minacciato di dare le dimissioni se il Superiore Generale non avesse spostato una persona verso cui era ingiustamente prevenuto. Mons. de Mazenod racconta il fatto nel suo diario e aggiunge:" Non è forse un grande direttore per insegnare agli altri i doveri della santa obbedienza?".

Informarmi di quel che sapevate, farmi conoscere il vostro parere, benissimo, anzi era vostro dovere, però, mio caro padre, bisognava lasciare a me il giudizio in una causa che spettava a voi soltanto istruire; pronunciarvi come avete fatto, senza sapere cosa io desiderassi, è un comportamento di tal cattivo esempio che io non avrei mai creduto che voi vi sareste permesso. Che ne sarebbe di noi se ognuno per conto suo volesse imporre al superiore il suo modo di pensare? In quali Società è permesso apostrofare il proprio superiore in questi termini: Se non fate come pretendo sarei costretto di andar via con tutti i miei confratelli, rassegnandovi i miei poteri, ecc.?

Caro padre, vi ricordo le vostre precise parole perché possiate giudicare voi. Avreste dunque lasciato il posto assegnatovi dall'obbedienza! E vi sareste fatto seguire da coloro che dovete istruire sui doveri di una obbedienza infranta, messa sotto i piedi, ridotta a zero da questa frase cattiva che è l'espressione di un pensiero sovvertitore di qualsiasi ordine! Dio mi scampi dal credere che avreste posto in atto una simile minaccia: vi è sfuggita in uno stato di ansia e l'avreste certamente sconfessata, specialmente se fosse stata accolta da coloro che si aspettano da voi una sana direzione e l'esempio di quel che costituisce il religioso.

(Yenveux, III, 121)

239. A P. Honorat, 20 ottobre 1844

Chi potrà dire il bene che sarà operato dal ministero dei nostri adesso che l'unione e la carità regnano tra voi, che l'obbedienza semplice, vera e pronta regolerà tutti i passi e comanderà a tutte le intelligenze? È questo, infatti, il punto cruciale: saper rinunciare al proprio spirito e sottomettere il proprio giudizio agli ordini datici da parte di Dio: Lo so, si sarebbe dovuto seguire dall'inizio questa regola di comportamento, la sola legittima; per questo bisognava essere, più di quanto non lo si era, abituati alle virtù proprie del santo stato che si era professato, vivere di una vita di fede che fa vedere Dio nel proprio superiore, chiunque egli sia, invece di credere di avere più spirito e più saggezza di lui.

(Yenveux, IV, 20)

240. A p. Guigues, 22 maggio 1848

Affronto con grande dolore il modo di essere dei nostri in Canada. È da troppo tempo che il mio cuore e il mio spirito se ne sono stancati. Già molte volte sono stato sul punto di prendere una decisione severa, perché tutto questo non è più tollerabile. Ci si è abituati troppo a ragionare e poco ad obbedire, come esige la coscienza. Da quando in qua è necessario che un superiore abbia tutte le qualità e tutte le virtù per essere rispettato? Cosa autorizza i membri di una comunità a controllare le sue azioni, a misurare i suoi meriti e a emettere giudizi sulla sua capacità, sul suo saper fare? Quando è regolare e osserva la Regola, quando è competente, quando gode della fiducia del Superiore Generale, che cosa si deve domandargli di più? E, in più, non è una cosa strana che le persone di fuori siano giudici del valore dei nostri membri? Essi dovrebbero conoscere solo quello che fanno di esterno, come la predicazione, ma le loro qualità personali, la loro maggiore o minore attitudine ad essere capo di una comunità, dovrebbero rimanere sconosciute: possono essere in grado di giudicare solo attraverso colpevoli indiscrezioni…

A quanto mi si dice, avete costruito una nuova ala della casa di Longueuil. Chi mi ha accennato qualcosa? Bisogna assolutamente regolarizzare i rapporti che, più di quanto si pensi, costituiscono l'unità che deve regnare in tutte le Congregazioni e i legami della fraternità.

(Yenveux, III, 66; VII, 122)

241. A p. Viala, 21 giugno 1848

In nome di Dio, mio caro padre: calmate i vostri spiriti, aiutandovi in questo con pensieri soprannaturali. Che cosa dobbiamo cercare su questa terra? Obbedire alla volontà di Dio: il segreto della nostra felicità sta nel conformare la nostra volontà alla sua perché, se la nostra volontà è riottosa, ci esponiamo a perdere il merito dell'obbedienza; se non altro ci priviamo delle consolazioni che accompagnano sempre la nostra sottomissione. Pensate a molti nostri confratelli che hanno abbandonato tutto e attraversato i mari per obbedire a questa volontà divina manifestata ad essi dagli stessi superiori che lasciano voi al posto dove siete. Quelli tra di loro che dormono sulla neve, che si trascinano sui ghiacci, che hanno per unico cibo un po' di pane e, nei giorni di festa, un pezzo di lardo per sfregarcelo sopra, non si lamentano della loro sorte e offrono la salute, come abbiamo fato noi, come dobbiamo farlo tutti, alla divina Provvidenza che ci governa. Perciò, mio caro padre, abbiate pazienza, non chiedete l'impossibile, affidatevi a questo Padre buono al quale abbiamo sacrificato tutto quaggiù, compresa la nostra vita. Non dubitate: verrà in vostro aiuto, vi ridarà la salute insieme alla pace dell'anima quando vi sarete adagiato nella santa indifferenza che assicura la felicità al buon religioso.

Vedrete p. Aubert in occasione del suo passaggio per Limoges, parlerete con lui di tutto quanto interessa il benessere della comunità e di ciò che concerne voi personalmente. Per ora badate a guarire e continuate a fare il bene che avete così bene iniziato: vincete i piccoli dissapori e le difficoltà che si incontrano continuamente sulla nostra strada; siate degno di voi e della vostra santa vocazione, convinto che mi costa molto contrariarvi; mi richiamo al vostro cuore e alla vostra pietà. Addio, vi saluto affettuosamente.

(Yenveux, III, 93)

242. A p. Honorat, 12 luglio 1849

Avreste bisogno che potessi spingere la mia visita fino in Canada. È là e non in Francia che si è persa ogni nozione di spirito religioso. al punto che non riconosco più la mia opera. Non ho mai avuto la pretesa di fare alla Chiesa il dono di una società di sacerdoti insubordinati, senza deferenza, senza rispetto per i loro superiori, denigratori gli uni degli altri, mormoratori, senza spirito di obbedienza, ognuno dei quali pensa di poter giudicare secondo le sue prevenzioni, i suoi gusti o le sue ripugnanze, non risparmiando nessuno, non solamente tra loro ma anche in presenza di estranei che vengono presi come confidenti delle pene che si hanno e che si avrebbero se ci si sforzasse di capire cosa deve essere un religioso. Da questo, la brutta opinione che si è data alla Congregazione che, grazie a Dio, non assomiglia alla sua colonia canadese. La piaga deve essere molto profonda e il male profondamente radicato se tutte le persone che io mando, e che partono piene di buona volontà, divengono ben presto imperfette quanto le altre. Ne sono disgustato fino al profondo dell'anima. Spero ancora, tuttavia, che il mezzo che la misericordia di Dio mi ispira di prendere, porti rimedio al male che detesto. Sto per inviare un visitatore straordinario, dotato di pieni poteri. Resto sempre, mio caro, credetelo, il vostro affezionatissimo.

(Yenveux, V, 241)

243. A p. Nicolas, 25 marzo 1850

La lettera che mi avete inviato mi ha più afflitto che consolato. Prima di tutto in questo momento siamo assolutamente impossibilitati ad acconsentire all'apertura di una nuova casa. Non ho persone disponibili, e se ne avessi dovrei fortificare le case formate che mancano di personale. Inoltre la vostra lettera non è quella di un buon religioso; tutto vi si vede, ma non la virtù. Quel padre non doveva permettere che ci si esprimesse in questo modo per testimoniargli l'amicizia. Quando si vuole fondare qualche opera religiosa nella Chiesa di Dio, non ci si ispira a un tale spirito.

Manifestare il desiderio di sottrarsi alla obbedienza di un superiore che si riconosce esserci antipatico, per andare a vivere con un amico a cui si è affezionati come lo sono quelli del mondo, ancora una volta, non ha neanche l'ombra della virtù e Dio non benedirà i progetti concepiti con queste idee. Bisogna avere altri pensieri quando si vuole contribuire ad estendere il Regno di Gesù Cristo.

(Yenveux, VII, 32)

244. A p. G. F. Arnoux in Inghilterra, 24 gennaio 1852

Per ora vi raccomando di avvicinarvi al Vice Provinciale in modo da aiutarlo nel suo difficile compito. Bisogna lasciare a persone tanto imperfette come il p. Walsh le ripulse che possono avere contro questo buon padre. Personalmente lo stimo molto e questo sentimento è condiviso da tutti i nostri Padri. D'altra parte prego tutti i membri della Congregazione di dispensarsi dal prevenire le disposizioni che davanti a Dio credo di dover prendere per distogliermi dall'eseguire i miei disegni.

Non ho prevenzioni, io, e conosco sufficientemente il valore di ogni soggetto per sistemarlo secondo il bisogno. La nostra Congregazione non è una repubblica e neanche un governo rappresentativo. Che si studi un po' meglio il capitolo sull'ubbidienza e che si viva in pace sotto il governo di coloro che sono preposti al comando delle comunità e delle province dall'autorità superiore. Se il p. Cooke, in qualità di Vice Provinciale non fa tutto il bene che potrebbe fare e che mi aspetto dal suo zelo e dal suo buono spirito, non darò la responsabilità a lui, ma a coloro che hanno il dovere di assecondarlo con tutte le loro forze.

(Yenveux, III, 103)

245. A p. Médevielle a N.D. de l'Osier, 3 gennaio 1859

Mio caro padre, posso rispondere alla domanda che mi ponete nella lettera che ho appena ricevuto, dicendovi solo che siete stato ammesso a fare la vostra professione il 2 del mese prossimo Non preoccupatevi di quello che potrete fare o non fare. Vi basterà camminare nel nome dell'obbedienza. Predicherete quando dovrete predicare, confesserete quando dovrete confessare, in missione o altrove. Siate sicuro che non si esigerà niente al di sopra delle vostre forze e che più di una volta, senza per questo impegnarsi, si consulteranno i vostri gusti e i vostri desideri particolari.

Vorrei solo che aveste una più alta idea del grande privilegio e dei preziosi vantaggi della vita religiosa. Dovete considerare la vostra vocazione a questo santo stato come la più grande grazia che la bontà di Dio abbia potuto farvi e, per dire così, nel momento in cui arrivate a questa felicità, vorrei vedervi impegnato a ringraziare il buon Dio che non ha fatto questa grande grazia a molti altri, invece che preoccuparvi riguardo a qualcosa che forse non arriverà mai.

Andate avanti, dunque, mio caro p. Médevielle senza guarda indietro. Ricordatevi le parole di nostro Signore Gesù Cristo; vi impegneranno a perseverare nella via alla quale siete stato chiamato: "Nessuno che pone mano all'aratro e poi si volta indietro è adatto per il Regno di Dio" (Lc 9, 62).

(Aut. Post.)

LA PERSEVERANZA

246. A mons. Arbaud, vescovo di Gap, 13 agosto 1826

I nostri voti sono perpetui come i voti più solenni del mondo; quando abbiamo fatto voto di perseveranza abbiamo inteso obbligarci a vivere e a morire nella Congregazione che ha accettato il nostro impegno. Non spetta al soggetto agire per combinazione o per capriccio, meno ancora di prevedere un possibile caso di dispensa. La cosa non sarebbe ammissibile prima della professione; dopo è assolutamente impossibile.

Nella nostra Società la dispensa è vista come un male così grande che siamo contenti di credere che non ce ne saranno, adesso che siamo approvati dalla Chiesa e considerati come i Lazzaristi, i Passionisti e i Redentoristi.

(Yenveux, VIII, 254)

247. A p. Martin a Billens, 9 gennaio 1837

Tra le soddisfazioni che mi procura il vedere il bene operato, nonostante il numero ristretto, ho la pena di vedere il demonio che ci passa al setaccio dove in mezzo al grano sbattuto ci sono granelli stenti e troppo rinsecchiti perché valga la pena che siano portati via dall'aia del Padre di famiglia.

Quante funeste illusioni in questo campo! Protesterò innanzi agli uomini e dinanzi a Dio, fino all'ultimo respiro e oltre, contro queste apostasie e denunzio al tribunale divino coloro che se ne sono resi colpevoli. Bisognerebbe sentire il santo Liguori su questa materia; ho qui sotto gli occhi le sue Memorie per attingere consolazione e forza. Ma quel che è più triste è veder Dio gravemente offeso; ciò nonostante si è accecati al punto di restarsene tranquilli e senza risentire alcun rimorso per una stato abituale in contrasto con i propri doveri essenziali.

Circa i ripensamenti contrari alla vocazione, basterebbe darsi pena di consultare la teologia per conoscere in quale illusione ci si culla immaginando di potersi sentire immuni da peccato, occupandosi volontariamente di idee e progetti contrari allo stato in cui ci si è impegnati con voto. Non è più ammissibile indugiare volontariamente su pensieri e desideri contrari ai voti emessi, come non lo è circa pensieri e desideri contrari all'amor di Dio e al 6· comandamento.

Persuadiamoci, dice il beato Liguori, che la tentazione contro la vocazione è la più dannosa di quante possa presentarcene il demonio, per le conseguenze che ne derivano; perciò durante la visita al SS. Sacramento e alla Madonna ciascuno domandi ogni giorno la grazia della perseveranza.

Sbaglia grossolanamente chi trova una scusa a questi pensieri nel pretesto che potrà ottenere la dispensa. si sappia che simili dispense possono liberare in coscienza il richiedente soltanto nel caso in cui motivi gravi, non esistenti al momento della professione e non prevedibili, sopravvengano improvvisamente mettendolo in condizione di non poter rispondere ai propri impegni. E anche in tal caso bisogna accogliere la dispensa con dispiacere, nel desiderio sincero di veder cadere l'ostacolo che gli impediva di vivere in congregazione, ostacolo supposto sempre indipendente dalla sua volontà.

Quando un sommo pontefice scioglie un religioso dai voti, suppone che tali motivazioni esistano e lascia alla coscienza dell'interessato valutare fino a che punto siano valide. In questa sorta di dispense Roma pensa anzitutto a liberare la Società da membri che non le appartengono più con l'animo; per il resto li abbandona alla loro coscienza. Ma se il religioso si è messo per sua colpa nella condizione di essere licenziato, non per questo è meno responsabile dinanzi a Dio della violazione di obblighi che dopo una condotta riprovevole ha provocato la dispensa.

… Il potere di dispensare dai voti è una spada a due tagli la quale di solito uccide l'individuo per salvare la famiglia. Tutti i membri della nostra congregazione che sono stati dispensati fino ad oggi, sono in senso verissimo autentici apostati: non ce n'è uno solo che abbia avuto motivi validi da presentare, e che non sia stato allontanato dalla Società per essersi messo nella condizione di esserne espulso; colpa gravissima, di cui resteranno responsabili fin quando non avranno trovato la maniera efficace di riparare…

La Regola pesa, dicono. Ma la Regola di oggi è quella che il religioso ha conosciuto durante il noviziato e che si è impegnato a osservare. Bel motivo da dare! Provi il religioso a presentare questo motivo al tribunale del giudice supremo. I semplici fedeli potrebbero fare altrettanto per i comandamenti della Chiesa e anche per quelli del decalogo. È stato sempre questo il pretesto dei religiosi rilassati e di tutti gli apostati. Sia un tale religioso più fedele e allora sperimenterà la verità della parola del Salvatore: "Jugum meum suave est et onus meum leve!" (Mt 11, 30).

Certi religiosi hanno il coraggio di dire di aver fatto l'oblazione con l'idea di uscire un giorno dalla Congregazione. Che orrore! Studino la teologia e vedranno che non è lecito mettere condizione alcuna, alcuna restrizione mentale all'emissione dei voti e che la formula d'oblazione espressa dalle labbra deve essere sincera e provenire dall'intimo dell'animo. Altrimenti è una menzogna, un'ipocrisia, la profanazione di un'azione religiosa e santa.

Sarà dunque permesso burlarsi di Dio e degli uomini, considerare una cerimonia vana e burlesca un atto solenne stipulato in presenza di Gesù Cristo, ai piedi dell'altare? Che altro rimane di sacro sulla terra se i voti, i giuramenti fatti dinanzi a Gesù Cristo, accettati in nome della Chiesa, non esprimono ciò che significano? Io rimango inebetito…

Farò un bene maggiore altrove, si dirà. È un pretesto per coprire quanto c'è di delittuoso in progetti simili. Ma fino a quando si avranno occhi per non vedere? I sacerdoti liberi cercano le comunità religiose, considerando che quando si è isolati tutti gli sforzi dello zelo non approdano a nulla; e quelli che hanno la fortuna di vivere in congregazione vorranno uscirne per compiere un bene maggiore? Vediamo approdare da noi sacerdoti che lasciano il mondo nell'intento di santificarsi essi stessi lavorando per salvare gli altri; rinunciano a quella libertà che altri stimano tanto e che tuttavia i santi reputavano dannosa; e coloro che hanno il bene inestimabile d'essere legati a una Società che mette ala riparo la loro debolezza, alimenterebbero il pensiero colpevole di riprendere le catene precedentemente spezzate? Questo non riesco a comprenderlo. Ma la causa di questi desideri delittuosi e di questa inquietudine non è tanto accortamente dissimulata da non potersi scorgere. Stimandosi qualcuno, ci si immagina di avere i mezzi per farsi valere; illuso dal miraggio di elogi esagerati, si fa leva sulle proprie forze, si brama di essere più liberi, per agire in maniera indipendente, far valere i propri talenti, sempre col fallace pretesto della gloria di Dio. Non ci si accorge di una trappola dell'amor proprio che, trovandosi a disagio, in opposizione all'ubbidienza, fa tutto il possibile per trovare uno spazio dove svilupparsi. A quel punto non si sta più alle decisioni dei superiori, non si sta ai loro consigli, si cercano lumi a persone estranee, e si va continuamente a caccia di consiglieri finché non se ne trovi uno che entra nel medesimo ordine di idee e sarà lui ad aver ragione: portano qui l'amor proprio e il capriccio di fare la propria volontà.

(Yenveux, VIII, 259, 262, 266, 282)