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6 ottobre 2003
Inaugurazione Anno Accademico 2003-2004

Saluto iniziale del padre G. Claudio Bottini,
decano della Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia.

Dio fonte della sapienza,
il suo Verbo incarnato, Cristo Signore.
e lo Spirito di verità, sia con tutti voi.

Saluto e ringrazio padre Castor García, Vicario Custodiale, che mi ha incaricato di presiedere la nostra celebrazione e ha voluto prendervi parte. La sua presenza ci ricorda ancora una volta il legame essenziale che unisce la Facoltà nel suo insieme alla Custodia di Terra Santa e ci offre l’occasione per ringraziare il governo custodiale per il sostegno che esso dà alle nostre attività di insegnamento, di ricerca e di divulgazione.

Rivolgo un cordiale saluto a docenti e studenti, in particolare ai nuovi arrivati, a collaboratrici e collaboratori: a voi tutti ripeto la mia stima e fiducia per il cammino comune che ci si apre dinanzi con il nuovo anno accademico. Sono particolarmente lieto di vedere tra noi gli studenti e i professori del Biennio Filosofico di Betlemme che lo scorso anno a causa della situazione del paese non poterono essere presenti quasi a nessun incontro.È giusto che la prima convocazione come comunità accademica ci raccolga per un atto di fede nel mistero della Parola ispirata e della Parola incarnata. Esprimiamo così la nostra volontà di riservare a Dio il primato in ogni nostro pensiero e in tutto ciò che facciamo.
Questa celebrazione ravviva in noi anche la coscienza di essere una particolare comunità ecclesiale animata dall’unica fede, dalla medesima speranza e da una sola carità.

Lo Spirito Santo Paraclito ci venga in aiuto con la grazia divina che purifica dal peccato, previene, accompagna e porta a compimento ogni proposito e desiderio di bene.

Riportiamo qui sotto il testo integrale dell’omelia.

Sorelle e fratelli in Cristo, apriamo la mente e il cuore per raccogliere almeno qualche eco della Parola di Dio che è stata proclamata per la nostra salvezza.
L’Ordinamento delle letture del Messale Romano ci fa iniziare oggi la lettura del profeta Giona che ci accompagnerà ancora per qualche giorno e nella lettura continua del Vangelo di Luca ci ripropone la parabola del buon Samaritano.

Gio 1,1-2,1.11 “Giona si mise in cammino per fuggire lontano dal Signore”
Quanto al libro di Giona, la Liturgia ricorre a una combinazione tra lettura e Salmo responsoriale che richiede un po’ di attenzione per essere compresa.
Il brano letto ci ha mostrato anzitutto Giona che si mette in cammino non per eseguire il comando ricevuto ma per fuggire “lontano dal Signore”, poi la drammatica scena della tempesta che culmina nel lancio in mare aperto del profeta credente ma disubbidiente e infine il duplice comando di Dio perché Giona venga inghiottito dal grosso pesce e poi rigettato sulla terra ferma.
Tra queste due disposizioni divine si colloca il Salmo responsoriale che riprende la preghiera di Giona nel ventre del pesce dove il profeta rimane tre giorni e tre notti.
Sappiamo che il significato globale del racconto di Giona consiste nell’esaltazione dell’amore universale di Dio per tutti i popoli e per la loro salvezza al pari d’Israele. Tuttavia mi pare che l’ampia pericope sulle disavventure iniziali di Giona ci ricordi alcuni principi delle fede e dell’esperienza spirituale.
In primo luogo colpisce il ruolo sovrano di Dio che conduce gli eventi: nella prima sequenza di cause e effetti è Lui che ordina a Giona di andare a Ninive, questi fugge nella direzione opposta, ma Dio gli scatena la tempesta sul capo; nella seconda è sempre Dio che comanda al pesce di inghiottire Giona ed è Lui che gli ordina di rigettarlo all’asciutto. Come non ricordare che nulla sfugge alle mani di Dio? Dio non si lascia sorprendere dai rifiuti e dalle fughe; non salva dalla storia, ma nella storia.
Alla voce di Dio che lo chiama e lo invia Giona risponde con i fatti. Sì, si alza, ma per fuggire; parte, ma per allontanarsi da Dio. Ma la fuga non risolve nulla, anzi complica tutto per sé e per gli altri, perché Giona con il suo peccato mette in pericolo anche la vita dei compagni di viaggio sulla nave. Come dimenticare il potere inquinante del nostro peccato, di ogni nostro personale peccato… anche di omissione?
Il profeta disobbediente però non smette di essere credente; anzi, l’esperienza di pericolo e angoscia connessa alla fuga, il peccato, lo spinge a invocare Dio perché lo salvi. Il Salmo nel quale Giona si abbandona a Dio con la certezza che lo salverà rappresenta il momento risolutivo della vicenda in cui si passa dal pericolo e dall’angoscia alla salvezza e alla serenità. Così si comprende che Dio non è lontano dal credente neppure quando questi sperimenta “l’angoscia, il profondo degli inferi, l’abisso e il venir meno della vita” (Salmo responsoriale).

Lc 10,25-37 “Chi è il mio prossimo?”
Il brano del Vangelo ci presenta Gesù oramai “incamminato” verso Gerusalemme e che lungo la via viene interrogato ora dai discepoli, ora dai simpatizzanti, ora dagli avversari. Nella pericope odierna è la volta di un “dottore della legge” che chiede: “E chi è il mio prossimo?”
A noi per i quali la parola “prossimo” oggi – grazie anche all’influsso del Vangelo – è divenuta sinonimo di “uomo, persona umana”, la domanda può apparire strana. Non così al tempo di Gesù, quando alla domanda venivamo date risposte diverse.
Gli scritti rabbinici pervenutici attestano che il termine “prossimo” andava riferito agli Ebrei e ai proseliti con l’esclusione dei pagani (eccetto quelli immigrati stabilmente da più di un anno: Lv 19,33-35) e in modo particolare dei Samaritani. È noto che per gli Ebrei i Samaritani, oltre ad essersi contaminati etnicamente con i pagani, erano eretici a causa delle loro Scritture ridotte al solo Pentateuco e del loro Tempio eretto sul Garizim e contrapposto a quello di Gerusalemme. Del resto l’avversione tra Samaritani e Ebrei era reciproca e nessuno dei due gruppi voleva avere contatti (Ne 3,33-34; Gv 4,9; 8,48)
Ebbene Gesù racconta la storia di un uomo ferito soccorso proprio da un Samaritano (vv. 30-35), “una delle parabole più rovinate dalle interpretazioni!”, scriveva un compianto specialista delle parabole evangeliche. Rovinata dagli antichi perché pretendevano di ritrovarvi tutta la storia della salvezza vedendo nel buon Samaritano Gesù salvatore dell’uomo ferito dal peccato, e dai moderni che la riducono a un’azione buona esemplare e persino sentimentale. Non che queste interpretazioni siano false; sono vere in sé, ma non si ricavano da questa parabola.
Per noi che leggiamo la parabola del buon Samaritano in Terra Santa essa ha una particolare vivezza perché sappiamo che scendere da Gerusalemme a Gerico significa attraversare il Deserto irto di pericoli e insidie, soprattutto nell’antichità. Già San Girolamo e poi gli altri commentatori ambientavano topograficamente la parabola di Gesù. Proviamo a comprendere questo testo nel suo messaggio fondamentale.
Un uomo si trova in fin di vita al margine della strada per la quale non passa quasi nessuno e la sua sopravvivenza è appesa alla speranza che qualcuno passi e si fermi a soccorrerlo. Il sopraggiungere del Sacerdote e poi del Levita accendono un filo di speranza e di attesa ma presto esso svanisce. Inaspettamente passa un Samaritano: l’ultima speranza per il disgraziato è che quello straniero e nemico si fermi ad aiutarlo.
Ecco il senso: “Vuoi capire veramente chi dev’essere considerato «prossimo»? Prova ad immaginarti nei panni di quel malcapitato” (V. Fusco). Rifiuteresti in un’occasione simile di lasciarti toccare da un Samaritano o non desideresti piuttosto che egli si fermasse, rompesse ogni barriera di inimicizia e ti considerasse “prossimo”? Questa è la risposta di Gesù al dottore della legge: il “prossimo” è ogni uomo che è nel bisogno e ogni uomo lo è essenzialmente.
Ciò che vale per l’altro deve valere anche per te. Se attraverso la parabola ti sei identificato con il povero malcapitato e hai compreso che bisogna che ogni uomo consideri “prossimo” ogni altro uomo, allora sai che quando ti capiterà di poterti identificare con il Samaritano soccorritore, dovrai pure tu fare altrettano (v. 37b). Senza quella scoperta e presa di coscienza che Gesù fa fare attraverso la parabola, il racconto risulterebbe una proposta persino ingenua di un buon esempio da seguire.
L’applicazione non è difficile. Se ci chiediamo: Cosa devo fare? Che cosa si aspetta il Signore da me? Cosa si attendono quelli che mi vivono attorno o che incontro? A dare la nostra risposta ci aiutano contemporaneamente la Legge divina che comanda l’amore di Dio e del prossimo e lo sguardo attento alla necessità degli altri. Ma attenti: non lo sguardo del Sacerdote e del Levita che “vide e passò oltre”, ma quello del Samaritano che “lo vide e ne ebbe compassione”, lo sguardo illuminato e mosso dalla fede che ammonisce: “Nessuno ha mai visto Dio. Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,12.20; Canto al Vangelo).
Per questa via e con la grazia di Dio riusciremo a comprendere che la Legge divina che comanda di amare Lui e il nostro prossimo non è qualcosa di esterno ma è iscritta nell’intimo di ogni persona umana e corrisponde a ciò che ciascuno desidera nel più profondo di se stesso.
Gesù, Signore e Maestro, che pure in questo ci ha preceduto con l’esempio, mediante il suo Spirito ci darà forza e grazia di seguirlo.

Un nuovo anno accademico
Ci accingiamo ad iniziare un nuovo anno accademico. Lo facciamo con la mente e il cuore aperti alla fiducia e alla speranza che la Provvidenza divina che ci dona di iniziare ci accompagni e ci conceda di giungere al compimento.
Sappiamo tutti che la Terra Santa e le sue popolazioni vivono giorni drammatici. Ne facciamo noi stessi in vario modo esperienza e l’apparente impotenza mi pare ci debba stimolare a sempre più decisi pensieri di pace e a una intercessione incessante per la giustizia e la rconciliazione. Voglia l’Altissimo benedire le suppliche e il digiuno che in questo Giorno di Kippur i fratelli Ebrei gli rivolgono in ogni parte del mondo e specialmente qui a Gerusalemme.
Pensando al nuovo anno accademico mi piace precorrere alcuni eventi che ci attendono e che spero ci daranno la felice opportunità di ritrovarci insieme come famiglia accademica.
Per la fine di ottobre è stata annunziata la visita in Terra Santa del nuovo Ministro Generale e Gran Cancelliere del Pontificio Ateneo Antonianum di cui la nostra Facoltà fa parte. Confido che insieme o in ciascuna sede avremo la possibilità di incontrare il Ministro Generale che è stato nostro studente allo Studium Theologicum e allo Studium Biblicum.
In novembre abbiamo in programma di tenere in concomitanza con la prolusione dell’anno accademico la presentazione al pubblico della Miscellanea di studi archeologici One Land – Many Cultures realizzata in onore del professore emerito padre Stanislao Loffreda con il coinvolgimento di altre istituzioni culturali di Terra Santa.
In primavera pensiamo di poter tenere un atto accademico analogo presentando due quaderni di Sintassi della lingua greca e festeggiare un altro docente diventato emerito, padre Lino Cignelli.
A questi momenti di gioia e di incontro reciproco se ne aggiungeranno certamente non pochi altri che riguarderanno più direttamente gli studenti. Pensiamo a quelli che concluderanno gli studi con la laurea, la licenza o il baccalaureato come pure agli appuntamenti personali ed ecclesiali che vedranno alcuni dei nostri studenti raggiungere i ministeri ordinati.
Per quanto dipende da noi facciamo di questo nuovo anno un’occasione propizia e un tempo favorevole per crescere nell’amore di Dio e del prossimo e in quella scienza e sapienza che sono doni dello Spirito e frutto della docilità del credente. Facciamo tesoro della grazia di vivere in Terra Santa e a Gerusalemme, crocevia di popoli e fedi.
Impegnamoci tutti perché, come abbiamo chiesto nella colletta della Messa, in questo anno accademico il Paraclito che viene dal Padre illumini la nostra mente e secondo la promessa del Figlio ci guidi alla conoscenza piena della verità.
Ce l’ottenga l’intercessione materna di Maria, Sede della Sapienza.


Foto di gruppo degli studenti e dei professori dei tre cicli della facoltà.
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Created/updated: Saturday, December 8, 2001 by J. Abela ofm / E. Alliata ofm
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