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Escursione in Turchia
19 giugno 2005

Istanbul




Le mura teodosiane. All’imperatore Teodosio II (408-450) si deve la cinta muraria più ampia che chiudeva la città fondata verso il 660 a.C. da coloni dori di Megara. Dopo aver acquistato subito notevole importanza commerciale e industriale, Bisanzio cade alla fine del secolo VI sotto la dominazione persiana. Nel secolo seguente partecipa all’insurrezione ionica (499) per ripiombare presto sotto i Persiani. Liberata da Pausania (478), si ribella poi ad Atene ed è presa da Alcibiade (408). Durante le lotte dei Diadochi (secolo IV) si mantiene indipendente, poi diventa alleata fedele e rimunerata dei Romani. Nel 194 d.C. è distrutta da Settimio Severo, che subito la ricostruisce circondandola di mura. Semidistrutta da Licinio nel 323, è conquistata nello stesso anno da Costantino, che la munisce di mura più estese e ne fa la splendida capitale dell’impero (330), chiamandola ‘Nuova Roma, figlia maggiore e diletta dell’antica’. I Crociati della quarta Crociata l’occupano nel 1203 e vi fondano l’impero latino di Costantinopoli (1204-1261): primo imperatore Baldovino di Fiandra. Ricuperata dall’imperatore bizantino Michele VIII Paleologo, è conquistata nel 1453 da Maometto II. Resta, col nome di Istanbul, capitale dell’impero ottomano fino al 1923. La repubblica turca fissa ad Ankara la nuova capitale.

Istanbul
Santa Sofia
Mura
Mura
Mura (anni '60)
Mura (anni '60)
Panoramica (anni '60)

La Porta d'oro. È la più meridionale delle porte che si aprivano nella cinta muraria teodosiana, fortificata da un centinaio di torri, in seguito raddoppiate. Attraverso la Porta d’oro entrava in città la via Egnazia, quasi prolungamento transadriatico della via Appia. Partendo da Durazzo, la via Egnazia attraversava Dalmazia, Macedonia (toccava Salonicco) e Tracia, e giungeva a Costantinopoli. Era difesa da una guarnigione genovese durante l’assedio ottomano del 1453 la zona della Porta d’oro, che fa parte del Castello dalle sette torri (Yedikule).

L’obelisco di Teodosio. Sorge ad At Meydani (piazza dei cavalli) insieme con la colonna dei serpenti e l’obelisco murato. La piazza occupa parzialmente il posto dell’ippodromo romano, famosissimo in tutto l’Oriente antico quanto i circhi di Antakya e di Alessandria d’Egitto. Costruito su una collina da Settimio Severo nel 203 sul tipo del più antico ippodromo di Roma, il Circo Massimo, fu abbellito e ampliato da Costantino, che ne portò l’area a m. 460 x 150. Gli imperatori bizantini gareggiarono nell’ornare di tesori artistici, provenienti da ogni parte del mondo, le tribune laterali, i corridoi e la ‘spina’ che correva lungo l’asse maggiore del circo dividendolo in due parti. I quattro cavalli di bronzo, argento e oro, dal 1204 a San Marco di Venezia, troneggiavano una volta sulla tribuna imperiale fin dai tempi di Teodosio II, che li aveva fatti portare da Roma, sottraendoli all’arco trionfale di Traiano. Oltre alle corse dei carri che scendevano in lizza per i colori delle squadre Blu e Verdi, nell’ippodromo, centro della vita popolare della capitale fino al secolo XIII, si svolgevano anche rappresentazioni sceniche e musicali, e nelle celebrazioni dei trionfi imperiali sfilavano prigionieri e carri col bottino di guerra.
L’obelisco di Teodosio, un monolito di granito con piedistallo di marmo, proveniente dal tempio elevato dal faraone Thutmosi III (1504-1450 a.C.) a Karnak, è uno dei monumenti superstiti del circo. Deve il suo nome a Teodosio I che lo collocò sulla spina nel 390. Si alzavano sulla spina anche la colonna dei serpenti in bronzo dorato, eretta davanti al tempio di Apollo a Delfi per commemorare il trionfo greco di Platea su Serse (479 a.C.) e portata qui da Costantino Magno; e ‘l’obelisco murato’ composto di blocchi calcarei, di data incerta, restaurato nel secolo X da Costantino VII Porfirogeneto.


Obelisco di Teodosio

La Moschea del Sultano Ahmet o Moschea blu. Tra le cinquecento e più moschee, che dirigono verso il cielo di Istanbul un migliaio di minareti, la Sultan Ahmet Camii è la principale, anche se non la più splendida. Il primo posto per raffinata bellezza e magnificenza tocca alla moschea di Solimano I costruita da Sinan (1557), mentre quella di Beyazit (1505) è la moschea più antica ancora esistente.
Come tutti i luoghi sacri dell’Islam destinati alla preghiera e all’istruzione religiosa, la moschea del Sultano Ahmet, eretta dal 1609 al 1616 e appartenente al periodo classico dell’arte ottomana (secoli XVI-XVII), si compone di minareti, atrio porticato e sala di preghiera. I minareti, poligonali, sono sei, uno in meno di quelli della moschea della Mecca. L’atrio conta ventisei colonne di granito che sorreggono trenta cupolette, e presenta al centro una esagonale fontana delle abluzioni (sadirvan). Sulla grandiosa semplicità della sala della preghiera - un quadrato di 43 m. per lato - pende a 43 m. di altezza una cupola di 27 m. di diametro, sorretta con quattro semicupole da quattro pilastri scanalati di cinque metri di circonferenza. Il nome di Moschea blu deriva dalle sfumature verdi e blu delle preziose maioliche che tappezzano i muri della sala, sfumature che, alla luce filtrante attraverso le duecentosessanta finestre, si stendono anche sul marmo bianco di Marmara del mihrab e del mimber e sulla loggia del sultano. Dalla Moschea blu solevano mettersi in viaggio per la Mecca le carovane sacre recanti i doni del sultano, e nel 1826 partì l’ordine di scioglimento del corpo dei Giannizzeri.

Moschea blu e Moschea di Solimano il Magnifico
Moschea blu esterno
Moschea blu interno
Moschea blu cupola
Moschea di Solimano
Moschea di Solimano
Moschea di Solimano

Santa Sofia. Eretta da Costantino e consacrata dal figlio Costanzo nel 360 alla Sapienza divina, Santa Sofia risale nella struttura attuale a Giustiniano, che volle farne la basilica cristiana più sontuosa del mondo. Squadre di diecimila operai lavorarono al comando degli architetti Artemio di Tralle (Aydin) e Isidoro di Mileto. Fu utilizzato materiale prezioso fatto venire da ogni parte dell’impero. Otto colonne di marmo verde provenivano da Efeso (dal ginnasio o dall’Artemisio?), otto colonne di porfido dal tempio di Giove Eliopolitano di Baalbek, altre colonne di granito dall’Egitto; mattoni leggerissimi erano stati cotti a Rodi. Allo sfavillio d’oro dei mosaici faceva riscontro l’oro massiccio della mensa dell’altare e l’argento dorato del trono patriarcale. Il giorno dell’inaugurazione (548), l’imperatore poteva ben esclamare: «Gloria a Dio che mi ha ritenuto degno di compiere quest’opera. Ti ho superato, o Salomone! ». A Santa Sofia furono celebrati il secondo il terzo e il quarto concilio ecumenico di Costantinopoli, in cui si ribadì la condanna di errori trinitari e cristologici (553), si definì l’esistenza di due volontà in Cristo (680-681) e si confermò il culto delle immagini (869-870).
Ancora oggi mozza il fiato per le sue ardite linee architettoniche questa costruzione di m. 77 x 71, da cui si eleva a 55 m. la cupola dal diametro di m. 31. Gli otto grandi scudi circolari con i nomi, in arabo, di Allah, di Maometto e dei primi sei califfi, la nicchia del mihrab che si apre nell’abside in direzione della Mecca, il mimber o pulpito e la loggia del sultano, all’interno della basilica, cosi come i quattro minareti all’esterno, mostrano che Santa Sofia è stata moschea. Per quasi quattro secoli; finché nel 1923 Kemal Atatürk la trasformò in museo.

Santa Sofia
Veduta di Santa Sofia
Veduta dell'interno
Veduta dell'interno
Il Mosaico Deisis
Il mosaico con Comneno
Il Mosaico dell'abside

Sant’Irene. Una delle più antiche chiese cristiane della città. Fondata su un tempio pagano forse da Costantino Magno, che la dedicò alla Pace divina, si deve nella sua forma attuale a Costantino V (741-775). Chiesa patriarcale, fu sede del primo concilio ecumenico di Costantinopoli, celebrato nel 381 ai tempi del papa Damaso e dell’imperatore Teodosio I. Vi si definì che lo Spirito Santo è veramente Dio, come il Padre e il Figlio. Dopo la conquista ottomana del 1453, Sant’Irene fu trasformata prima in arsenale, poi in museo.

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Created/updated: Saturday, August 21, 2005 by J. Abela / E. Alliata / R. Pierri / A. Sobkowski
Photos: R. Pierri / M. Sacchi
/ Texts: M. Adinolfi
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