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LA BASILICA DELLA NATIVITA'

 Guardiamo ora la basilica, e quindi la grotta della Natività, con gli occhi di coloro che vissero a Betlemme o la visitarono nel corso dei secoli. Ciascuno scrittore contribuisce con particolari diversi alla descrizione di questi Luoghi Santi, integrando la loro storia. Grazie a queste pennellate potremo ricostruire il loro aspetto nelle varie epoche. In seguito, accompagnati dall'archeologia, scopriremo sotto le strutture e gli ornamenti attuali, le opere antiche.

I. Dal IV all'XI secolo.

Troviamo la prima testimonianza nell'Anonimo di Bordeaux (333 - Itinera Hierosolymitana), che dice: "Dove nacque il Signore Gesù, ivi è stata costruita una basilica per ordine di Costantino". Da Eusebio di Cesarea (De Laudibus Constantini, sermone pronunciato forse nel 335 per l'inaugurazione del S. Sepolcro), abbiamo conferma: la chiesa esisteva già, eretta sopra una grotta mistica, come quelle dell'Oliveto e del S. Sepolcro: "Scegliendo in Palestina tre luoghi che avevano l'onore di possedere tre mistiche grotte, (Costantino) li ornò di ricche costruzioni… Abbellì tutti questi luoghi facendo brillare dappertutto il segno salutare". Ancora Eusebio (dopo il 337, Vita Constantini) precisa: "Perciò la piissima imperatrice (Elena) ornò con magnifici monumenti il ricordo del parto della Madre di Dio, avendo cura di far risplendere in ogni maniera la grotta del parto, e poco dopo l'imperatore onorò lo stesso ricordo con offerte reali aggiungendo alla liberalità di sua madre dei vasi d'oro e d'argento le tappezzerie ornate".
Eteria, la prima donna-pellegrina che ci abbia lasciato un diario di viaggio, parla anche dei fastosi addobbi (circa 390 - Aetheriae peregrinatio ad loca sancta): "La decorazione della chiesa in quel giorno (l'Epifania) sia all'Anastasis, che alla Croce ed a Betlemme, è superfluo descriverla. Non vi vedi altro che oro, pietre preziose e seta; quando vedi dei paramenti, sono tutti di seta tessuta d'oro; se vedi dei tendaggi, sono anch'essi di seta tessuti d'oro. Gli oggetti del culto, di ogni genere, che si tirano fuori in quel giorno, sono d'oro incrostato di pietre preziose… E che dire della decorazione degli edifici che Costantino, sotto la sorveglianza di sua madre, e avendo a disposizione tutte le risorse del suo regno, ornò di oro, di mosaici e di marmo prezioso…".

Queste notizie sono brevi ma sufficienti a farci trarre alcune conclusioni. L'edificio a piano basilicale, costruito da Costantino proprio sopra la grotta, fu arricchito da doni suoi e di Elena; la decorazione doveva essere preziosissima, probabilmente erano dorati anche i capitelli (come al S. Sepolcro); mosaici ricoprivano il pavimento; l'altare e le balaustre erano ornati di marmi. Drappi e lampade gemmate pendevano dovunque. Non disponiamo, tuttavia, di descrizioni esaurienti o tecniche, ed è possibile trarre da S. Girolamo quest'unica, scheletrica notizia: i fedeli, dalla chiesa, potevano vedere il coro dove stava il clero.

La chiesa di Costantino restò in piedi per circa due secoli. Eutichio, patriarca di Alessandria (ca. 876 - Corpus Scriptorum Christianorum Orientalium, Script. Arabici), riferisce: "E nell'anno 21 del regno di Giustiniano si ribellarono in Palestina i Samaritani e distrussero tutte le chiese e vi misero fuoco e uccisero molti cristiani e li tormentarono aspramente ed uccisero il vescovo di Naplus. Ed essendo pervenuta la notizia al re Giustiniano, egli inviò molti soldati, i quali uccisero una grande moltitudine di Samaritani. In quel tempo Pietro, Patriarca Gerosolimitano, pregò Mar Saba di recarsi a Costantinopoli per pregare l'imperatore di alleggerire le tasse ai Palestinesi. In tutto ciò lo esaudì l'imperatore ed anche in tutto quello che gli chiese, ed inviò con lui un legato provvisto di molte ricchezze ed inoltre scrisse al Prefetto di Palestina di consegnare i tributi di Palestina al legato affinché potesse fabbricare tutto ciò che il re gli aveva comandato. E ordinò al suo legato di demolire la chiesa di Betlemme, che era piccola, e ricostruire una chiesa splendida, grande e bella e che neanche a Gerusalemme ve ne fosse una più bella di questa". Tuttavia l'imperatore non fu soddisfatto dell'opera del legato, lo accusò di avere intascato il danaro e lo fece decapitare.

Il racconto sembra un po' fantastico, ma gli scavi hanno dimostrato che, a parte l'abbellimento, il fatto posa sulla verità: la basilica fu demolita e ricostruita. Secondo Eutichio la demolizione non sarebbe da attribuire ai Samaritani, ma sarebbe stata ordinata da Giustiniano, forse proprio perché l'edificio costantiniano risultava essere troppo piccolo. La nuova costruzione, infatti, oltre ad essere più lunga, nella zona absidale si sviluppava in triconca.

In una anacreontica del Patriarca Sofronio (603-604 — PG, 87/3, 3811) troviamo una descrizione entusiastica: "Entrato nel magnifico quadrilatero … esulterò di gioia. Alla vista delle colonne dai riflessi d'oro e dell'opera musiva abilmente eseguita, le nubi dei miei dolori si dissiperanno. Guarderò al soffitto le decorazioni brillanti come gli astri…". Il poeta non precisa se si tratta di cicli pittorici, o di decorazioni semplici, ma certamente figure dovevano esistere.

Ciò viene confermato da un testo del Concilio di Gerusalemme (836 - ELS - p. 130): "Quando gli empi Persiani devastarono tutte le città dell'Impero Romano e della Siria … arrivati a Betlemme videro con stupore le immagini dei Magi persiani… Per rispetto e per affezione ai loro antenati, li venerarono come se fossero stati vivi e risparmiarono la chiesa. Ella sussiste anche ai nostri giorni". I Padri Conciliari attribuivano questo mosaico alla chiesa costantiniana, ma esso più probabilmente apparteneva alla ricostruzione giustinianea.

Eutichio conferma l'esistenza dei mosaici, ed è da rimpiangere che nessun autore, pur se molti parlano con ammirazione della basilica, ci abbia lasciato una descrizione sistematica dell'edificio e degli ornamenti. Peraltro, possiamo essere certi che la basilica ricostruita da Giustiniano, presentava un aspetto fastoso, con i suoi marmi e i suoi mosaici variopinti e a fondo d'oro e d'argento. Il gusto bizantino delle decorazioni forse sembrerebbe oggi caricato, ma all'epoca l'edificio deve essere risultato un capolavoro.

II. Dal XII secolo ad oggi

In questo lungo periodo la basilica non ha subìto innovazioni strutturali; soltanto le decorazioni, in vista del decadimento, sono state a volte rinnovate. Le notizie letterarie, giunte fino a noi, sono numerose, ma non dettagliate: appena nel 1596 il P. Bernardino Amico tracciò piante e disegni degli edifici sacri betlemiti.

Possiamo desumere che la basilica aveva uno o due campanili, da un primo accenno fatto nel 1322 da G. de Maundeville. Sfortunamente questo pellegrino non è stato troppo chiaro e quindi non permette una localizzazione precisa. Il mercante lombardo-veneto, Bernardino Di Nali (1492 - La peregrinazione a Gerusalemme), ci dice: "Appresso ha un meraviglioso campanile con grande arte et ingegnio lavorato…", ma anche egli non specifica l'ubicazione. P. Felix Faber (1480-3), ci informa che i Saraceni non permettevano ai Cristiani né campane, né campanelli, tanto che i religiosi avevano dovuto rimuoverli perfino dal S. Sepolcro.

Il pellegrino russo, l'abate Daniele (1106-7), ricorda tre porte di accesso, ma non ne indica la posizione. Nel XVI sec. ve ne erano sicuramente due (pianta di B. Amico), e la notizia è confermata dal P. Quaresmi (1628): una porta grande a Ovest ed una piccola a Nord, che comunicava con il convento francescano.

La copertura, forse fin dall'epoca pre-crociata, era di legno di cedro a capriate scoperte. Tale struttura è rimasta fino ad oggi. Si ricordano almeno due rifacimenti completi, uno del 1480 (P. Giovanni Tomacelli), l'altro del 1671 (a cura dei Greci), oltre alle riparazioni del 1607 e del 1617 (a cura dei Frati Minori).

Ludovico de Rochechouart (1461) lamenta le tristi condizioni del tetto: "I Saraceni non vogliono permettere né di riedificare, né di riparare, così è un miracolo del Piccolo che ivi è nato, se resta ancora". Nel 1480 P. Faber diceva che la chiesa rassomigliava ad un granaio vuoto. ad una farmacia senza i vasi per le spezie, ad una biblioteca senza libri. Colombi e passeri volavano liberamente dentro e fuori la basilica, passando per i fori del tetto, cosa che d'altronde fanno ancora oggi. Il Custode P. Suriano (1485) riferisce il rifacimento del 1480, per il quale vennero utilizzati legno e lamine di piombo. Verso il 1596 P. Amico (Trattato), dice: "Per il qual piombo i nostri Padri patiscono molti travagli perché non ci vengono mai Giannizzari che non vogliano di questo far palle d'archibuso, il che volendo proibire i Padri, ne ricevono ben spesso bastonate et altre offese". Il Padre Gesuita Nau (1674 - Voyage Nouveau de la Terre-Sainte), parla del rifacimento greco del 1671, resosi necessario perché "il piombo, essendo portato via in molti posti dai nemici della nostra religione, la pioggia aveva fatto marcire il legno e guastare tutto".

Come ci dice Teodorico (1172), i Crociati avevano posto sul tetto, sostenuta da un'asta, una grande stella di rame dorato.

In quanto al pavimento, Daniele riferisce che la basilica aveva pavimentazione di marmo e Santo Brasca (1480 - Viaggio in Terra Santa) lo descrive "tutto di marmo bianchissimo". Il Francescano anonimo spagnolo (1553-5) - ELS - n. 155,1) specifica: "Tutto il pavimento era coperto di ottimo marmo, ma i Turchi lo portarono via tutto nel tempio di Salomone, che è la loro moschea". P. Quaresmi conferma (1628 - ELS - n. 157, 1): "Il pavimento della cappella maggiore e superiore è similmente fatto di tavole marmoree: quello della chiesa, poi, già dilapidato, è di una certa mistura di cocci pestati riuniti con la calce di colore rosso fosco". Marmi della chiesa di Betlemme possono ancor oggi essere visti nella grande Moschea della Roccia di Gerusalemme. I pavimenti attuali risalgono ai restauri fatti dai Greci nel 1842, con i quali si tentava di riparare anche ai danni causati dal terremoto del 1834, e sono di rozze lastre di pietra.

La decorazione marmorea delle pareti subì la stessa sorte di quella del pavimento. Notizia dell'esistenza dei marmi ci è data da Ludolfo di Sudheim (circa 1335), da Gretenio (1400) che li definisce di alabastro, e da P. Faber. Ma già nel 1422 comincia la depredazione (G. Poloner). G. Chesnau (1549 - Le voyage de Monsieur d'Aramov) narra che la chiesa va in rovina "a causa che i Turchi presero, e prendono ogni giorno, i marmi e le pietre che loro possono servire per arricchire le loro moschee". Al tempo di P. Quaresmi (1628) non esistevano più che le grappe di sostegno.

Dato che ne parla Daniele, è da ritenersi che già prima dei Crociati la basilica, almeno in parte, fosse ornata di mosaici parietali. Niccolò da Poggibonsi (1347 - Libro d'Oltramare) ricorda che: "Alla nave di mezzo, dallato, di sopra le colonne, si è lavorato d'opera musaica". Nel sec. XV, causa le cattive condizioni del tetto ed il fumo delle candele e delle lampade ad olio, comincia il decadimento, come attestano de Rochechouart e, 60 anni dopo, il Francescano anonimo spagnolo, Questi osserva (ELS 155, 1): "Fu anticamente il monastero e la chiesa ricchissima, tutta lavorata di musaico e con molte storie, ma ora tutto piange". Dal canonico Alcarotti (1588 - Del viaggio di Terra Santa) apprendiamo che "i Turchi tirano alle figure delle archibugiate dove non arrivano in altro modo a distruggerle". Il restauro del 1842 diede a questi mosaici il colpo di grazia. Oggi non resta che rimpiangere la sparizione praticamente totale di queste opere, immaginare l'eleganza della basilica illuminata dall'oro splendente dei mosaici, e riconoscere tristemente che l'ignoranza ha vinto l'arte.

Circa il coro, sappiamo da Nicolò da Poggibonsi che stava "a capo delle colonne, intorno al grande altare, e mostra che fosse molto grande; d'intorno è murato e ha tre porte, all'oriente e a mezzo giorno e alla tramontana; le sedie del coro sono guaste". Non si può dire se il muro, che separava il coro dall'abside, risalisse ai Crociati o fosse posteriore, ma si può pensare più ad un coro chiuso che ad una iconostasi. L'iconostasi fu creata dai Greci nel XVII sec. P. Faber dice che al coro si accedeva mediante una scala di 6 gradini; dal coro si entrava nel santuario e nel presbiterio; dal santuario altri gradini portavano all'altar maggiore.

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Created / Updated November, 2005 by John Abela ofm ,E.Bermejo, E.Alliata, A.Alba, Marina Mordin
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