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25 marzo 2004
Conferenza del cardinale Carlo M. Martini
“Il Papiro Bodmer VIII (Lettere di Pietro)
nella nuova edizione critica”


Oggi il Cardinale Carlo M. Martini, su invito del Decano e della comunità accademica, ha presentato nell'Aula Magna “Bellarmino Bagatti” la nuova edizione, da lui curata, del papiro Bodmer VIII che contiene, oltre ad altri scritti, la Prima e la Seconda Lettera di Pietro.




SALUTO AL CARD. CARLO MARIA MARTINI
IN VISITA ALLO SBF

Eminenza,
     a nome di docenti e studenti dello Studium Biblicum Franciscanum Le porgo un cordiale benvenuto e un grazie di cuore per il dono della Sua parola in questa sede della nostra Facoltà. È la seconda volta a distanza di poco più di anno e adesso ad ascoltarLa vi sono anche altre persone e amici ai quali abbiamo esteso l’invito. Vedo qui il Direttore dell’Ecole Biblique, padre Jean-Michel Poffet, e il Preside dello Studio Teologico Salesiano, don Francesco Mosetto, e li ringrazio.
Lo scorso anno ci parlò dell’esperienza di docente di Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico e di pastore della Chiesa ambrosiana e della scelta di venire a vivere a Gerusalemme.
Nella conclusione della Sua conversazione vi era già come una promessa dell’incontro di oggi perché ci confidò di essere al lavoro per una seconda edizione delle lettere di Pietro nel Papiro Bodmer VIII.
Noi dello Studium Biblicum conoscevamo la prima edizione, curata da Vostra Eminenza in occasione del XIX centenario del martirio di San Pietro: la nostra Biblioteca ne aveva ricevuto una copia grazie al confratello Vice-Commissario di Terra Santa di Valencia, padre Simon Zuska. La nuova edizione ci è pervenuta ancora una volta per interessamento del Commissario di Terra Santa di Valencia, padre Vicente Herrero. Cogliamo l’occasione per ringraziarli anche pubblicamente.
Sempre nell’incontro di un anno fa, personalmente fui sorpreso nel sentire che, dopo oltre venti anni di intensa vita pastorale, Lei era tornato con spontaneità e naturalezza agli studi di critica testuale mettendo mano alla seconda edizione critica delle lettere di Pietro del Papiro Bodmer, di cui fra poco ci parlerà.
Mi sono ricordato di quanto Lei premetteva in apertura alla monografia Il problema della recensionalità del codice B alla luce del papiro Bodmer XIV (AB 26, Roma 1966), la tesi di laurea all’Istituto Biblico, pubblicata quasi quaranta anni fa. Riferiva le parole con cui Erasmo di Rotterdam nei Capita argumentorum contra morosos quosdam ac incultos introduceva nel 1527 la sua edizione del Nuovo Testamento. Eccole in traduzione: “Questo nostro studio da alcuni viene disprezzato come umile e puerile. L’appunto non mi tocca per il fatto che lavoro intorno a sillabe e parolette. Io ritengo cosa grande tutto ciò che appartiene alla Teologia. E poiché non ignoravo quanta riverenza si doveva ai sacri libri coscientemente mi sono assunto ciò che in quel compito sembrava infimo” (p. VI).
Proprio così: nulla vi è di poco importante che non meriti il nostro impegno quando si tratta delle Scritture, insegnavano già i maestri di Israele. E San Basilio Magno osava affermare: “Dire che nella Scrittura c’è una parola inutile è terribile bestemmia” (De hom. struct. 1,15).
Grazie, Eminenza, per il dono dell’esempio e per essere venuto a parlarci di un frutto della Vostra laboriosa dedizione all’adorabile Parola di Dio. La sappiamo ancora impegnata a studiare la storia del Codice Vaticano. La Provvidenza Le conceda ancora molti anni di studio sereno e fecondo a Gerusalemme.
Grazie.

Gerusalemme – SBF, 25 marzo 2004







In qualche maniera l'incontro di oggi era stato annunciato l'anno scorso, quando il cardinale Martini venne tra noi per parlarci della sua esperienza di studioso e vescovo. In quell'occasione accennò, tra le altre cose, alla nuova edizione del papiro Bodmer VIII che ha potuto pubblicare alcuni mesi addietro in una veste tipografica eccellente.
Ha esordito col dire che quella odierna non sarebbe stata una lectio divina, perché il suo discorso non avrebbe interessato "cosa dice la Scrittura e cosa dice a me", ma "quale è il "testo che mi parla".
La memoria va innanzitutto agli anni della sua collaborazione con il Comitato Interconfessionale per l'edizione del Nuovo Testamento del quale è ancora membro. Frutto di quel lavoro è il The New Greek Testament, divenuto il textus receptus odierno. Di quel periodo conserva indelebili bei ricordi.
L'attuale edizione del testo della Prima e Seconda lettera di Pietro conservatoci dal papiro Bodmer VIII (= P72) gli ha permesso, per certi aspetti, di riscoprirne la ricchezza del messaggio e della teologia soggiacente. Dalla 'cosuetudine' col loro testo è nato in lui anche un vero affetto per le due lettere.
Queste vanno sotto il nome di Pietro. Il nome dell'apostolo si incontra all'inizio e alla fine di ognuna di esse.
Nel capitolo quinto della 1Pt ci si imbatte in qualcosa di simile. L''Autore' afferma di essere testimone della passione di Cristo e, nella finale, di aver scritto per mezzo della mano di Silvano da Babilonia. Tali elementi inducono a pensare a Pietro come Autore.
Nella Seconda lettera, poi, nel capitolo primo, l'Autore dice di essere stato presente all'episodio della Trasfigurazione (vv. 17-18): «dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto." Questa voce noi l'abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte».
Gli esegeti, per lo più, non sono favorevoli ad attribuire le due lettere a Pietro per due motivi: il linguaggio troppo alto ed elaborato rispetto a quello testimoniato dai Vangeli; l'impressione non infondata che le due lettere riflettano una certa distanza temporale dai fatti riportati. A ciò va aggiunto che le lettere di Paolo risultano conosciute già come una raccolta di testi, un dato che si può giustificare solo dopo un non trascurabile lasso di tempo. Tuttavia Martini non ritiene insormontabili le suddette osservazioni. Il linguaggio è attribuibile a Silvano e non vi sono obiezioni che si oppongano a far risalire la tradizione delle due lettere a Pietro, alla sua dottrina e, dunque, alla chiesa di Roma.
La Prima lettera è un'esortazione. In 5,12 si legge: "Vi ho scritto… per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio". Più precisamente è una lettera di conforto indirizzata a comunità disperse tra pagani, con scarsa rilevanza sociale e politica, non perseguitate ma che si sentivano emarginate.
Il cardinale, attento a rilevare ogni elemento che possa avvicinare la vita delle prime comunità cristiane a quelle dei nostri giorni, ricorda come durante il suo servizio di pastore si sia trovato di fronte a parroci e fedeli che confessavano di vivere un disagio simile. La sua risposta non poteva essere diversa da quella di Pietro: l'emarginazione del cristiano è partecipazione alla passione e all'umiliazione di Cristo e per questo una grazia.
Pietro infatti esorta i destinatari della sua lettera ad accettare la situazione attuale. L'esortazione pratica, è degno di nota, ha il suo fondamento in una visione teologica della vita di fede che rivela una profondità di pensiero di elevatissima sensibilità: i credenti devono avere coscienza di essere cristiani; devono maturare la coscienza di rappresentare un popolo escatologico, di essere pietra angolare. Un'elaborazione teologica di tale levatura testimonia la ricchezza spirituale raggiunta dalla comunità cristiana di Roma e non può che destare in noi sincera ammirazione.

Anche la Seconda lettera di Pietro è parenetica ma con toni decisamente polemici soprattutto all'indirizzo dei falsi maestri: un linguaggio, osserva il cardinale, che oggi sarebbe certamente percepito come non politically correct, disseminato di parole dure, offensive. Eppure è questa lettera ad affermare lo stretto e incontestabile rapporto tra profezia, ispirazione e interpretazione della Scrittura (v. 20): "nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione , poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio".
La Prima lettera invita a guardare oltre l'apparenza e a non cadere vittime di una condizione di marginalità che, vissuta secondo il senso cristiano, diventa fonte di grazia, capace com'è di dischiudere i tesori di Dio e di condurre ad essi guardando al modello di Cristo. La passione del Figlio rivela l'infinito amore del Padre. La sorte del cristiano non è diversa.
Il cardinale Martini si rifà al recente film The Passion of the Christ per richiamare alla memoria la sofferenza fisica di Gesù. L'Autore della lettera, oltre a ciò, pone in evidenza la sofferenza morale, la dedizione totale di Gesù nell'affrontare la passione senza che affiori sulle sua labbra una parola di auto-commiserazione o di ingiuria verso i suoi aguzzini.
Se le lettere ci dicono tanto e molto di più ancora, lo possono fare solo attraverso le parole, il testo di cui sono composte. La critica testuale offre i mezzi per ricostruire un testo affidabile.
Fino a quarant'anni fa il testo più antico delle due lettere di Pietro era quello del codice Vaticano (Vaticanus graecus 1209). In seguito si ebbe la pubblicazione di frammenti minimi di papiri (20, 54, 9) riguardanti soprattutto la Lettera di Giacomo e le Lettere di Giovanni. Nel 1961 fu pubblicato il papiro 64, un frammento però recente. Ad ogni modo anche altri frammenti resi noti successivamente non risalivano oltre il IV sec. Con il papiro 72, contenente 1Pt, 2Pt e la Lettera di Giuda, si riuscì finalmente a infrangere questo limite e ad aprire una finestra sul III sec. Purtroppo quando e dove fu scritto con esattezza e la sua provenienza (chiesa, monastero, biblioteca privata) non è dato saperlo. E' noto che fu comprato in Egitto negli anni '50 dal benemerito mecenate M. Martin Bodmer. Questi, anche grazie all'abilità di una segretaria, riuscì a mettere le mani su un lotto di papiri che circolavano tra i commercianti egiziani. Ma il luogo di provenienza è rimasto sconosciuto.

Il codice è composto da 36 pagine riprodotte nell'attuale edizione molto fedelmente. Soltanto la prima pagina della 1Pt è un po' rovinata, le rimanenti sono leggibili. Ma il codice insieme ad altri scritti faceva parte .di un volume risalente al IV sec., appartenuto verosimilmente a un ricco devoto che commissionò la rilegatura in un unico volume delle diverse opere. Il testo delle due Lettere è molto antico.

Una serie di indizi e di caratteristiche induce ad attribuirne la stesura ad uno scriba egiziano, con ogni probabilità non di grande scuola. La sua conoscenza della lingua greca non doveva essere sicura. La confusione tra le gutturali evidenzia che doveva essere di lingua copta. Un esempio lo si incontra alla pagina 32 del codice in 2Pt 2,4 dove in margine occorre la parola copta per 'verità'.
Conosceva il greco abbastanza bene ma la sua onciale inclina piuttosto a destra; la grandezza delle lettere è irregolare e il loro numero per riga oscilla sensibilmente. Il manufatto rivela la mano di uno scriba un po' rozzo. E' curioso notare che fa errori ma non dove occorrono parole difficili o ricercate. E' un dato assodato che gli scribi in questi casi si applicassero a copiare lettera per lettera le parole, col provvidenziale risultato di lasciare ai posteri una tradizione manoscritta priva di varianti.
Alcuni errori sono clamorosi (11 nella Prima, 18 nella Seconda) e non rappresentano certamente lezioni originarie. Il codice Vaticano a confronto, nelle stesse Lettere, ha 4-5 errori nella 1Pt e 1 nella 2Pt. L'itacismo è dilagante al punto che si fa fatica a interpretare. Lo scriba doveva conoscere la lingua parlata ma non quella scritta, non era di sicuro un professionista di grande livello. L'oggetto, il codice, è di piccola entità, destinato ad uso privato e non liturgico. Ma nello stesso tempo è di notevole valore, perché conferma l'antichità del testo dei codici Vaticano, Alessandrino e Sinaitico, in una parola, del testo egiziano. In passato era stata avanzata l'ipotesi che il codice Vaticano dipendesse da codici del II sec., anzi gli studiosi ne erano convinti. Il papiro Bodmer VIII ha confermato l'intuizione.

Il testo delle due Lettere contiene 60 'lezioni singolari' accettabili per la grammatica ma che sembrano piuttosto errori. In 1Pt 5,1, per portare un esempio, si incontra la lezione theou in luogo di christou. Tale lezione non può essere originale: la tradizione teologica cristiana è concorde nel riferire i patimenti a Cristo. Un appoggio a questa lezione lo si potrebbe trovare negli Atti degli apostoli al capitolo 20, lì dove dice: "Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue" (v. 28). Tuttavia è tutt'altro che risolutivo ed è un unico caso. Le suddette 60 'lezioni singolari' non hanno corrispondenza nel codice Vaticano. Nello stesso tempo il Papiro sostiene il codice Vaticano in alcune lezioni singolari contro tutte le altre. Un esempio, in questo senso, è offerto da 2Pt 2,15 dove i due testimoni concordano nel plurale "amarono un salario di iniquità" contro il singolare degli altri testimoni "il quale amòun salario di iniquità". Il papiro Bodmer VIII si allinea con i grandi onciali e con il testo egiziano. Non dovette esistere in Egitto una tradizione testuale 'occidentale' affermata. Il testo del Bodmer VIII fa toccare con mano la tradizione testuale alessandrina.
Il cardinale ha lavorato all'edizione del testo delle due Lettere petrine in due periodi. Nel 1968, in occasione del XIX centenario del martirio di S. Pietro, Paolo VI volle che si pubblicasse un'edizione speciale del Bodmer VIII. Il papiro a quel tempo si trovava ancora a Ginevra e Martini non ebbe la possibilità di consultarlo di persona. Si assunse l'incarico di stendere un commento da accludere alla pubblicazione e un apparato critico per la cui composizione si servì di diverse edizioni precedenti e soprattutto di quella di Merk.
Quando nel 1969 Paolo VI fu in visita a Ginevra, Martin Bodmer volle donargli il Papiro di 1Pt e 2Pt che, da allora si trova presso la Biblioteca Vaticana. Si erano create le condizioni ottimali per una nuova edizione del testo delle lettere. Ma per il cardinale l'opportunità per ritornare su questi scritti venne rimandata al 2002, quando, alla fine mese di settembre, terminato il suo servizio di Vescovo di Milano, trasferitosi a Roma, poté dedicarsi al nuovo incarico.
La nuova edizione ha un'introduzione aggiornata e ampliata ed è corredata da tre apparati critici.
Il primo in calce alla pagina registra gli errori più gravi. Nel secondo ogni parola del papiro è paragonata con le varianti degli altri manoscritti. Il terzo, posto sotto il testo della Neo-vulgata, segnala le differenze di quest'ultima nei confronti del papiro.
Un provvidenziale concorso di fatti ha contribuito alla felice realizzazione dell'edizione: da una parte la possibilità di usufruire di un anno sabbatico da dedicare all'opera, dall'altra la pubblicazione dell'editio critica maior del testo del Nuovo Testamento avvenuta nel 2000, il cui primo fascicolo comprendeva anche le due Lettere petrine. Delle Lettere cattoliche erano stati collazionati tutti i 522 manoscritti esistenti.
Gran parte di questi sono tardivi e sono rappresentanti del testo bizantino che risale alla chiesa di Costantinopoli. Suo carattere peculiare è la tendenza facilitante. E' il testo Koinè che si è affermato nella chiesa greca. Il testo dei grandi onciali contiene più lezioni difficili.
Dei 522 manoscritti ricordati, 100 sono bizantini, 372 non sono stati considerati perché dipendenti dal testo bizantino, 181 sono stati considerati in tutte le loro lezioni. Anche in questi 181 manoscritti occorrono lezioni bizantine. Sono stati citati quando avevano lezioni varianti che di solito corrispondono al resto alessandrino.
Per la sua edizione il cardinale ha potuto quindi confrontare il testo del Bodmer VIII con le varianti più importanti comprese quelle presenti nelle citazioni dei Padri greci e latini e quelle offerte nelle versioni latina, copta e siriaca.
Lasciandosi andare quasi a una confessione spontanea, il cardinale ammette che la critica testuale è una disciplina che lo appassiona fino al punto da assorbirlo totalmente, facendogli dimenticare, quando è al lavoro, tempo e luogo. Sente di rivivere in qualche misura l'esperienza di Ezechiele. Il profeta nel terzo capitolo della sua profezia mangia il 'rotolo' che gli viene offerto: al suo palato è dolce come il miele. Similmente accade all'Autore dell'Apocalisse (10,8ss). In entrambi i casi ai protagonisti capita che la dolcezza percepita dal palato si tramuti in amarezza nell'addome. Il cardinale, con un po' d'ironia, dice di non essere arrivato a questo stadio. Qui la dolcezza va intesa in un senso diverso da come può essere percepita immediatamente. E' una sorta di piacere dovuto alla possibilità di soppesare ogni parola che occorre in dato luogo del testo e di metterla a confronto con quelle che occorrono nello stesso luogo ma in testimoni diversi: è il contatto più diretto che si possa avere con le tradizioni vive delle quali i manoscritti sono testimonianza concreta; è domandarsi, per compiere un ulteriore passo che avvicina al pensiero, all'intenzione dell'Autore, per quale motivo quest'ultimo abbia scelto questa e non quella parola: è l'aspetto forse più ambizioso ma certamente più coinvolgente.
I motivi per rendere grazie a Dio non finiscono qui. Il Santo Padre, Giovanni Paolo II, per l'occasione del suo XXV anno di pontificato, ha donato 300 copie della nuova edizione del Papiro Bodmer VIII ai prelati che gli hanno fatto visita.
Una notizia interessante è che è prevista l'edizione con la traduzione in diverse lingue (italiano, spagnolo, francese, inglese, tedesco). Il successo dell'edizione è senza dubbio gratificante ma l'aver potuto gustare la Parola di Dio nella sua "scrittura", nel suo "tenore originario" è un dono impareggiabile. E' stato un kairos per capirla un po' di più e per proporla agli altri.

Rosario Pierri




Tra i presenti c'era anche padre Marco Adinolfi ofm (a sinistra nella foto), professore emerito di Esegesi del Nuovo Testamento presso lo SBF e il Pontificio Ateneo Antoniano.

La comunità accademica gli ha offerto come segno di ringraziamento il libro L'Arabia Cristiana di padre Michele Piccirillo che gli ha fatto omaggio anche del nuovo Calendario "Massolini" da lui realizzato.

Link: Precedente Visita del Card. Carlo M. Martini allo SBF (21 gennaio 2003)

2001


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Created/updated: Saturday, December 8, 2001 by J. Abela ofm / E. Alliata ofm
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