Rebibbia

Quello del carcere è stato l'apostolato che ha svolto anche il nostro fondatore, Sant'Eugenio De Mazenod, nei suoi primi anni di ministero. Un apostolato per il quale ha veramente dato la vita fino ad ammalarsi di tifo come la maggior parte dei detenuti della prigione in cui operava.

Anche per noi è una forte eperienza, sia perché veniamo in contatto con situazioni più o meno disastrose, sia perché la realtà è spesso di sofferenza e di abbattimento. Per meglio comprendere quello che viviamo quando siamo a stretto contatto con i detenuti ve lo diciamo con due articoli scritti per la nostra rivista Missioni Omi da coloro che stanno vivendo questa esperienza. Vi diamo anche di entrare più dentro a questa esperienza con alcune foto suggestive.

Foto 1 (la sezione di reparto)

Foto2 (chiesa interna)

 

 

Un giorno dentro, fuori dal normale

- Padre! - Sì.

- Mi deve aiutare!

- Un momento, non vede che sto parlando?

- Sì! scusi, ma poi passa anche da me?

- Certo! In quale cella sta? - Nella quattro! - A piano terra? -Sì.

- Dopo passo!

- Ci conto, non se ne dimentichi!

 

Questo è generalmente il primo approccio che ho con la maggior parte dei detenuti del reparto "G12" della Casa Circondariale di Rebibbia dove, dal dicembre scorso, svolgo un po’ di apostolato.

Quasi sempre il primo contatto con gli "ospiti" è per rispondere ad una loro richiesta, poi pian piano cerco di farmi amico in modo da poter iniziare un dialogo che affronti pienamente la loro situazione. Oramai mi sono abituato ai cancelli, alle guardie, alle celle, ma la prima volta non è stato così semplice. Un’ora di viaggio (partendo dallo Scolasticato subito dopo pranzo, senza tregua dalla mattina alle sei) per giungere alla portineria.

Un agente apre la prima porta automatica.

 

- Lei chi è?

- Sono Messeri, un seminarista, articolo 17 (la parolina magica, una sorta di "apriti sesamo"), mi serve un cartellino e la chiave di una cassetta, devo lasciare lo zaino (dentro c’è il breviario, un libro, un ombrello, non si sa mai che tempo farà all’uscita!). - Tenga!

- Grazie, buonasera, ci vediamo dopo. Può aprirmi la porta?

- Sì, subito... pronti, buonasera.

 

Si apre la seconda porta blindata, la passo ed ecco che sono dentro il carcere ma ancora all’aperto, con trentacinque passi arrivo ad un altro cancello; un’altra guardia mi apre, passo, saluto e proseguo. Il cancello si chiude dietro di me mentre si apre quello davanti. Un corridoio pieno di finestre e finestrelle (naturalmente ci sono sbarre al posto delle persiane) mi conduce ad un altro cancello, dove c’è un gabbiotto e una guardia con i comandi per cinque cancelli diversi.

 

- Buonasera, vado al G12, mi può aprire?

- Subito! Si accomodi...

 

Questa volta il corridoio è più lungo, ho contato centodieci passi (qualcosa bisogna pur inventare per percorrere rapidamente questo ultimo tratto...). Arrivo, suono il campanello, un’altra guardia mi apre. Da ora in poi, siccome siamo in reparto, le porte non sano più automatiche, occorre la guardia con la chiave. Do nuovamente il nome, passo dall’ufficio del cappellano per vedere se c’è qualche domandina (un foglio su cui i detenuti chiedono di poter parlare con il sacerdote o con un assistente della Caritas, di Sant’Egidio, ecc.) ed entro in reparto. Passo un altro cancello e sono in rotonda (atrio in cui c’è la postazione delle guardie che è appunto rotonda), un altro ancora e sono in sezione (corridoio in cui ci sono le celle). Chiedo alla guardia di accompagnarmi da una persona, viene ed apre prima un portoncino blindato poi un cancello (le sbarre) ed ecco che finalmente sono davanti a Nicola che stava aspettando una risposta dalla famiglia.

Se non sbaglio, per poter parlare a faccia a faccia con lui ho dovuto superare ben undici tra cancelli e porte blindate; l’isolamento con l’esterno è ben assicurato, il detenuto vive in un altro mondo, un mondo in cui si respira sempre la stessa aria, molte volte viziata. Per tanti la reclusione aumenta la disperazione, e a qualcuno verrebbe da dire che "se la sono meritata!", ma è proprio così? Qualcuno, proprio l’altro giorno mi ha detto: "carcere sì, ma tortura no!" La carcerazione degli affetti, quella psicologica è senza dubbio molto più dura di quella fisica e a volte spinge queste persone a fare vere e proprie pazzie. La mia esperienza a Rebibbia si gioca molto su questi semplici incontri.

Adesso quando arrivo davanti all’ingresso non avverto più niente di strano, è un po’ come andare a trovare un amico, la strada la sai, la casa la conosci e allora tutto è normale. Passo la porta e mi viene da chiuderla da solo, la accompagno ma fa resistenza (ci credo! si muove con un pistone idraulico non so quanto potente). Mi addentro nel corridoio, la guardia mi chiama e dice:

 

- Se stasera pensa di uscire è meglio che prenda il tesserino!

- Ah!, sì... grazie!

 

Arrivo all’entrata del reparto, dopo aver percorso il corridoio insieme ad un agente e due detenuti che, con i sacchi, si trasferivano lì da un altro reparto. Entra il primo e noi dietro; mentre gli controllano il sacco una guardia, rivolgendosi a me a all’altro detenuto dice: "voi mettetevi lì ed aspettate" con tono imperativo. Io vado là, mi volto ed ecco che l’agente, vedendo il mio cartellino, ha come un’illuminazione. Quante scuse mi ha fatto. Poi per tutto il pomeriggio mi ha ricordato, scherzando, questa scena. Mi metto a parlare in reparto con una persona, appena fuori dalla cella, passa un sorvegliante e mi dice:

 

- Lei che ci fa qui? Vada nella sua cella.

- Veramente... io non ho cella, sono un volontario, articolo 17, un seminarista.

Di nuovo una valanga di scuse.

- Sa, siamo in pochi, non è facile tenere d’occhio tutti, non l’avevo vista entrare, non sapevo.

- Non si preoccupi, non fa niente, ci sono abituato.

 

Un giorno un sudamericano chiede di parlarmi (mi ha visto a Messa), mi vuole dire solo una cosa, semplicemente che è contento. Dopo otto anni di carcere in Italia può finalmente tornare in Colombia e riabbracciare tutta la sua famiglia (anzi abbracciare per la prima volta uno dei suoi tre figli, il più piccolo che non ha mai visto). È semplicemente contento e voleva dirmelo.

Un altro giorno un uomo sui quarant’anni, poco prima che uscissi, mi chiede un favore. Gli dico di sì. Torno a casa e nei giorni seguenti cerco di farglielo, non riesco. Devo dargli la risposta, ma prima che io torni a Rebibbia lui esce. Fortunatamente riesce a mettersi in contatto con me, mi chiama al telefono e quasi disperato, è senza soldi (la pensione non può riscuoterla prima di un mese perché è bloccata), lo incontro aiutandolo per quanto mi è possibile e poi lo saluto. Chissà ora dov’è, chissà come sta vivendo, dove passa la notte, forse sotto le tettoie dietro la stazione Termini (dove l’ho incontrato) o in un altro posto all’aperto. Più volte mi sono ripetuto dentro che tutto sommato in carcere stava meglio; anche se privo della libertà aveva un letto, pur senza contatto con amici e parenti aveva qualcosa da mangiare, ed ora che è libero? Ho pensato che a volte i detenuti possono anche avere paura della libertà, che paradosso!

Il servizio in carcere non lo svolgo come semplice volontario, ma come missionario Oblato di Maria Immacolata, è una missione affidatami dalla comunità perciò uno degli scopi, se così si può dire, è poter annunciare Cristo anche a questi fratelli. Non sono solo ad operare, come è logico, ma faccio parte di un bel gruppetto di seminaristi e sacerdoti volontari. Ci sono tre cappellani a tempo pieno, e poi tutti gli altri danno la loro disponibilità, chi per un giorno alla settimana chi per due. Gli appuntamenti principali sono la celebrazione della Messa, il sabato o la domenica, e le catechesi nei mercoledì dei tempi forti (amento e quaresima) più le celebrazioni come il Natale o quelle della Settimana Santa a cui partecipano i detenuti di tutti i reparti. Ancora una volta, si rende necessario che l’azione dell’apostolo non sia fatta solo dall’alto di un pulpito ma scenda nella solitudine di una cella o nella tenue luce di una stanza per i colloqui: e qui che ce il pieno incontro con questi fratelli, è qui che ci prendiamo carico delle loro sofferenze, delle loro angosce, gioiamo delle loro speranze, è qui che l’azione di Dio si fa intensa, è qui che il rapporto si fa vero. Cerchiamo piano piano di restituire loro la dignità di persone umane, facendo loro riscoprire quella di cristiani. L’esperienza ai questi mesi in carcere" è come qualcosa che mi prende fino in fondo e mi fa sempre più scoprire la realtà del Vangelo: "...Passò di lì anche un samaritano, si fermò, si prese cura di lui...", o ancora: "...ero carcerato e siete venuti a visitarmi". E così per il resto. Avevo fame, ero forestiero, ero malato.

Ogni nostro fratello ha bisogno di una parola di conforto, di un po’ d’amore. Essere cristiano significa semplicemente porgere una mano a chiunque te la chiede, e anche a chi non ha né forza né coraggio di chiedertela. Tutto questo potrebbe sembrare difficile, se non impossibile, anch’io potrei trovare qualche buon alibi: chi me la fa fare a perdere due pomeriggi la settimana, forse è meglio stare sui libri, visto che gli esami sono vicini, forse mi devo riposare un po’ perché altrimenti mi esaurisco. Ma in fondo, che me ne importa, questo ho da fare, questo mi chiede Gesù, io gli ho detto sì con gioia e allora perché voltarsi indietro o, peggio, dall’altra parte?

 

 

Un invito a cena

Non siamo proprio nel quartiere più in della Capitale, le vie colme di negozi dalle vetrine super illuminate sono solo un ricordo cinematografico, il pianerottolo davanti alla porta è molto spazioso, bussiamo e aspettiamo di entrare. Appena entrati vedendo la tavola pronta, chiediamo scusa per il ritardo. Solo il tempo per un breve scambio di saluti e ci sediamo per la cena.

 

- Chi è che cucina così bene? Chiediamo con tono di ammirazione.

- Antonio! È un cuoco ben collaudato, è lui che prepara i pasti delle grandi occasioni, e quelli più gustosi. All’occorrenza anche i mariti sanno essere degli ottimi chef.

 

Siamo in sette attorno al tavolo, la famiglia è al completo, tutti si sono dati da fare per accoglierci nel migliore dei modi nonostante la loro povertà. Io sono seduto di fronte alla finestra a capo tavola, mentre Sandro è seduto dall’altra parte, non proprio davanti a me. Guardo l’orologio, sono le 19,30; fuori è buio e la serata è tranquilla, non si sente neanche il rumore del traffico caotico che infastidisce tutto il giorno. Provo una sensazione strana, certo non è la prima volta che vengo invitato a cena, però...

 

- Buono questo salame, da dove viene?

- È calabrese, ce lo hanno portato i nostri parenti che sono venuti l’altra settimana, ti piace?

- Ci avrei scommesso, ha il tipico colore del salamino piccante, è molto buono! Sandro lo finirà tutto, lui è calabrerse.

- Si, lo sappiamo, ce lo ha già detto.

 

La televisione, come un sottofondo musicale, accompagna la nostra cena.

 

- Con la lettera "e": viaggio del popolo di Israele nel deserto? ... Il nome della Panicucci? ... Il santo di Napoli? ... sbagliato! Passaparola.

 

Anche noi con un orecchio attento alla conversazione e con l’altro alla televisione rispondiamo alle domande poste ai concorrenti.

 

- Scusa, abbassa un poco il volume che non riusciamo a capire quello che diciamo.

- Sandro, a che anno sei di Teologia?

- Al terzo, perché?

- Per caso sai che santo è il trenta di aprile, il giorno del mio compleanno?

- Non importa mica studiare la teologia per sapere che santo è il trenta di aprile, basta vedere in un calendario, aspetta, dovrei averne uno delle "paoline" nel portafoglio ... è Pio, san Pio V, un papa del 1500.

 

Pietro mi guarda con l’aria di chi si sente preso in giro e dice:

 

- Sì! Un papa del 1500!

- Perché, qual è il problema? Non può esserci un santo del 1500?

- Sì! Ma non che sia un papa! ... Esistevano già nel 1500?

- Perché secondo te da quanti anni c’è il papa?

- Io credevo che fosse qualcosa di quest’ultimo secolo, invece da quanto tempo ci sono i papi?

- Dal tempo di Gesù, san Pietro è stato il primo, erano gli anni cinquanta, 50 d.C. e non 1950.

 

Scoppia una grande risata, e come un gioco cerchiamo di indovinare il santo che si festeggia nelle nostre date di nascita. È l’ora del telegiornale.

 

- Ultimatum a Milosevic, se non ritira le truppe dal Kosovo inizieremo il conflitto, dice il portavoce della Nato ... Irruzione dei Nocs in una villa bunker, arrestati due boss dopo sette anni di latitanza, erano i mandanti dell’omicidio di ...

 

- Era ora che li prendessero, dico tra me e me riuscendo a malapena a non manifestare i miei sentimenti, sono proprio dei criminali, che colpa ne aveva quel ragazzino, penso dentro di me.

 

Guardo Sandro, lui mi guarda, all’udire queste notizie nella stanza cala il silenzio, ma la cena va avanti. Antonio rompe il silenzio:

 

- Prendete tutti il caffè?

- Sì, grazie!

- Preparo la macchinetta grande, un attimo ed è pronto.

- Volevamo portare un dolce ma non ce l’abbiamo proprio fatta, scusate!

- Non fa niente, sarà per un’altra volta.

 

La macchinetta del caffè comincia a mandare segnali che è già uscito, lo beviamo con tutta la calma che richiede un buon caffè e poi ci alziamo perché si è fatto tardi.

 

- Scusate, noi dobbiamo proprio andare altrimenti perderemo l’ultima corsa della metropolitana, ora con i lavori per il Giubileo chiude alle nove e mezzo.

- Va bene, quando ci vediamo?

- La prossima settimana, anzi io un po’ più tardi perché devo andare ad Aosta per una Missione popolare.

 

Bussano alla porta ... è Massimo, un seminarista dei Rosminiani che era passato per salutare.

 

- Così questa sera ci siete voi? Bravi! Io mi sono fermato alla dieci.

- Scusa Massimo, puoi chiamare la guardia per aprirci se no facciamo tardi per la metro?

 

Dopo pochi minuti arriva l’appuntato che col suo solito sorriso ci dice:

 

- Scusate se vi ho fatto aspettare ma stavo giù con l’ispettore, per una questione urgente.

- Non fa niente, alle brutte avremmo dormito qui, tanto c’è posto, ci sono anche i letti!

 

Usciamo dal carcere e con un passo veloce ci dirigiamo verso la stazione della metro, Rebibbia. Arrivati a Termini prendiamo la linea rossa direzione Anagnina ed arriviamo a casa, al dire il vero un po’ stanchi ma pronti per una bella partita a Risiko con gli altri scolastici.

La partita si fa avvincente, Mino ha sempre la solita fortuna, con quei dadi blu si difende davvero bene ed adesso sta quasi per vincere. Mi viene in mente che nel pomeriggio Antonio mi ha chiesto di chiamare la moglie ma ... oramai è tardi, la chiamerò domani.

 

- Scusate, mi sono ricordato che devo fare una telefonata, arrivo subito!

- Pronto!

- Buonasera signora, sono un seminarista volontario al Carcere di Rebibbia, scusi l’ora, ho un messaggio da parte di suo marito.

- Non fa niente sono appena rientrata, mi dica!

- Ha detto suo marito che per venerdì prossimo è confermata l’aria verde (possibilità di stare con i familiari per due o tre ore) dalle nove a mezzogiorno.

- Grazie, gli dica che verremo tutti, porto anche i bambini, almeno festeggiamo insieme il suo compleanno.

- Sa che questa sera ci siamo fermati a cena nella sua cella?

- Ah sì? E come cucina?

- Bene! È un bravo cuoco signora.

- Quando torna a casa farò cucinare a lui, me lo saluti tanto quando lo vede, grazie e gli dica che gli voglio bene.

- Va bene signora, glielo dirò volentieri, buonanotte.

 

Ora la giornata è veramente terminata ed anche la partita a Risiko!