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11 novembre 2005

100 anni dalla nascita di Padre Bellarmino Bagatti



PADRE BELLARMINO BAGATTI (1905-1990)
SACERDOTE E MAESTRO DI VITA

UNA TESTIMONIANZA

di Padre Ignazio Mancini





Ho visto, per la prima volta, padre Bellarmino Bagatti nel 1940, a Nazaret. Facevo il mio anno di noviziato, nei primi mesi della seconda guerra mondiale.

Mentre, in Europa, la guerra imperversava, in Palestina, la vita trascorreva ancora tranquilla. Nei seminari e nei centri specializzati di studi biblici e archeologici si continuava a svolgere i programmi abituali, comprese le escursioni nei luoghi menzionati nella storia e nella geografia della salvezza. La presenza del padre Bagatti a Nazareth era dovuta all’escursione che gli studenti stavano facendo in Galilea e che lui accompagnava come professore di archeologia. Non fu un incontro. Non ci fu nessun scambio di parole. Chi conosce i regolamenti di quei tempi per i novizi sa quello che dico. La figura di Bagatti mi colpì. Si confondeva con gli altri giovani sacerdoti studenti. Nessun distintivo che lo qualificasse. Venni a sapere in seguito che aveva conseguito il dottorato in archeologia a Roma e che il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana aveva pubblicato la sua tesi sulla catacomba di Commodilla.

“Sono archeologo, mio malgrado – diceva spesso – mi sentivo portato a studi sull’arte. Ho fatto di necessità virtù e spero di esserci riuscito, in qualche modo”.

Archeologo per obbedienza, padre Bellarmino ha sempre preso sul serio il voto di obbedienza che emettono i religiosi assieme agli altri due, di povertà e castità.

Qualche mese dopo, a giugno, lo rividi a Emmaus, il santuario che ricorda l’apparizione di Gesù Risorto ai due discepoli, che, nello stesso giorno di Pasqua, se ne andavano discutendo tristemente verso il loro villaggio (Lc 24,13-35).

Il 10 giugno 1940, i francescani italiani vennero prelevati dai loro conventi e concentrati in quello di Emmaus-Qubeibeh, a una dozzina di chilometri da Gerusalemme, dalle autorità mandatarie britanniche. Dopo qualche giorno, passata la confusione dell’arrivo, riconobbi, tra i 130 frati, il padre Bellarmino, che, però, dovevo guardare a distanza. Ero ancora uno dei nove novizi, di cui sette italiani, uno armeno e uno ungherese, tutti sistemati in un camerone che doveva servire da dormitorio, da sala di studio e di ricreazione. Dopo qualche giorno, mi accorsi che padre Bagatti era stato sistemato in una cella poco distante, assieme al padre Ludovico Cigliano, un padre molto attivo che aveva trascorso quasi tutta la sua vita a Nazareth.

Io bussavo spesso a quella stanza perché padre Ludovico venisse fuori per confessarmi nel vicino coretto. Una stanza, no, una cella angusta. E’ là che i due inquilini avevano sistemato un tavolo e dove padre Bagatti studiava e scriveva.

L’uomo, laico o religioso che sia, il cui mestiere è quello di scrivere, è conosciuto quasi esclusivamente per le sue opere, tanto che non si direbbe un uomo ma un libro. Si pensi ad alcuni santi Padri della Chiesa. Secondo il padre Adalberto Hamman, ofm, profondo studioso di patrologia, S. Agostino era un emotivo attivo secondario, S. Giovanni Crisostomo “un rétracté de base”, S. Gregorio Nazianzeno un angosciato bisognoso di compagnia e di calore, Tertulliano un pessimista indipendente e insoddisfatto. Anche padre Bagatti rischia di essere identificato all’archeologia dei Luoghi Santi in modo esclusivo.

L’archeologia a padre Bagatti non ha fatto perdere la testa da stornarlo dalla vita. Ha sempre privilegiato la sua vocazione sacerdotale per il disimpegno della quale non si è mai tirato indietro. Fedele agli impegni ministeriali che gli venivano affidati dal Patriarca di Gerusalemme e dal Custode di Terra Santa, fosse anche quello di ascoltare le confessioni di una piccola comunità di Suore.

Mi sto già accorgendo che sto scivolando nel tessere una sorta di panegirico, genere letterario contrario al gusto di Bagatti, alieno da ogni “gonfiore” nel parlare e nello scrivere. Ricordo il suo disagio nell’ascolto di una conferenza a Tantur. Ero seduto al suo fianco e notai i movimenti spontanei del suo corpo e le contrazioni del viso. Il conferenziere doveva parlare della Chiesa di Gerusalemme, ma si gargarizzava ripetendo più volte il titolo. Padre Bagatti mi si avvicina all’orecchio e mi sussurra: “che sofferenza, ma cosa dice?”.

Ecco uno dei punti sul quale non transigeva. Quando consegnava il suo dattiloscritto perché si correggessero gli eventuali sbagli di digitazione, raccomandava di non occuparsi dello stile o della struttura delle frasi. Su questo punto era intransigente, quasi geloso del suo vocabolario toscano, anche quando era evidente che certi termini non erano accolti nel dizionario della lingua italiana. Un esempio per tutti: nel descrivere i ritrovamenti degli scavi, doveva segnalare i reperti di un focolare che lui però chiamava “focarile”. Non c’era verso di farglielo cambiare. Si appellava al linguaggio di sua madre. Così non gli piacevano certi eufemismi pudibondi per designare alcune parti del corpo umano. Bagatti non si è mai smentito di essere toscano, come non si è smentito di essere sacerdote e francescano.

Con molta delicatezza e senza sconfinare nell’operato altrui, sapeva distogliere i giovani frati dai pericoli che potevano intralciare la loro vita. Durante i tre anni di internamento, erano presenti una quarantina di chierici studenti; una bella occasione per chi vuole essere protagonista. Un frate sacerdote, poco conosciuto dalla maggioranza, vive quasi appartato, sempre solo. Aveva letto e studiato le opere di S. Giovanni della Croce e si forzava di metterne in pratica gli insegnamenti, forse senza molto criterio. Divenne l’attrazione di alcuni giovani chierici che si misero sotto la sua direzione spirituale. Alcuni di essi cominciarono ad appartarsi in omaggio allo spirito di raccoglimento; altri, oltre ad appartarsi, non facevano più colazione al mattino, per spirito di penitenza; qualche altro trascorreva ore intere prostrato davanti al tabernacolo. A nessuno sfuggiva il pericolo a cui andavano incontro questi esaltati spirituali. E non sfuggì al Bagatti, il quale aveva molto ascendente sugli stessi giovani frati. Dopo qualche anno, mi confidò che aveva dovuto faticare a sottrarre quei giovani all’influsso di quel direttore spirituale, forse pieno di zelo, ma con poco criterio. E lo fece senza turbare l’armonia dell’ambiente, con molta calma e delicatezza.

I suoi interventi erano sempre ispirati dall’alto. Agiva nel silenzio, senza mai imporsi. Forse, proprio per questo, veniva chiamato a predicare gli esercizi spirituali a tante comunità religiose di uomini e donne.

Chi si aspettava conferenze colme di oratoria e dottrine teologiche e spirituali alla moda restava deluso. La spiritualità solida proclamata da lui era rivestita con un linguaggio semplice, spoglio, che tutti potevano afferrare; ma bisognava stare attenti perché sotto quelle povere spoglie si nascondevano delle novità.

Era spesso invitato a parlare delle sue scoperte archeologiche, scoperte spesso sensazionali, che smentivano quanto era stato detto da altri studiosi. Che bella soddisfazione poter dire o scrivere che i risultati dei suoi studi correggevano quanto era stato detto in precedenza! Padre Bagatti non smentiva mai apertamente i suoi predecessori, alcuni dei quali portavano nomi prestigiosi. Una volta mi permisi di fargli osservare che, nelle questioni teologiche, gli Scolastici riportano le dottrine sbagliate per poi aggiungere “sed contra”. Mi rispondeva che questo esercizio uno studioso può farlo da sé. Dovette però faticare non poco per far capire al traduttore del suo volume L’Eglise de la Circoncision questo suo metodo. Il traduttore era tutto imbevuto delle teorie allora correnti e non afferrava la novità archeologica scoperta da Bagatti, il quale, passando nella mia stanza, dopo un colloquio lungo e faticoso per non offendere la sensibilità di quel traduttore, si lasciava cadere su una sedia esclamando: “Non avrei mai creduto d’incontrare tante difficoltà”.

Non gli piaceva la polemica a cui molti studiosi si abbandonano. “La verità, diceva, si fa strada da sé, piano piano. Io vado per la mia strada, senza farmi distogliere dall’essenziale. Se, nelle mie esplorazioni archeologiche, trovo una pietra o un semplice capitello, non vi costruirò sopra una basilica”.

Dovette fare un grande sforzo per non cedere alle sollecitazioni dei confratelli, quando, durante i tre anni passati in concentramento, organizzò la campagna di scavi nel santuario di Emmaus. Gli scavatori non erano i soliti beduini che in seguito “collaborarono” con lui allo sterro delle zone archeologiche, ma giovani chierici francescani non del tutto digiuni sulla questione relativa alla localizzazione dell’Emmaus evangelica. Si voleva, in qualche modo, forzare Bagatti a pronunciarsi a favore dell’Emmaus-Qubeibeh in forza dei risultati che stavano dando gli scavi. Padre Bellarmino, sempre coerente ai principi scientifici, non ha mai affermato che la questione, in forza dei suoi scavi archeologici, sia stata risolta.

A questo proposito ricordo che quando doveva recarsi a Nazaret per intraprendere gli scavi nel luogo tradizionale del santuario dell’Annunciazione – contestato da alcuni studiosi, tra i quali lo studioso tedesco Clemens Kopp, che in un suo volume, aveva affermato che il santuario di Nazaret era un “pia fraus” e il padre René Leconte, che suggeriva di ricercare la Nazaret evangelica sulla collina dove sorge la chiesa dei Salesiani, – chiesi al padre Bagatti cosa avrebbe fatto se, nelle sue ricerche archeologiche sul luogo, non avesse trovato nulla. Mi rispose che avrebbe scritto di non aver trovato nulla. Il risultato positivo invece è sotto gli occhi di tutti, come risulta dal volume ben documentato Gli scavi di Nazareth incluso nella “Collectio Maior” dello Studium Biblicum Franciscanum della Flagellazione, edito dalla Franciscan Printing Press.

Rievocandone con semplicità il comportamento coi confratelli, il metodo di lavoro scientifico, le relazioni col mondo ecclesiastico e civile, sto cercando di dare la mia testimonianza su padre Bellarmino, sacerdote e maestro di vita: maestro di vita, senza altra specificazione; perciò di vita umana, cristiana, francescana e di studioso.

Bagatti non amava atteggiarsi a direttore spirituale, anche se tanti ricorrevano a lui. Nella sua direzione li lasciava liberi, sotto l’influsso dello Spirito Santo. Il suo ruolo si limitava ad assisterli e a metterli in guardia da eventuali deviazioni di carattere spirituale, sempre possibili in questo campo, nel quale la direzione può diventare una vera tirannia sulle anime.

Ai libri di divulgazione di vita spirituale, preferiva le fonti. Non avrebbe mai suggerito libri allora nelle mani di tutti, come Manete in dilectione mea, Oportet Illum regnare e, tanto meno, Non praevalebunt. Ricordo, invece, che invogliò molti giovani francescani a leggere gli Opuscoli mistici di S. Bonaventura, nelle traduzioni del padre Nazario Rosadi.

E’ sorprendente come un maestro in scienze archeologiche abbia scritto e invogliato altri a scrivere articoli di spiritualità. Ricordo, tra l’altro, il suo contributo pubblicato in Studi Francescani su S. Leonardo da Porto Maurizio. Fu per suo incoraggiamento che avemmo subito la traduzione italiana del Colloquio interiore di Suor Maria della Trinità, clarissa di Gerusalemme, curata da Reginetta Canova, oggi alla nona edizione.

Bagatti non si è mai lasciato pizzicare dalla gelosia, vizio comune negli ambienti dove lavorano studiosi o professionisti. Maxence Van der Meersch, nel suo romanzo Corps et âmes, descrive un caso tipico di questi sentimenti poco nobili, che arriva al parossismo. A questo proposito, da un testimone oculare mi è stato raccontato che uno degli studiosi medievalisti francescani che lavoravano a Quaracchi aveva una specie di lenzuolo sulle ginocchia quando decifrava i codici medievali aperti sul suo tavolo. Non appena sentiva bussare alla porta della sua stanza, lo stendeva su quei vecchi documenti per timore che, con qualche occhiata furtiva, gli carpissero il segreto della sua interpretazione.

Padre Bellarmino godeva invece nel condividere il risultato dei suoi studi. Un venerdì, dopo la Via Crucis, solita a svolgersi lungo la Via Dolorosa, appena fuori dalla basilica del S. Sepolcro, tutto raggiante, inizia a parlarmi di un mosaico ritrovato sul Monte degli Ulivi, senza dirmi la data del ritrovamento, il luogo e quanto avrebbe potuto ambientarmi. Resosi conto del mio imbarazzo, cominciò a spiegarmi le circostanze del ritrovamento e l’importanza che aveva per la storia dei monasteri e santuari situati sul Monte degli Ulivi.

Nel 1967, appena passata la “guerra dei sei giorni”, che portò all’occupazione israeliana di tutta la Palestina, mi recai da Bagatti non ricordo esattamente per quale motivo. Dopo i convenevoli, mi abbordò dicendomi se mi sarebbe piaciuto scrivere la storia delle scoperte sui giudeo-cristiani. Dissipò immediatamente le mie difficoltà dicendomi che non mi avrebbe lasciato solo e mi avrebbe dato quanto aveva già raccolto sull’argomento. A me restava il compito di ordinare e di far parlare, con un linguaggio meno scientifico e comprensibile a tutti, quel materiale contenuto nei volumi L’Eglise de la circoncision, negli Scavi del Dominus Flevit, negli Scavi di Nazareth, tutti del Bagatti e in quello del padre Emanuele Testa Il simbolismo dei Giudeo-Cristiani. Dopo qualche mese, dalla tipografia francescana di Assisi, fu pubblicato il libro Le scoperte archeologiche relative ai giudeo-cristiani, tradotto in seguito in francese e in inglese.

Aveva il dono di contagiare i giovani per i belli ideali. Tornando al periodo degli anni di internamento, senza atteggiarsi a maestro, aveva creato intorno a sé un gruppo di discepoli, tra questi il padre Virgilio Corbo, rilevatosi in seguito un’autorità in archeologia. Sono sue le scoperte dell’Herodion, del Campo dei Pastori, della “Casa di S. Pietro” a Cafarnao. Anche padre Pasquale Castellana, che ha trascorso la sua vita nell’alta Siria, nella regione dell’Oronte, deve a Bagatti la sua competenza e il suo amore per le ricerche archeologiche. I suoi tre volumi sugli Stiliti, sui Reclusi e sui Cenobiti hanno dato un forte contributo alla conoscenza di queste forme del monachesimo della Siria, come pure gli altri volumi sulle “Città morte” che testimoniano storicamente la vitalità del cristianesimo in quelle regioni prima dell’invasione islamica.

Non si esagera quando si afferma che Bagatti è stato l’ispiratore di quasi tutta l’attività scientifica della Custodia. In un modo o nell’altro, sempre con molta discrezione e delicatezza, ha incoraggiato e aiutato quanti si sono dedicati a far conoscere la storia e la geografia della Terra Santa. Il padre Sabino De Sandoli non avrebbe scritto i grossi volumi sulle Crociate, senza l’ispirazione, l’incoraggiamento e l’aiuto del Bagatti.

Dopo il Concilio Vaticano II, la conoscenza della Bibbia è diventata uno degli obblighi più sentiti tra i cattolici. Le traduzioni dai testi originali si sono moltiplicate. Il Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori scrisse a Bagatti, allora Direttore dello Studio Biblico Francescano, perché adattasse i programmi a livello popolare. Fu una dura prova; si vide davanti ad una scelta dell’obbedienza e a quella della perdita di tante fatiche sostenute per arrivare a formare una Scuola in grado di dare i gradi accademici di baccellierato, di licenza e di dottorato in teologia con specializzazione in scienze bibliche. Dopo giorni di riflessione e di preghiera, trovò il modo di andare incontro ai desideri del Ministro Generale e conservare allo Studio Biblico il carattere accademico. L’anno seguente, aprì le porte dello Studium a quanti volevano seguire corsi di carattere divulgativo con un programma particolare. Inoltre, ogni anno, dopo Pasqua, furono organizzati corsi di conferenze a carattere teologico-biblico, sempre molto frequentati fino ad oggi.

Ho già detto che il Bagatti veniva chiamato spesso a predicare gli esercizi spirituali. In Custodia duravano almeno sette giorni. Il regolamento prescriveva il silenzio assoluto. Le giornate erano scandite da tante pratiche di pietà; oltre alle tre conferenze, alla recita corale delle Ore liturgiche, della Messa e della meditazione, vi era la Via Crucis, la visita al SS. Sacramento dopo i pasti; negli spostamenti dal coro al refettorio si recitava il Salmo Miserere. Tutto questo creava inevitabilmente un clima opprimente. Non era nello stile del padre Bagatti, il quale, sia nelle conferenze, sia nella scelta della lettura da farsi durante i pasti, cercava di rendere meno pesanti quei giorni. Le sue conferenze non raggiungevano mai i trenta minuti e gli argomenti trattati erano sempre di facile comprensione per tutti. Per la lettura da farsi, durante i pasti, sceglieva le biografie classiche francescane e, qualche volta I fioretti di S. Francesco.

Possiamo chiederci se, nella vita, nonostante la sua attenzione nell’evitare ogni occasione che avesse potuto turbare la pace, abbia trovato difficoltà nell’ambiente in cui è vissuto. Mi confidò che i primi anni nello Studium Biblicum Franciscanum della Flagellazione furono molto duri per lui. Con molta diplomazia doveva trovare il modo di pubblicare i risultati delle sue campagne di scavi archeologici. Nello Studium regnava una specie di complesso di inferiorità nei confronti di altre istituzioni accademiche. Si pretendeva che sottomettesse i risultati delle sue ricerche al giudizio e all’approvazione di archeologi di altri istituti di Gerusalemme. Padre Bellarmino, sempre rispettoso, ma con fermezza, rifiutava e portava alla pubblica conoscenza le sue conclusioni, prima con qualche articolo su periodici scientifici e su L’Osservatore Romano e, dopo qualche tempo, in modo esauriente, con un apposito volume. Nelle varie collezioni dello Studium Biblicum Franciscanum le pubblicazioni del P. Bagatti sono le più numerose e molte di esse vengono tuttora ristampate.

  Nella prefazione al volume edito nel 2001 a cura dell’editrice Velar dal titolo Un uomo di pace – P. Bellarmino Bagatti (1905-1990), scrivevo: “Nella bibliografia curata dal P. Claudio Bottini sono elencati 723 titoli. Da tener presente che il P. Bottini dichiara di aver cercato di stendere una bibliografia che fosse la più completa possibile. Infatti essa contiene non soltanto le pubblicazioni a livello scientifico, ma anche quelle a livello divulgativo”.

  Ho già accennato alla sua delicatezza nel risparmiare le umiliazioni al prossimo;   ad un giovane confratello, maggiormente impegnato nello sterro dell’area archeologica del santuario di Emmaus, che non trovava mai nulla, alcuni vollero fare uno scherzo. Ruppero un oggetto di terracotta, lo sporcarono di fango e lo sotterrarono dove il nostro aspirante archeologo si sarebbe recato a scavare il giorno seguente. Al mattino, da lontano, nascosti dietro un angolo, ne osservarono la reazione. Come previsto, il nostro aspirante archeologo, dopo le prime picconate, si chinò per raccogliere il suo “bottino”e, defilato, corse da padre Bagatti per mostrarglielo. Ma quale non fu la delusione dei giovani confratelli, che si aspettavano di sentire il padre Bellarmino proclamare che quella ceramica non aveva nessun valore archeologico. La mise invece da parte dicendo che l’avrebbe esaminata con calma. Per qualche giorno tutti risero alle spalle dell’aspirante archeologo. Bagatti però non ne fu contento.

Mi sono sempre chiesto come facesse a cimentarsi ad illustrare piccoli reperti archeologici e a dirigere scavi impegnativi, come quelli della Visitazione ad Ain Karem, di Emmaus a Qubeibeh, del Dominus flevit sul pendio del Monte degli Ulivi, dell’Annunciazione a Nazaret. Dopo averli ristudiati a tavolino e riletti alla luce di testi letterari di scrittori contemporanei, ne ha pubblicati i risultati nei grossi volumi inseriti nella Collectio Maior dello Studip Biblico Francescano.

In tutta la sua attività scientifica padre Bagatti è stato guidato dalla convinzione che la Chiesa in Terra Santa, non ha avuto inizio nel IV secolo con Costantino, ma con Cristo e gli Apostoli. Con lo studio dei reperti archeologici, oltre che con l’aiuto dei testi letterari paleocristiani, ha illustrato la presenza cristiana in Terra Santa dalle origini fino al periodo crociato, contribuendo così a colmare il vuoto dei primi secoli del cristianesimo nel paese di Gesù.

Come tutti gli studiosi e autori di cose nuove, Bagatti non era sprovvisto di certi accorgimenti per insinuare una possibile interpretazione differente da quella comunemente data ai reperti archeologici di alcuni monumenti storici. Un giorno mi chiamò e mi presentò delle foto dei dipinti murali della sinagoga di Dura Europos. Vi erano figure di animali e i nomi degli artisti che li avevano eseguiti. Si tratta, affermò, di nomi non ebraici e di figure umane e di animali, contro la prescrizione di riprodurli sancita da Esodo (20,4). Sempre relativo alla sinagoga di Dura Europos, mi fece leggere un articolo sul ritrovamento di tracce di preghiere eucaristiche nelle vicinanze immediate del luogo dove sorgeva la sinagoga. Capii allora, e ne ebbi la conferma da lui stesso, dove volesse andare a parare: intendeva insinuare l’ipotesi che quel monumento poteva essere stato riadoperato, nei secoli successivi, da fedeli cristiani.

Leggendo i suoi libri, a nessuno sfugge la cura nel mettere avanti l’opera altrui. I suoi collaboratori potevano stare sicuri che non li avrebbe ecclissati. Menziona ogni aiuto datogli e il contributo di altri studiosi. Non dimentica neppure i beduini che davano la loro collaborazione rimuovendo tonnellate di terra e di pietre per giungere al livello dove potevano essere nascosti i reperti archeologici.

Il padre Bagatti è stato il maestro a cui si è ricorso sempre sicuri che non si sarebbe appropriato nulla del merito dei collaboratori inerente alle scoperte. Ne doveva essere sicuro fra Michelangelo Tizzani, custode del santuario del Dominus flevit, il quale, un giorno, verso il tramonto, avendo ritrovato nei sondaggi di scavi, eseguiti nelle ore che gli lasciavano i visitatori pellegrini, un tesoro di monete di argento, di buon mattino, il giorno seguente, defilato, lo portò a Bagatti, il quale catalogò i singoli pezzi e dichiarò che si trattava di dieci sheqel o sicli, quattro mezzi sheqel della prima rivolta giudaica, uno sheqel di Tiro e un tetradramma di Nerone della zecca di Antiochia. Assieme a quel tesoro vi era anche una lucerna del I secolo. Per la prima volta, i numismatici ebbero l’evidenza archeologica che gli sheqel erano stati effettivamente coniati a Gerusalemme negli anni 66-70 d.C.

Negli anni ’80, nello Studio Biblico Francescano, vi erano, da qualche anno, giovani archeologi che erano stati alunni del Bagatti; tra questi, padre Stanislao Loffreda, padre Michele Piccirillo e padre Eugenio Alliata. Il padre Virgilio Corbo, pur facendo parte del corpo docente della Flagellazione, viveva a Cafarnao, dove, da qualche anno, continuava le sue campagne di scavi. Padre Bellarmino, consapevole dei suoi limiti inerenti all’età, si dedicò ad un’attività meno impegnativa per le forze fisiche. Accentuò i suoi studi sui testi letterari che aveva tenuto sempre presenti nelle sue ricerche archeologiche e lasciò ai più giovani le campagne di scavi più impegnative.

Nel grosso volumegià citato Un uomo di pace, a pagina 105, si può leggere uno studio del padre Alberto Prodromo. Vorrei averlo scritto io quel capitolo. Tratta del “profilo artistico” di padre Bagatti. Si parla di 140 fogli di varie misure, con disegni giovanili di Bagatti, per la maggior parte eseguiti a matita, con pastelli colorati, con inchiostro di china, acquarelli e varie xilografie. Gli esperti affermano che quei disegni rivelano un senso artistico eccezionale in un giovane che era nato artista prima di diventare archeologo.

Gli artisti chiamati dalla Custodia di Terra Santa per decorare la chiesa della Visitazione, quella del Campo dei Pastori, quella di Betania, il santuario del Dominus flevit, quello di Betfage e, infine, la grande basilica di Nazaret hanno avuto tutti lunghi colloqui col Bagatti. Nelle mie visite alla Flagellazione, li ho sorpresi spesso mentre gli mostravano i loro bozzetti. Per il restauro della basilica del S. Sepolcro era stato chiamato un giovane scultore, che dovette faticare molto per far accettare i suoi capitelli, da alcuni giudicati troppo moderni. Bagatti invece diceva che la basilica del S. Sepolcro, come è arrivata a noi, è il risultato di vari restauri. Ogni epoca vi ha lasciato le sue impronte. E’ giusto che il restauro del secolo ventesimo vi lasci le sue. E’ nota la sua amicizia con gli architetti Antonio Barluzzi e Giovanni Muzio, con i pittori Cesare Vagarini, Umberto Noni e con lo scultore francescano Andrea Martini, tutti artisti che hanno lavorato in Terra Santa.

Ma “io non posso ritrar di tutto a pieno”. Per concludere questa mia testimonianza vorrei ricordare quanti confratelli sono debitori a Bagatti della perseveranza nella loro vocazione francescana. Andavano da lui attanagliati da problemi esistenziali o in preda allo smacco di qualche scontro con i superiori e tornavano sereni e decisi ad affrontare le difficoltà della vita. Aveva il dono di sdrammatizzare senza fare predicozzi. Si immedesimava con la sofferenza altrui e lo mostrava senza falso pudore. Nella breve esortazione, solita a farsi dopo la confessione, ripeteva sempre con profonda commozione che il Signore ci conosce e ci ama.

 Un ultimo ricordo. I due volumi L’Eglise de la circoncision e L’Eglise de la gentilité erano stati tradotti in francese dai suoi dattiloscritti in italiano. Qualche anno dopo, sollecitato da alcuni studiosi italiani, Bagatti decide di inviare quei dattiloscritti ad una famosa editrice cattolica italiana. Se li vide respinti, accompagnati da una lettera gonfia di belle maniere convenzionali e con la giustificazione che quegli argomenti non interessavano la loro editrice. Vado molto lontano dal vero se ritengo che forse avevano convocato i loro consiglieri, i quali avevano consigliato che, sotto l’aspetto finanziario, non avrebbero fatto un grosso affare?

Il rifiuto provocò a Bagatti un forte dispiacere. Quando mi incontrò mi disse semplicemente: “Sono le prove riservate agli studiosi. Io però vado avanti”. Qualche anno dopo, Mons. Gianfranco Nolli, biblista con specializzazione in egittologia, chiese ed ottenne di pubblicare quel materiale per far conoscere agli italiani le origini della Chiesa. L’opera uscì con i caratteri dell’Editrice Vaticana.

E’ stato scritto che, nella persona di Bellarmino Bagatti, Dio ci è passato accanto trasfondendo nella nostra vita quotidiana il soprannaturale che gli inondava l’anima. Dopo quindici anni dalla morte, la sua memoria è ancora viva in Terra Santa, dove le guide di pellegrini, nelle visite a Nazaret, a Betlemme, a Gerusalemme, a Cafarnao, ad Ain- Karem e a Emmaus parlano spesso di lui, che ha fatto rivivere il Vangelo e la storia della Chiesa locale dei primi tre secoli che si esprimeva nelle categorie giudaiche.

Napoli – Commissariato generale di Terra Santa


11 novembre 2005



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Created/updated: Saturday, September 8, 2005 by J. Abela ofm / E. Alliata ofm / C. Bottini
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