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LA BASILICA OGGI

  
Malgrado le ripetute distruzioni, malgrado i rabbini ed i Romani, gli Arabi e gli Egiziani, malgrado la durezza del dominio turco, durato ben 400 anni, malgrado il non eccessivo interesse, soprattutto negli ultimi tempi, delle potenze cattoliche per questo come per tutti i Luoghi Santi, malgrado il logico incalzare dell'Islam, il culto cristiano non è mai scomparso da Betlemme. Anzi si può dire che è fiorito tra le avversità come l'erica tra le roccie.

Abbiamo osservato che qui oggi non ci sono santuari splendidi, niente che ricordi le cattedrali di Burgos o di Chartres, di Colonia o di Ely. Vogliamo però dire che, in compenso, troviamo qui le radici profonde di una fede che non ha mai tremato, che è tanto più persuasiva nella sua modestia, tanto più incitatrice nella sua perseveranza, tanto più esemplare nel sangue versato. Forse è questo sentimento di fede tenace che permea l'aria di Betlemme, rendendola mistica, dolce, rasserenante. Certamente è a questa fede, alimentata negli ultimi 750 anni dai Padri Francescani, più che all'oro dei principi, che andiamo debitori degli edifici sacri eretti nel corso dei secoli.

La basilica conserva anche attualmente un aspetto imponente, grazie ai poderosi muri dell'esterno ed alle dimensioni ben proporzionate ed ai colonnati dell'interno. Occorre, peraltro, quasi un atto di fede per credere che, in altri tempi, i marmi del pavimento riflettessero lo splendore dei capitelli dorati. Niente sostituisce le tappezzerie sontuose, e i globi di vetro colorato, penzolanti dalle lampade incappucciate, danno la malinconica impressione di un albero di Natale secco e spoglio. Ma, con tutto quello che ha passato Betlemme, è già molto se la basilica esiste. Visitandola, cerchiamo di ricostruire mentalmente il passato, forando i muri, quando occorre, con l'aiuto dell'archeologia e della immaginazione.

Il complesso monumentale degli edifici sacri, di cui la basilica della Natività è il cuore, copre un'area di circa 12 mila m2 , e comprende, oltre alla basilica, i conventi latino (Nord), greco (Sud-Est), armeno (SudOvest) e la chiesa cattolica di S. Caterina di Alessandria con il chiostro di S. Girolamo. L'aspetto esterno è severo, più di fortezza medievale che di luogo di preghiera. Questo è un tratto comune a tutti gli edifici religiosi antichi della Giudea, la cui origine deve essere rintracciata nella necessità di difenderli dai predoni occasionali del deserto, dai periodici invasori e dai monaci fanatici. Le costruzioni appartengono a tempi diversi ed è arduo per gli studiosi il poter rintracciare le trasformazioni avvenute durante i secoli, anche perché mancano piante che diano una veduta generale delle costruzioni nelle varie epoche: sebbene antiquati, le piante ed i disegni di B. Amico (1596) sono tuttora gli unici.

Gli scavi compiuti nel 1932 (atrio) e nel 1934 (interno della basilica), diedero origine a varie interpretazioni (W. Harvey, E.T. Richmond, H. Vincent, R.W. Hamilton). Nel 1947 il P. Bellarmino Bagatti, ofm, fu incaricato dalla Custodia di Terra Santa di studiare i risultati archeologici derivanti dai lavori di restauro del chiostro di S. Girolamo. Dato che le trincee aperte per esplorare il sottosuolo, avevano portato alla luce importanti resti precrociati, P. Bagatti analizzò in dettaglio tutto il materiale archeologico allora disponibile circa la basilica ed il sistema di grotte sottostanti. Le conclusioni cui egli è pervenuto differiscono dalle precedenti interpretazioni. Le note che seguono rispecchiano i risultati degli studi di P. Bagatti, che sono attualmente i più completi ed i più approfonditi.

Alla basilica, e quindi alla grotta della Natività, si accede da un atrio, lungo 42 m. e largo 30. Anticamente, sul lato ovest, dove l'atrio sbocca sulla piazza del paese, esisteva un muro con una grande porta, residuo dei tempi bizantino e crociato. Sugli altri lati l'atrio è limitato dagli edifici armeni, dalla basilica stessa e da edifici privati. Nel 1906, durante la erezione della cancellata del cimitero greco, che si trovava lungo il lato nord dell'atrio, venne alla luce un muro e, nel 1932, lavori di scavo ne rinvennero altri. Per non intralciare l'accesso alla chiesa, tutto venne interrato. Gli archeologi riconobbero i muri esterno e interno di cinta dell'atrio giustinianeo e un muro trasversale che divideva l'atrio in due sezioni. L'esistenza di un doppio atrio è unica e si deve pensare ad un qualche scopo, peraltro non chiaro. Inoltre, nell'area delle due sezioni esistevano altri muri che venivano a formare due recinti. Causa questa disposizione eccezionale, fu difficile distinguere il lavoro di Costantino da quello di Giustiniano. Oggi, ai piedi del muretto che delimita il lato nord dell'atrio, vediamo gli stilobati del muro di cinta interno giustinianeo. Durante gli scavi, nel muro nord vennero trovati degli anelli di metallo: il mercato, in tempo indeterminato, aveva invaso l'atrio e agli anelli i beduini, venuti per rifornirsi, legavano le bestie.

Se, all'inizio dell'atrio, voltiamo le spalle alla facciata e guardiamo verso il paese, vediamo, al di là di Sahet el-Mahed (Piazza della Mangiatoia), una strada, che sale sulla collina, attualmente chiamata Ras Iftès. Essa segue il tracciato del cardo decumanus romano e conduce al quartiere più vecchio di Betlemme. Questo ci conferma che il Bambino venne alla luce in un posto situato nei pressi del villaggio, non dentro.

Guardando la facciata, vediamo alla nostra sinistra una finestrella lunga e stretta, una specie di feritoia: essa si apre nella cappella inferiore di un antico campanile.

Il P. Bagatti, basandosi sugli elementi a disposizione, ha potuto concludere che, in antico, esistevano in effetti due campanili, a sinistra ed a destra della facciata. Le indagini si sono svolte soltanto in corrispondenza del campanile nord-est, dato che era impossibile effettuare lavori nell'altro angolo, dove si eleva il massiccio convento armeno. La ricostruzione, in parte ideale e fatta sul modello di altri campanili del tempo, mostra che si trattava di un campanile a sezione quadrata, con 4 o più vani sovrapposti, ciascuno dei quali racchiudeva una cappella. La guglia ricalca campanili simili.

Questa ricostruzione conferma le parole dei pellegrini medievali Gabriele Capodilista (1458), Santo Brasca (1480) e Bernardino Di Nali (1492), i quali definiscono il campanile "mirabile e subtilmente lavorato". Esso quindi, non può essere identificato con il massiccio torrione crociato che si trova nel cortile, in prossimità dell'abside sud.

Le campane furono tolte nel 1452, per ordine di Maometto II - se pur non un secolo prima - e, secondo la tradizione, interrate nel convento francescano.

Nel 1863, scavi fatti in prossimità della cucina del convento francescano, portarono fortuitamente alla luce, oltre a vari oggetti di culto, tre campane; nel 1906, quando vennero gettate le fondamenta di Casa Nova, se ne trovarono altre 13. Le diverse dimensioni, le diverse note, fanno pensare che si trattasse di un vero e proprio concerto di campane e,. Sulla campana più piccola si legge l'iscrizione 'Vox Domini'.

Le cappelle del campanile erano decorate con dipinti. Di questi restano oggi varie figure nella cappella inferiore, mentre in quella superiore non vediamo che poco intonaco. Le pitture, restaurate nel 1950, rappresentano, nell'abside, nostro Signore benedicente, con ai lati il Battista e la Vergine; sulla volta presso il muro est, il trono pronto per il giudizio, posto davanti alla croce con doppio braccio; sul pilastro nord e sulle volte, figure di santi, di apostoli e la Vergine con il Bambino.

All'ambiente inferiore del campanile si arriva passando per la cappella di S. Elena, alla quale si accede dal chiostro di S. Girolamo (angolo sud-ovest), oppure direttamente dalla basilica, attraverso la piccola porta di comunicazione tra questa ed il chiostro (entrando, a sinistra).
Passiamo quindi al nartece. in periodo crociato, il grande nartece di Giustiniano fu suddiviso, ai lati, con mezzanini ed oggi è praticamente sparito sotto una serie di vani informi. Esistevano tre grandi porte di accesso; le due laterali sono ora nascoste rispettivamente da un barbacane posteriore al XVI sec. e da costruzioni armene. La porta centrale, il cui architrave giustinianeo è ancora visibile, nel Medio Evo fu rimpicciolita e sagomata a sesto acuto. Quindi al tempo dei Turchi, fu ridotta a quella specie di buco che tuttora resta. La prima riduzione fu resa forse necessaria da lavori di consolidamento, mentre la seconda fu fatta per evitare che la chiesa venisse trasformata in una stalla. Resti del nartece costantiniano sono stati reperiti nell'interno della basilica e quindi interrati. Indicativamente si trovano lungo l'asse che congiunge le seconde colonne.
La facciata termina con un timpano, ed ha tre porte, in corrispondenza di quelle del nartece. E' aperta solo quella centrale. Esistono tuttora resti della grande porta lignea, fatta e regalata alla chiesa nel 1227 da due Armeni. Gli arabeschi floreali che l'adornano, sono tipici dei secoli X-XIII ed hanno una eleganza del tutto particolare. In alto, sui battenti, si vedono due iscrizioni, una in armeno, l'altra in arabo. La prima dice:

"Questa porta, con l'aiuto della Santa Madre di Dio, fu fatta nell'anno 676 dalle mani di Padre Abramo e di Padre Arakel, al tempo di Hetun, figlio di Costantino, re d'Armenia. Dio abbia misericordia delle loro anime". La seconda: "Questa porta fu ultimata con l'aiuto di Dio (Allah), che sia esaltato, al tempo del nostro signore il sultano Melik el-Muaddem, nel mese di Moharram dell'anno 624". Entrambe le date, secondo i rispettivi calendari, corrispondono al 1227 d. C.

La facciata, in un tempo non determinabile, sostenne forse una specie di loggia o di grosso cornicione, come si può dedurre dalla serie di buchette cieche sopra le quali, per tutta la larghezza, corre un incavo. Per la costruzione sono state impiegate pietre malaki (di grana dura) di varie dimensioni; nell'interno, fino ad una certa altezza, esse mostrano ancora i segni delle grappe che anticamente sostenevano le lastre dì marino che rivestivano completamente le pareti. La facciata costantiniana si trovava un po' più ad Est di quella attuale.

Si entra quindi nella basilica. La lunghezza totale dell'edificio è di 53.90 m., la larghezza totale delle navate è di 18.20 m. (la navata centrale misura 10.25 m, mentre le due laterali insieme misurano 7.95 m.). Nel transetto la larghezza è di 35.82 m.

Nella navata sud si trova il fonte battesimale. Si tratta di una vasca monolitica, ottagonale all'esterno e a quadrifoglio nell'interno, per la quale, come per le colonne, è stata impiegata la pietra rosa del paese. Anticamente doveva però esistere un vero e proprio battistero e gli archeologi ne hanno trovato le traccie all'esterno della basilica, nell'angolo sud-ovest, sopra una cisterna. Questa localizzazione, a prescindere dai reperti, corrisponde bene anche all'antico rito battesimale: il battezzando arrivava dall'esterno, riceveva il battesimo e passava quindi nella basilica. Oggi si può vedere il vano, con resti giustinianei e crociati, nella cappella detta di S. Elena, vicino all'ambiente inferiore del campanile. A un livello più profondo, nella cisterna vera e propria, esiste un arco costantiniano.

I muri nord e sud sono simili, per struttura, a quello della facciata. Nel muro nord si apre una porticina (a sinistra entrando) che conduce al chiostro di S. Girolamo.

Dall'andamento dei ricorsi e dalla mancanza di attaccature si deve ritenere che i muri della triconca siano stati costruiti contemporaneamente a quelli delle navate. Le pietre sono tutte malaki, squadrate e lavorate a pettine e a denti. Lo spessore dei muri absidali è superiore a quello dei muri di raccordo.

La basilica giustinianea doveva essere a forma di croce latina, come osserva l'abate Daniele (1106-7). Se ne ha la conferma guardando dall'alto i muri che sovrastano la navata centrale e i pilastri dentro la triconca. Alcune finestre del muro sovrastante la navata centrale e del transetto sono state chiuse, probabilmente per motivi di stabilità, motivi per i quali i Crociati rinforzarono le estremità delle navate con due coppie di archi a sesto acuto, ora sommersi da intonaco.

Dentro il nartece, le navate e la triconca esiste tutta una serie di muri interrati appartenenti alla primitiva costruzione costantiniana. Gli scavi compiuti sinora hanno permesso uno studio soltanto parziale.

I muri dentro il nartece sono di blocchi squadrati rozzamente, e risalgono al tardo periodo romano, e al periodo bizantino. Altri scavi hanno rivelato l'esistenza di due gradini appartenenti, forse, all'atrio di Costantino. Il muro dentro le navate corre parallelo alla facciata attuale, ed ha tre porte, delle quali sono rimaste soltanto le soglie; di fronte a queste, due gradini, simili a quelli ritrovati nel nartece.

Nell'abside nord, è interrato un muro costantiniano circolare, formato da pietre lavorate a denti, con un raggio interno valutabile sui 9 m. Si nota quindi la continuazione del muro nord e l'esistenza di un altro muro parallelo più largo. Il ritrovamento di altri frammenti ha indotto inizialmente gli archeologi a pensare all'esistenza di un santuario ottagonale. Questa ipotesi è stata successivamente scartata per due motivi: primo, lo spessore dei muri varia abbastanza notevolmente, il che non permetterebbe ad una struttura sporgente di stare in piedi; secondo, non esistono altri esempi di chiese che terminino con un santuario ottagonale. La soluzione più naturale è quella di un'abside poligonale, fiancheggiata da due sacristie, soluzione che si trova spesso nell'architettura sacra del IV sec., sia in Terra Santa che altrove. Si spiega così l'osservazione di S. Girolamo: i fedeli dalla chiesa, vedevano il clero nel coro, cosa impossibile in caso di un santuario ottagonale.

Nell'ambito del così detto ottagono sono stati rinvenuti resti di scalini paralleli, nella parte esterna, ai muri dell'ottagono, che portano a un muro circolare. L'area interna del muro circolare è riempita a calce. Alcuni studiosi hanno pensato che si trattasse di un oculus artificiale, ora chiuso, dal quale i fedeli potevano vedere la grotta della Natività, senza entrarvi. Dato che l'ottagono non è situato esattamente sopra la grotta, ed è più grande della grotta stessa, gli studiosi più moderni suggeriscono di poter sicuramente scartare questa prima ipotesi. Altre considerazioni corroborano questa conclusione. L'oculus è un motivo sconosciuto nell'architettura del tempo di Costantino; non esistono altri esempi nelle chiese della Palestina, dove tante sono le grotte venerate; la sua presenza, qui, verrebbe ad eliminare l'altare, il che non è ammissibile, a causa della liturgia che si svolgeva nella basilica, né documentato. Anzi possiamo dire che è documentata la non-esistenza di un oculus, perché nessuna cronaca ne parla, nemmeno per inciso. Nei muri esiste una serie di fori che ha fatto pensare ad una antica balaustra: non si tratta, peraltro, dei fori di una ringhiera di protezione intorno all'apertura, bensì di fori in cui erano infissi i sostegni di un ciborio metallico, che serviva da decorazione all'altare. Questo è un motivo comune alle chiese del IV sec. ed anche vicino al Presepio esiste una colonnina superstite dell'antico ciborio.
Entrando nella basilica si vedono alcune botole di legno: esse servono a proteggere i resti del pavimento musivo costantiniano. Fna foto, fatta al momento degli scavi nel 1934, mostra la disposizione di tali resti nella navata centrale, dove si trovano a 75 cm. circa sotto il pavimento attuale. Nelle navate laterali non sono stati reperiti che minuscoli frammenti.

Passata la porta armena, si incontra il primo campo: un enorme tappeto largo quanto l'intera navata centrale, lungo quasi un terzo. La parte di mezzo, costituita da nastri intrecciati, è circondata da una fascia di foglie di acanto, quindi da una seconda fascia con circoli annodati e da una terza fascia, molto stretta, a dentelli circolari. Questa decorazione, che è la più bella della navata, è visibile nell'angolo nord-ovest 1 colori delle tessere danno un pregio particolare a questo mosaico: oltre al bianco, varie sfumature di turchino, verde, rosso, giallo, grigio, porpora. Osservando la fascia di foglie di acanto, si vedono tra le volute un limone, due piccoli fiori (nell'angolo), due melagrane, un cocomero, due pere, un popone. Le foglie, molto dentellate, mantengono una notevole plasticità.

Seguono sei campi che occupano il resto della navata, disposti a coppie su tre file. Essi sono formati da differenti disegni geometrici. Nei due primi, nastri continui formano motivi di svastiche; negli altri quattro un cerchio centrale è variamente ornato. Intorno ai sei campi corre una cornice con nastri intrecciati.

Si mostra un piccolo pannello posto alla base dei tre scalini, verso nord. In esso gli uncini di una svastica centrale sono campiti con quattro motivi geometrici, mentre nel centro si ha l'iscrizione greca IXThYC. Si tratta delle iniziali delle parole greche: "Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore", che formano la parola greca 'pesce'. E', questo, uno dei più antichi simboli cristiani. La posizione della iscrizione, così vicina alla primitiva scala della grotta, non sembra essere casuale.

Nell'abside nord esistono altri resti, ad un livello di 31 cm. più alto di quelli della navata. Essi mostrano nastri intrecciati che formano medaglioni circolari od ottagonali, con disegni geometrici, piante ed animali. Si notano un gallo che becca un grappolo d'uva, una pernice posata su un ramo. Le piume sono rese con linee parallele, senza chiaroscuro.

Un altro campo ha una fascia formata da cornucopie dalle quali escono un grappolo, un uccello su un rametto, melagrane, fiori. La fascia circonda un tappeto di nastri intrecciati; gli spazi liberi sono ornati da foglie, messe per diagonale, che formano croci.

Su questo pavimento, musivo, che poggia direttamente sul fondo roccioso, si stendeva il pavimento di marmo della chiesa giustinianea, rifatto poi dai Crociati. Nelle absidi sono state ritrovate lastre quadrate di due misure (60x80 e 72x72 cm.); nello spazio est tra le absidi, alcuni lastroni erano lunghi anche 167 cm. Questi marmi, bene intonati con la grandezza delle pietre dei muri, mostravano lungo il lato appoggiato alla parete, un incavo nel quale posava il rivestimento marmoreo parietale. Di questo pavimento non restano traccie visibili. Il pavimento attuale delle navate, composto di lastre rozze che contrastano con le colonne, è stato rifatto nel 1842. Il presbiterio è lastricato con marmo e pietre rosse e nere locali.

Quattro colonnati di 11 colonne ciascuno, dividono il vano in cinque navate e un transetto. Le colonne, monolitiche, sono alte da terra all'architrave 5,47 m. Esse sono posteriori al pavimento musivo, che è stato rotto al fine di far poggiare le fondazioni delle colonne su terreno solido.

1 capitelli corinzi sono tutti eguali, con tre ordini di foglie di acanto simmetriche e staccate; il gusto è classico ma l'esecuzione risente già del nuovo gusto artistico che si evolve verso l'espressione bizantina. I fusti, di pietra rosa locale, sono leggermente rastremati. Le basi attiche sembrano un poco sproporzionate, anche perché la loro linea è stata alterata dall'aggiunta del pavimento attuale, che ha rialzato il fondo.

Tra le file di colonne che separano le varie navate, vediamo in alto trabeazioni di legno, con tondi composti di foglie di acanto, deteriorate e tarlate. Le trabeazioni hanno funzione ornamentale; i muri superiori ed il tetto posano su archi di scarico, disposti tra le colonne, nascosti dall'intonaco.

Le colonne ed i capitelli attuali sono tutti di epoca bizantina. E' impossibile, infatti, pensare a parziali rifacimenti di elementi anteriori, data l'assoluta omogeneità della lavorazione delle une e degli altri. Le colonne, i capitelli ed altro materiale della chiesa primitiva possono essere stati utilizzati in altri edifici della zona. Durante gli scavi effettuati al Campo dei Pastori (1951-52) sono state reperite pietre provenienti di certo dalla basilica costantiniana.
Sulle colonne si vedono traccie di encausti. Trascurate durante i secoli, queste pitture a cera calda sono state studiate solo a partire dalla fine del 1800. Anche in questo caso, le cattive condizioni rendono ogni esame molto difficile. La distribuzione dei soggetti non segue uno schema organico. Si tratta, comunque, di una serie di santi. Troviamo, per citarne soltanto alcuni, i santi Macario, Antonio, Leonardo, Cosma, Damiano, Canuto re di Danimarca, Olav re di Norvegia, Stefano, Giovanni il Battista, Margherita, Fosca. Nella serie di santi sono intercalati encausti con la Vergine che allatta, la Crocifissione, la Vergine con Bambino. Notiamo in particolare nella navata laterale sud, sulla quinta colonna a partire dalla facciata, l'Immagine della Madonna seduta sul trono con il Figlio di braccio. In basso ed in alto, due iscrizioni latine che, integrate e tradotte, dicono rispettivamente: "Vergine celeste da' consolazione ai mesti" e "Figlio che sei vero Dio ti prego di aver misericordia di questi devoti". E' chiara anche la data: "Nell'anno 1130 dell'Incarnazione, 15 maggio".

Probabilmente tutti questi dipinti risalgono al XII sec. come dimostrano la scelta di soggetti occidentali ed orientali e lo stile quasi esclusivamente bizantino. Sulle colonne, oltre alle figure ad encausto, si vedono numerosi graffiti di pellegrini, in particolare del tardo Medio Evo e del primo Rinascimento (firme e stemmi nobiliari).

Sopra il colonnato dei muri nord e sud, e nella parte alta del transetto vediamo alcuni metri quadrati di mosaico: sono i testi dei mosaici parietali crociati. Il deplorevole stato di conservazione e l'impossibilità, quindi, di riprendere delle buone fotografie, rendono l'esame di questi pannelli estremamente difficile.

Questa è la disposizione dei mosaici della navata centrale: in altro, tra le finestre, angeli; nel mezzo, pannelli che rappresentano vari concili; in basso, gli antenati del Redentore. Tra le teorie, fascie di foglie di acanto. Delle 24 figure di angeli che formavano la prima teoria, 12 per lato, soltanto 6 sono oggi visibili, incompleti nella parte inferiore, sul muro nord. Gli angeli hanno aspetto femminile, con tuniche e treccie lunghe, e sono disposti in processione, con le mani protese in gesto rituale verso l'abside: è il coro degli angeli venuti ad adorare il Bambino nella grotta. Tra l'ottava e la nona finestra si può vedere il nome dell'artista, Basilius Pictor.

Partendo dalle descrizioni di P. Quaresmi e dai successivi completamenti, si può dire che i pannelli sottostanti ricordavano 7 Concili Ecumenici (Nicea, 325; Costantinopoli, 381; Efeso, 431; Calcedonia, 451; Costantinopoli II, 553; Costantinopoli III, 680; Nicea II, 787), 4 Concili Provinciali (Ancira, 314; Antiochia, 272; Sardica, 347; Gangres, IV sec.) e 2 Sinodi (Laodicea, IV sec.; Cartagine, 254).

Tra la quinta e la sesta finestra (muro nord) vediamo resti dei pannelli di Gangres, Sardica e Antiochia, mentre resti dei pannelli di Nicea, Costantinopoli, Calcedonia ed Efeso sono visibili sul muro sud.

Tutti i pannelli dei Concili Ecumenici seguono uno schema simile: due archi inquadrano due altari, su ciascuno dei quali posa un vangelo. Le colonne che sostengono gli archi, sono sottili, complete di capitelli e di basi. In ciascun pannello, vicino all'altare di destra, c'è una coppia di candelieri con candele, mentre sopra l'altare di sinistra pendono due turiboli. Nello spazio libero, sopra gli altari, trovano posto le iscrizioni in lettere nere, che riassumono le decisioni prese in ciascun Concilio. Lo sfondo è d'oro, salvo quello delle iscrizioni, che è d'argento. 1 Concili Provinciali e i Sinodi sono rappresentati secondo un altro schema: chiese con cupola e campanili, una triplice arcata in primo piano, tetto e muri resi secondo la prospettiva convenzionale bizantina. Sopra la cupola, il nome della città. Le iscrizioni, poste entro l'arco centrale, sopra un altare, sono in lettere nere su fondo oro.
Tra un pannello e l'altro, composizioni fantastiche, di effetto bellissimo seppure un po' caricato, che vengono chiamate candelabri e viticci.

Tra i pannelli dei Concili, due grandi croci gemmate, segnavano il punto mediano della Basilica. Le gemme sono di varie dimensioni, più grandi al centro, più piccole nei quattro bracci. Una delle due croci, visibile in parte sul muro nord tra i pannelli di Gangres e di Sardica, ha per sfondo un albero che si separa in due, quasi per darle maggior risalto.

Nella teoria inferiore troviamo infine gli antenati di Gesù, disposti sul muro nord secondo la genealogia di Luca e sul muro sud secondo quella di Matteo. Si tratta di figure a mezzo-busto che fanno da piedistallo ai pannelli dei Concili. Restano oggi, sul muro sud, l'iscrizione sotto la figura di S. Giuseppe e sette busti discretamente conservati (Giacobbe, Matan, Eleazaro, Eliud, Achim, Sadoch e Azor).

Questi mosaici, sebbene ci siano pervenuti in cattivo stato ed a brandelli, tuttavia mostrano sufficientemente i caratteri fondamentali del momento artistico, che ha i suoi esemplari migliori nei mosaici contemporanei della Sicilia (Monreale, Palermo, Cefalù).

Sul prospetto interno della facciata esisteva un grande mosaico con l'albero di Iesse: i rami si intrecciavano intorno alle figure di vari profeti, i quali tenevano in mano rotoli con versetti delle profezie. Di questo mosaico non abbiamo traccie.

Nel transetto parte nord, il pannello dell'incredulità di S. Tommaso è conservato meglio di tutti gli altri. Al centro, il Redentore prende per un braccio l'incredulo; ai lati gli apostoli formano due gruppi molto movimentati. Il mosaico dell'Ascensione mostra al centro la Vergine con ai lati angeli e apostoli. Della Trasfigurazione resta solo una figura, in basso. Nel transetto sud, l'entrata di Gesù in Gerusalemme rappresenta il Salvatore montato su un asino, seguito dagli apostoli, e persone che gli vanno incontro portando in mano rami di palma.

A nord del coro si trovano due altari dove officiano gli Armeni, uno dedicato alla Madonna, l'altro ai Magi. A sud del coro, un altare greco ricorda la Circoncisione.

Nel transetto si aprono due porte. Una (abside nord) conduce alla chiesa di S. Caterina; l'altra (abside sud), ricavata da una finestra, porta al cortile del convento greco. Di qui si vede la massiccia torre di guardia del tempo crociato, la cui parte superiore deve essere caduta prima del 1596, perché B. Amico disegna il torrione già mozzo, con il cornicione rifatto.

L'iconostasi greca, che vediamo all'altezza del transetto, risale al 1764 e fu dorata nel 1853. E' di legno intagliato, ben proporzionata, con le tre porte rituali. E' divisa longitudinalmente in tre sezioni; in quella centrale, sopra la cornice, vi sono 14 pannelli con scene evangeliche dipinte in stile bizantino. Nel complesso è un notevole lavoro di artigianato. Davanti all'iconostasi vediamo diversi candelieri. I due più grandi, alti quasi due metri, furono fatti a Norimberga nel 1667 per conto del proigumeno Beniamino.

La basilica costantiniana aveva forse un tetto di tegole rosse o di piombo. Il tipo di copertura che vediamo oggi, a capriate scoperte, risale con tutta probabilità al tempo di Giustiniano.

In tempi molto antichi la pietà dei fedeli creò delle leggende connesse con il luogo della Natività. La più antica è quella relativa alla stella dei Magi; il concetto si riallaccia alle grotte lucide. Il primo a parlarne è S. Gregorio di Tours (VI sec. - ELS p. 126): "In Betlemme vi è, poi, un gran pozzo da cui si dice che la gloriosa Maria abbia attinto acqua, dove si mostra spesso un famoso miracolo a chi guarda, vale a dire che ai mondi di cuore comparisce la stella che apparve ai Magi. Ai devoti cioè che vengono e si appoggiano alla bocca del pozzo e si coprono la testa con un panno. Allora colui il cui merito e grande, vede passare sull'acqua la stella da una parte all'altra del pozzo, come le stelle sogliono attraversare il cielo. Molti vi guardano, ma si vede solo da coloro che sono di mente più sana. Ho visto alcuni che asserivano di averla vista…".

Nel giro di mille anni la localizzazione era stata modificata ed il pozzo era posto nell'angolo sud-ovest della grotta. A. Contarini (1516 - Ms nella Marciana dì Venezia) riferisce: "Et in lo ingresso de ditta Capella a mano sinistra in lo cantone è lo loco dove disparve la stella a li Magi quanto hebbono ritrovato il dolce fanciullo Iesu. Et sina al presente ge uno forame in uno saxo di quello medemo loco".

Oggi, a ricordo di questa leggenda, resta una colonnina proprio nel luogo indicato dal Contarini, posta a fianco della Natività (a destra di chi guarda).

Un'altra leggenda antica è connessa ad una qualche bruciatura dei marmi nella quale si vedeva la forma di un serpente. La registra per primo il P. Burcardo (1283 - ELS 138, 7). Dopo aver narrato la storia del sultano che voleva portar via le colonne e che fu impedito da un serpente uscito dalle pareti, egli dice: "Rimase la chiesa e rimane fino ad oggi; così pure le vestigia del corpo del serpente appaiono fino ad oggi nelle tavole dove passò come un bruciamento fatto dal fuoco. E mirabile sembra soprattutto come il serpente avesse potuto passare per la parete che era piana e liscia come vetro".

Qualunque cosa si voglia dire di questo racconto, pure non è da dimenticare che spesso i sultani, già in quel tempo, avevano l'occhio sulla bella basilica con il desiderio di depredarla. Secondo Burcardo, questo leggendario sultano "vedendo nella chiesa quell'ornato e le tavole e le colonne tutte molto preziose", aveva ordinato di toglierle e portarle al Cairo volendo edificare un suo palazzo.

Nelle venature dei marmi era vista anche la figura di S. Girolamo. La ricorda P. Faber (1480 - Evagalorium, 1): "Guardata diligentemente e curiosamente risulta una immagine di vecchio barbato, giacente col dorso sopra una stoia, in abito di monaco defunto e presso di lui l'immagine del leone. E questa immagine non è fatta ad arte o per industria, ma prodotta dalla sola pulitura senza l'intenzione di chi la pulì… Dicono però che ciò sia fatto per l'intenzione divina per la precipua santità del glorioso Girolamo. Quest'immagine non si vede da tutti ma solo da coloro ai quali si mostra". A. Contarini (1516 - Viaggio in Terra Santa) parla della "immagine de sancto Symeone cum il dolce bambino Iesu in brazo, siccome anche in un'altra pietra posta al presepio gli è la immagine del glorioso sancto Hieronymo cosa stupenda a vedere". Zuallard (1586) ci ha lasciato un disegno della figura di S. Girolamo, nel quale tuttavia non appare il leone.

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Created / Updated November, 2005 by John Abela ofm ,E.Bermejo, E.Alliata, A.Alba, Marina Mordin
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