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MEGIDDO. UN MOSAICO IN UNA PRIGIONE



Domenica 6 novembre è stata una giornata memorabile per l’archeologia cristiana di Terra Santa. La scoperta di un piccolo mosaico di epoca bizantina all’interno di una prigione israeliana ha fatto il giro del mondo. Mi sono trovato, anch’io, in qualche modo coinvolto in questo simpatico happening mediatico propiziato dall’entusiasmo di alcuni colleghi e amici archeologi e dalla stanchezza dei media per le tragiche notizie giornaliere che il Vicino Oriente offre in continuazione. Martedì mi sono trovato a far parte del gruppetto di esperti invitati a visionare il mosaico e a dare un parere.

E’ stato in una bella giornata autunnale di sole, che qui da noi in Terra Santa significa inizio della stagione delle piogge perciò di primavera e di verde, che siamo entrati nella prigione di Megiddo. Non è stata una delusione, anzi. Già il fatto di vedere il gruppo di prigionieri in casacca e pantaloni color marrone, quasi un saio francescano in versione moderna, i quali avevano appena terminato di pulire la loro scoperta che per un momento li ha portati alla ribalta della stampa internazionale, mi ha fatto piacere. E’ uno degli aspetti positivi di questa scoperta. Sapere che vi hanno lavorato i prigionieri che quotidianamente sono usciti dalle loro celle e si sono goduti il sole e la pioggia, il bene di cui gli archeologi vanno ricchi e fieri. In aggiunta, da questo splendido punto di osservazione appositamente scelto dagli Inglesi nel 1942 per costrurvi un posto di polizia, potevamo anche noi goderci la vista del Monte Tabor, della città di Afula a est, delle case di Nazaret a nord est, e il vicino tell di Megiddo. Un luogo ideale per un Parco Archeologico e naturale tenuto conto delle numerose rovine già notate nell’area da Gottlieb Schumacher verso la fine del XIXmo secolo che la recente scoperta ha riportate all’interesse delle Autorità Israeliane.

Non mi ha deluso nemmeno il mosaico con le sue tre iscrizioni che riscattano con i dati storici la povertà tecnica della messa in opera che il guizzo dei due pesci nel settore nord della sala non riescono a vivacizzare. Certo non mi aspettavo né la Domus Ecclesiae né "la più antica chiesa del mondo" lanciata dai giornalisti della televisione israeliana in apertura del telegiornale delle 8 di sabato sera, al termine dello shabat, del 5 novembre. Purtroppo debbo dire che non è nemmeno una chiesa! Probabilmente solo il refettorio, un bel refettorio di un possibile monastero del V-VI secolo, che da’ un senso alla prima iscrizione in greco tradotta dall’amica Lea Di Segni dell’Università Ebraica: "L’amante di Dio Aketous (una pia signora) ha offerto questo refettorio a Dio Gesù Cristo come un memoriale". Il testo usa la parola ‘trapezan’ che in greco significa tavola, mensa, ma che in un contesto monastico significa anche refettorio. Un ambiente che nelle fondazioni monastiche, per il pasto in comune che vi si svolgeva, veniva in importanza subito dopo la chiesa dove i monaci partecipavano alla sinassi eucaristica.



Un refettorio irregolare di 9 metri di lunghezza nord sud per 5 metri di larghezza est ovest leggermente spostato verso nord est diviso in due ambienti da un doppio arco a sostegno del tetto nel senso della larghezza che poggiava su un pilastro centrale. E’ stata la prima sorpresa: non un altare, ma la base di un arco! Del piedritto di ovest era restato il pulvino del pilastro, come se fosse stato riutilizzato per quello scopo. Nel pavimento due intercolumni rettangolari decorati con un motivo geometrico a mosaico di reticolo di rombi sottolineavano la separazione della sala. A sua volta, l’ambiente più piccolo meridionale era decorato con un tappeto di 2.70 metri di lunghezza est ovest, per 1.70 metri di larghezza nord sud circondato da un’ampia zona di mosaico di tessere bianche. All’interno della treccia a tre capi che circondava il tappeto, si leggevano le due iscrizioni poste specularmente sui lati con lettura verso lo spazio interno decorato con un motivo ortogonale di cerchi secanti a formare croci di fusi. Nella seconda iscrizione, in aggiunta alla signora Aketous, si leggevano in nomi di altre benefattrici: "Ricordatevi di Primilla e Ciriaca e Dorotea e di nuovo di Creste".

Il tappeto che decorava l’ambiente settentrionale di nord risultava tecnicamente più elaborato all’interno di una fascia di tessere nere per 3 metri di larghezza est ovest e 3.60 metri di lunghezza nord-sud. Una doppia fascia di triangoli dentati seguiti da una treccia a due capi circondava un motivo a scacchiera bianco e nero decorato con due pesci su fondo bianco seguito da un pannello quadrangolare decorato con un cerchio centrale all’interno di un ottagono a formare quadrati e losanghe sui lati caricati di pelte, nodi di Salomone, motivi a scacchiera, e svastiche. Sul lato settentrionale della sala, in possibile relazione con l’uscita, correva una lunga iscrizione di tre linee chiuse in un rettangolo formato da una linea di tessere nere. Il riquadro era abbellito sui lati da una palmetta e da un accenno di coda di rondine che però manca sul lato di est andato distrutto: "Gaiano e Porfirio -in Cristo- nostro fratello avendo donato dalla propria moneta ha eseguito il mosaico. Bruto ha fatto il lavoro".



La forma angolata delle lettere utilizzate nelle tre iscrizioni porta a datare il mosaico al quarto secolo. Una datazione, secondo Yotam Tepper, il giovane archeologo che ha diretto lo scavo con l’aiuto dei prigionieri, consona con le tipologie ceramiche che ha trovato schiacciate sul mosaico. Lo stile del mosaico che certamente non trova paralleli nelle poche opere finora note del periodo proposto, e il modo un po’ disordinato di scrivere il testo nelle tre linee dell’iscrizione nord non solo fanno mettere in dubbio l’alta data proposta, ma suggeriscono una datazione più tardiva. In questa direzione andrebbe anche un riesame più accurato delle tipologie ceramiche, in particolare la grande anfora a collo alto recuperata sul pavimento mosaicato nei pressi del pilastro databile al quinto/sesto secolo che non obbliga a chiudere al III-IV secolo l’esecuzione sommaria del mosaico.



A chiudere in positivo la bella giornata c’è stata, alla fine della visita, la discussione franca e aperta tra i responsabili del Dipartimento delle Antichità e i professori invitati riuniti intorno ad un tavolo in un ambiente della direzione della prigione. A parte la decisione scontata di continuare il lavoro di indagine archeologica, si prospetta, a larga maggioranza, il progetto molto più impegnativo di rimozione della prigione in favore di un Parco Nazionale per celebrare l’inserzione di Megiddo, con Hazor e Beersheba, nella lista del World Heritage Sites dell’UNESCO avvenuta a Durban il 15 Luglio 2005. Ben venuta allora anche la pubblicità degli ultimi giorni che ha scomodato i giornalisti di tutto il mondo per una notizia sensazionale frutto di un entusiasmo spiegabile e perdonabile.

Testo di: Michele Piccirillo


Vedi anche: Archeologi dicono che possono aver trovato la chiesa più antica (6.11.2005)


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Created/updated: Saturday, December 8, 2001 by J. Abela ofm / E. Alliata ofm
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