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Visita del Prof. Christian Herrmann
al Museo dello SBF

3 giugno 2005




Il Prof. Christian Herrmann del Dipartimento di Studi Biblici dell'Università di Friburgo, Svizzera, ha visitato il Museo dello Studium Biblicum Franciscanum per fotografare una collezione di stampi di ceramica provenienti dall'Antico Egitto.
La collezione fu acquistata negli anni ’70 nel mercato antiquario di Gerusalemme dal compianto Padre Godfrey Kloetzli. Una quantità molto maggiore di stampi della medesima origine fu comprata nello stesso tempo dall'Università di Friburgo ed è stata già pubblicata dal Prof. Christian Herrmann.
Si conosce ora che tutti questi stampi provengono da Tell el-Dab´a nel Delta egiziano, la città di Pi-Ramesse del Nuovo Impero, nominata nella Bibbia con il nome di Ramesse, dove gli Israeliti furono sottoposti a lavoro forzato (Esodo 1,11).


Il visitatore che si reca in Egitto, o chiunque sfogli un libro di illustrazioni egiziane, si trova di fronte a un gran numero di divinità che vengono rappresentate nelle forme più differenti e strane. Due domande vengono subito alla mente.

Perché tante divinità. L’Egitto era ed è ancora una striscia di terra lunghissima e stretta lungo il Nilo. In un paese così configurato le comunicazioni sono difficili. Già in epoca antichissima l’Egitto era suddiviso in province o distretti, con una città principale e altre città e villaggi dipendenti; e ciascuna provincia aveva le sue proprie divinità. Quando il paese fu unificato, circa 3000 anni a.C. e si fissò una capitale di tutto il regno, è naturale che la divinità di quella città divenisse la divinità principale, ma mai si arrivò a un Dio unico. Gli altri dèi restarono accanto alla divinità salita di grado, e certamente il popolo semplice continuò a coltivare le devozioni del luogo.
Tra la moltitudine di divinità è ben noto il dio Amon-Ra, che diventò il più popolare dell’Egitto perché dio della capitale Tebe. Altro dio ben noto è Osiride, il dio dei morti, e e le altre divinità a lui collegate: soprattutto sua moglie Iside e il figlio Horo. La devozione per Osiride era estremamente popolare perché ognuno, quando moriva, aspirava a partecipare alla sorte di Osiride morto e risorto; ogni fedele sperava di risorgere con Osiride, e anzi di diventare lui stesso un Osiride, e quindi poter condurre una vita felice nell’oltretomba.

Stampo N 11 con l'ippopotamo
Disegno di A. Niccacci
Foto di Ch. Herrmann

Perché rappresentazioni così strane. Perché le divinità sono rappresentate in modo così strano: come animali, o con testa di animali e corpo umano? Tra gli animali attestati, alcuni sono terribili, come il coccodrillo, il cobra, il leone, lo sciacallo, l’ippopotamo; altri sono animali domestici, come il bue, la vacca, il gatto. Che significa questo? Gli egiziani adoravano le bestie?
Benché molte cose siano oscure per noi, sembra che gli egiziani non adorassero le bestie; anzi avevano una concezione molto alta della divinità. Forse bisogna distinguere la divinità, cioè l’idea astratta, dai vari dèi. La divinità era concepita come qualcosa di nascosto all’uomo e di lontano. Ad esempio, il nome del dio “Amon” significa “il Nascosto”, e il nome di Horo significa “il Lontano”. La divinità è, cioè, del tutto al di fuori e al di sopra dell’intelligenza umana.
Ma l’egiziano, come ogni uomo, ha bisogno di portare Dio vicino a sé, di rappresentarlo, per poter entrare in rapporto con lui, pregarlo e ricevere da lui ciò di cui ha bisogno. I molti dèi e gli esseri con forme di bestia o di uomo o miste, che vengono rappresentate nei templi e nelle tombe, sono probabilmente un modo umano, proprio degli egiziani, di concepire e visualizzare la divinità, che è nascosta e lontana e quindi incomprensibile.

Stampo N 3 con il coccodrillo
Foto di A. Niccacci
Disegno di A. Niccacci
Foto di Ch. Herrmann

L’egiziano sembra aver pensato che negli animali c’era qualcosa che poteva rappresentare un aspetto della divinità incomprensibile. Non che il coccodrillo o il leone o il cane fossero dèi; ma erano visti come espressione, manifestazione di un aspetto o di un altro della divinità. Dio è terribile, come alcuni animali sono terribili; Dio è benefico, come alcuni animali o piante. Ma l’animale o la pianta non possono avere un rapporto umano con l’uomo, mentre l’egiziano vuole avere invece un rapporto umano con Dio. Per questo motivo rappresenta la divinità, ad esempio, con testa di animale e corpo di uomo; così Dio ha gambe per andare verso di lui, ha braccia per prenderlo per mano, abbracciarlo e dargli i suoi doni. Certamente è una concezione non filosofica di Dio; è una concezione umana. Il filosofo ragiona con la mente, in astratto; ma l’artista che deve rappresentare Dio, ha bisogno di dargli una forma, e una forma significativa, adatta alla sua cultura e mentalità. La stessa cosa vale per il credente.

Stampo 3 bis con lo scarabeo
Foto di A. Niccacci
Disegno di A. Niccacci
Foto di Ch. Herrmann

La proibizione biblica delle immagini. Il popolo ebraico visse per circa 400 anni in Egitto e quindi vide con i propri occhi le molte e strane rappresentazioni degli dèi egiziani. Mosè fu educato nella cultura egiziana del suo tempo. La religione rivelata che Mosè comunicò al popolo eletto portò l’idea di un Dio unico, alla quale gli egiziani non erano mai giunti chiaramente. Si comprende che agli israeliti fosse proibita la rappresentazione del loro Dio Yahveh; non solo, ma anche la rappresentazione di qualsiasi figura umana.
Questo, certo, per reagire contro il costume degli egiziani e anche dei popoli semiti. Ma la proibizione di fare immagini e statue di Yahveh fu sempre molto dura per il popolo eletto. Si ricordi l’episodio del vitello d’oro (Es 32), che è forse da spiegare come un ritorno al tipo egiziano di religiosità. Il vitello non era un dio, ma rappresentava, secondo caratteristiche sue proprie, il Dio Yahveh. L’uomo ha bisogno di rappresentare il suo Dio in una forma conveniente alla sua mentalità.

Stampo N 14 con le oche
Foto di A. Niccacci
Disegno di A. Niccacci
Foto di Ch. Herrmann

L’arte copta. I cristiani egiziani, o copti, hanno preso la lingua degli egiziani antichi. Ma alcuni patriarchi della chiesa copta furono spietati contro ogni forma religiosa faraonica (templi, tombe). Volevano, come Mosè, che il popolo troncasse del tutto con la religione antica. Vediamo infatti che gli artisti preferiscono prendere motivi e forme della cultura e pittura dai greci, benché pagani anch’essi, piuttosto che dai faraoni. Nonostante ciò, è naturale che qualcosa dell’antico sia restato. Più di una volta i copti stabilirono chiese nei templi faraonici; alcuni monaci vissero dentro le tombe faraoniche del deserto di Tebe.
Qualche tipo iconografico cristiano, copto, greco o armeno, sembra ispirarsi alle forme dell’antico Egitto. Oltre la figura di Iside che allatta Horo, modello per la Madonna col Bambino (vedi: “La fede cristiana nella madre di Dio”, infra), ricordiamo i personaggi raffigurati con testa di animale. Uno di questi è S. Cristoforo cinocefalo, che secondo alcuni autori sarebbe Anubi cristianizzato (Anubi è un dio egiziano con testa canina). Nelle raffigurazioni della Pentecoste armena compare un personaggio con testa di cane che simbolizza i popoli accorsi dai confini dell’universo, cioè dall’Etiopia, dove si tramandava l’esistenza di una tribù di cinocefali.
Sono piccoli contributi della civiltà dei faraoni all’iconografia cristiana.

Lo stampo N 18 con Horo
Foto di A. Niccacci
Disegno di A. Niccacci
Foto di Ch. Herrmann

“Madre di Dio” è il titolo più glorioso di Maria e anche la fonte da cui scaturiscono tutte le altre sue prerogative. L’argomento è molto vasto e complesso e perciò potrebbe essere trattato sotto diversi punti di vista. Ci limitiamo a ricordare brevemente la storia del Concilio di Efeso che consacrò il titolo “Madre di Dio” (Theotokos) e a segnalare l’apporto della Chiesa egiziana a questa definizione dogmatica.
La fede in Maria Madre di Gesù Figlio di Dio era tradizionale nella Chiesa, poiché si basava sui Vangeli; non esisteva però una terminologia unica per esprimere quella fede. Ad esempio, Origene (III sec.) aveva usato il termine “Genitrice del Signore” (Kyriotokos); veniva usato anche il termine “Genitrice di Cristo” (Christotokos), preferito da Nestorio.
Il termine “Genitrice di Dio” (Theotokos) era prevalente nella Chiesa egiziana a preferenza degli altri per due motivi: perché era un titolo tradizionale nella cultura egiziana per eredità dall’Egitto faraonico, e perché quel titolo costituiva una reazione contro le eresie.

Stampo con Iside che allatta Horo bambino
Foto di A. Niccacci
Foto di A. Sobkowski

Iside. Nell’Egitto faraonico tardivo Iside “madre del dio Horo” era diventata popolarissima come la madre per eccellenza potente e benefica. Sono molto frequenti le statuette che rappresentano Iside seduta mentre allatta il bambino Horo (detto in greco Harpocrate, cioè Horo bambino). Il suo titolo egizio era mut-nuter, cioè “madre di dio”.
I cristiani egizi (copti) adottarono facilmente sia il nome che l’iconografia della madre di dio Iside. Tradussero il titolo mut-nuter con mas-nuti, “genitrice di Dio”; queto titolo copto fu poi reso in greco con theotokos, “Genitrice di Dio”. La cosa non sorprende poiché i copti erano bilingui (copto-greco, poi copto-arabo). Dalle statuette di Iside i copti presero l’ispirazione per la Madonna lactans che divenne popolare nell’Egitto cristiano.

Stampo N 19 con bambino che succhia il dito
Foto di A. Niccacci
Disegno di A. Niccacci
Foto di Ch. Herrmann

Un modello ecologico. L’uomo del nostro tempo è divenuto nemico dell’ambiente in cui vive e l’ambiente a sua volta minaccia di distruggerlo. I cristiani non possono lasciare che gli ecologi dibattano questo problema su un piano di romantica nostalgia verso un “ambiente a misura d’uomo”. L’argomento è molto più complesso e non si può esaurire in direzione orizzontale; è necessaria anche la direzione verticale. San Francesco è stato proclamato patrono dell’ecologia non perché “amava gli uccellini”, ma perché vedeva in tutte le cose (natura, animali, uomo) delle creature che recano la “significazione” di Dio, le chiamava sorelle e si comportava verso di esse in conseguenza.

Stampo 9 con l'occhio Ujat
Foto di A. Niccacci
Disegno di A. Niccacci
Foto di A. Sobkowski

Le civiltà antico-orientali e la Bibbia avevano una visione del mondo su cui l’uomo moderno farà bene a riflettere. L’antico Egitto, in particolare, presenta un forte senso del bene e del male che possiamo dire “cosmico”, perché tale è appunto il criterio su cui esso si fonda.
La distruzione del male e la restaurazione del bene in un quadro cosmico richiedono una redenzione “cosmica”. Gli egiziani non giunsero alla concezione potente che troviamo in alcuni testi biblici. Il cosiddetto Deutero Isaia (Is 40-55), ad esempio, presenta la redenzione storica nel quadro di una redenzione cosmica (nuovi cieli e nuova terra); significativamente il libro della Genesi espone la “storia dell’origine del cielo e della terra” come cornice della storia del popolo eletto in mezzo al quale si realizzò la redenzione storica. Il Redentore di Israele è anche il Creatore dell’universo che restaura nella pace la sorte del suo popolo nel quadro di una nuova creazione. Nel Nuovo Testamento la redenzione cosmica giunge a compimento nella persona di Gesù che è insieme il Dio creatore-redentore e la nuova creatura, primogenito degli uomini nuovi in un mondo rinnovato e amico. Un’ecologia autentica non può proporsi un modello diverso.

Alviero Niccacci, Egitto e Bibbia - Sussidi per l'escursione in Egitto,
Jerusalem 1992


Stampo 16 con divinità danzante
Foto di A. Niccacci
Disegno di A. Niccacci
Foto di A. Sobkowski

Stampi con rosette

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Articolo di p. Alviero Niccacci su Liber Annuus LA 1991 (pdf)

Department of Biblical Studies - University of Fribourg



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Created/updated: Tuesday, June 7, 2005 by J. Abela / E. Alliata / A. Sobkowski
Photos: Ch. Herrmann / A. Niccacci / A. Sobkowski
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