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Betlemme: l'Herodion e la grotta della natività

Frédéric Manns
Jerusalem 15-12-2001

A tutti è presente l'immagine del Santo Padre che pregava in silenzio nella grotta della natività di Betlemme durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Il messaggero della pace aveva intuito che se gli uomini non danno gloria a Dio non vi sarà pace sulla terra.

A tutti è presente l'immagine della tomba di Rachele, a due passi da Betlemme, trasformata in fortezza e centro di tante lotte durante l'ultima intifada. Rachele piange i suoi figli, oggi più di ieri. A tutti è presente l'immagine del check point di Tantur dove la popolazione palestinese umiliata, ma piena di dignità, aspetta ogni giorno ore per poter portare a casa il pane quotidiano. Betlemme: la casa del pane...

In questo contesto drammatico rileggiamo la scrittura, fonte di vita e di speranza: "E tu Betlemme di Efrata, così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele" (Mich.5,1). Così il profeta Michea accende la speranza messianica nel dominatore, di Israele, colui che ristabilirà la giustizia e la pace. In contrasto con l'attesa trionfalistica nella Santa Gerusalemme, la modestia del piccolo villaggio giudaico è segno della predilezione di Dio per i piccoli ed i poveri. Betlemme rimane ancora oggi il caposaldo della nostra fede.

La stessa opposizione tra forza e povertà si ritrova all 'epoca di Gesù. Accanto al piccolo villaggio di David c'è il palazzo-fortezza di Erode. La forza militare e l'indigenza. Come non pensare al piccolo David che si troverà un giorno di fronte al gigante? Come non pensare ai pastori primi evangelizzati dall'angelo?

Nel Protovangelo di Giacomo vengono menzionati la grotta e la mangiatoia. Anche S.Giustino nel suo "Dialogo con Trifone" 78 cita il luogo del parto di Maria e nuovamente la mangiatoia. La memoria cristiana ricorda questo fatto: Dio si fa uomo affinché l'uomo possa diventare Dio. Il Figlio di dio viene adagiato in una mangiatoia. La vocazione dell'uomo non è l'animalità ma quella di essere divinizzato.

A Betlemme vivono le comunità cristiane, cattolica, ortodossa ed armena, in una convivenza a volte difficile e sofferta, ma sempre preziosa. Il Santo Padre nel suo incontro con gli Ordinari di Terra Santa ha ripetuto la sua preoccupazione per le pietre vive, per i cristiani di questa terra che conoscono la sorte del loro Maestro. A tutti loro viene proclamato il messaggio dell'angelo:"Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore" (Lc 2, 10-11). Israel e i Musulmani attendono il Salvatore. Rifiutano Gesù in nome della trascendenza di Dio. Un Dio non si può abbassare a questo punto. Ma chi rifiuta il messaggio di Betlemme - cioè che l'uomo è chiamato ad essere divinizzato- fa l'esperienza che l'uomo può diventare una bestia per il suo fratello. I fatti recenti lo dimostrano.

La gioia annunciata dall'angelo non è qualcosa che appartiene al passato. È una gioia di oggi, dell'oggi eterno della salvezza di Dio, che comprende tutti i tempi, passato, presente e futuro. Siamo chiamati a comprendere più chiaramente che il tempo ha un senso perché qui l'Eterno è entrato nella storia e rimane con noi per sempre. Le parole di Beda il Venerabile esprimono chiaramente questo concetto: "Ancora oggi, e ogni giorno sino alla fine dei tempi, il Signore sarà continuamente concepito a Nazareth e partorito a Betlemme" (In Ev. S. Lucae, 2; PL 92, 330). Poiché in questa città è sempre Natale, ogni giorno è Natale nel cuore dei cristiani. Ogni giorno siamo chiamati a proclamare il messaggio di Betlemme al mondo - "la buona novella di una grande gioia": il Verbo Eterno, "Dio da Dio, Luce da Luce", si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1, 14).

Betlemme non deve essere solo meta di pellegrinaggi e di studi, non deve rimanere un "cimelio" storico, ma il segno tangibile della nostra fede e del nostro credo che testimoniamo giorno per giorno con la nostra vita e la nostra preghiera.

Giovanni Paolo II prima del grande Giubileo pregava cosi. "O Bambino di Betlemme, Figlio di Maria e Figlio di Dio, Signore di tutti i tempi e Principe della Pace, "lo stesso ieri, oggi e sempre" (Eb 13, 8): mentre avanziamo verso il nuovo millennio, guarisci le nostre ferite, rafforza i nostri passi, apri il nostro cuore e la nostra mente alla "bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge" (Lc 1, 78). Amen". La preghiera rimane sempre valida. Cosa abbiamo fatto del Giubileo?

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Created / Updated Wednesday, December 19, 2001 at 18:16:01 by John Abela ofm
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