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12 marzo 2005

Conferenza del
Card. Carlo Maria Martini

“Ricerche sul Codice Vaticano”




Saluto del Decano al Card. Carlo Maria Martini

Eminenza,

questa è la terza volta che viene da noi! Sta diventando un piacere per tuttti e quasi una “tradizione” avere ogni anno una Vostra “lectio” nella nostra Facoltà.

Siamo particolarmente grati a Vostra Eminenza per aver accettato di parlarci delle ricerche che va conducendo sul Codice Vaticano. Quando venne la prima volta da noi, accennò a questa fatica che l’aveva ricondotta agli studi fatti sul celebre codice al tempo della tesi di laurea difesa quasi quaranta anni fa al Pontificio Istituto Biblico!

Chi ha presente o legge lo “stato della questione” delineato nelle prime 41 pagine della monografia che riproduce detta tesi al numero 26 di  Analecta Biblica (Il problema delle recensionalità del codice B alla luce del papiro Bodmer XIV, Roma 1996), può solo immaginare il cumulo di problemi che ancora pone la conoscenza di questo codice. Vostra Eminenza allora contribuì in maniera determinante alla storia della tradizione testuale e alla genealogia dei testi risolvendo il problema del carattere recensionale di B e – se così si può dire – facendo crescere la stima degli specialisti di critica testuale per questo venerabile testimone della Bibbia greca.

Non so se gli studenti qui presenti provano una particolare emozione nell’accostarsi al facsimile del Codex Vaticanus esposto sul tavolo da cui ci parla. Personalmente ricordo ancora la viva emozione che mi prese quando il 13 aprile del 1972 Vostra Eminenza, allora rettore e docente di critica testuale al Biblico, accompagnò noi studenti in Vaticano a visitare la mostra “Il Libro della Bibbia” nella quale erano esposte eccezionalmente alcune pagine del Codex B. A me parve una fortuna unica poter vedere da vicino quegli originali che, grazie alla Vostra guida, diventavano per noi testimoni eloquenti e quasi palpabili della Tradizione vivente che ha prodotto e conservato il Codice Vaticano.

Mentre ringraziamo per il dono di questa lezione, confidiamo e preghiamo che la Provvidenza voglia concedere a Vostra Eminenza energie e anni per il nuovo lavoro che certamente arricchirà la conoscenza di questo insigne manoscritto.

Grazie.



Conferenza del Cardinale


La folta partecipazione di studenti e professori della Facoltà e di altre istituzioni accademiche di Gerusalemme a questo incontro con il Cardinale Martini presso lo Studium è la prova dell'interesse che sempre suscita tutto ciò che riguarda i testimoni del testo biblico.

Il coinvolgimento aumenta quando ad essere oggetto di una conferenza è il codice greco 1209, meglio conosciuto sotto in nome di Codice Vaticano, e siglato con la lettera B.

Conclusa, con la pubblicazione di un volume, la stagione degli studi dedicati al Papiro Bodmer XIV, contenente le Lettere di Pietro, Martini, come aveva in altre occasioni dichiarato, ha ripreso a condurre studi sul Codice Vaticano. Fin dalle prime battute l'uditorio si è reso conto che quello del Cardinale sarebbe stato un racconto esistenziale più che un aggiornamento, una vera testimonianza sotto forma di conversazione. Così l'eminente studioso, fin dall'esordio, lascia intendere che su detto codice c'è ancora molto da scrivere. L'aspetto più intrigante è che della vicenda di questo incomparabile testimone del testo biblico si sa ben poco, se non proprio nulla, prima del suo ingresso alla Biblioteca Vaticana, avvenuto nel 1475 e comparso nel catalogo nel 1481. Riandando indietro nei secoli, si scopre che fu in primo luogo designato col numero 1209; nel 1612 appare come 'codice greco'; fu Wetstein, nel 1751, ad assegnargli la sigla B.

Il codice contiene Antico e Nuovo Testamento greco, l'intera Scrittura. Manca dei primi 31 fogli originali della Genesi, tuttavia in seguito integrati. Lo stesso vale di salmi perduti e poi ricostituiti. E' mutilo anche delle pagine finali. Un'altra mano scrisse in corsivo le pagine riservate alla Lettera agli Ebrei. Il codice si ferma con esattezza a Ebrei, capitolo 9, versetto 14. Il volume originale non comprendeva il testo dell'Apocalisse che fu integrato in un secondo momento. Non si sa se contenesse le Pastorali, ma è probabile che mancassero. Pure i libri dei Maccabei non sono inclusi, vi compare invece il terzo libro di Esdra (= 4Esd).

Il codice è notevole, sontuoso. Si intuisce immediatamente che dovette costare molto. E' raffinato, molto ben curato. Solo un committente di elevato prestigio avrebbe potuto ordinarlo. Non si è lontani dal vero se si pensa ad una chiesa di grandi tradizioni culturali. In tal senso non si deve ignorare che, aver raccolto in unico codice o, se si vuole volume, Antico e Nuovo Testamento, è un fatto di grandissima importanza, perché, oltre al cospicuo impegno finanziario, implica a monte una scelta dottrinale (si veda il Canone) chiara, attribuibile unicamente ad una chiesa con una forte identità. Sul piano della pubblicazione dei testi, al tempo del codice, per l'Antico Testamento si adoperavano rotoli di pergamena, per il Nuovo i libri erano pubblicati, e quindi circolavano, singolarmente. Queste semplici osservazioni danno la misura di quanto si è sostenuto in precedenza.

Il manoscritto conta 1536 pagine numerate in alto a destra. Ma la numerazione è recente. E' composto di fogli di pergamena molto sottile, preparata con estrema cura. Nella complessa lavorazione richiesta dalla lavorazione delle pelli, avveniva che per predisporre la pagina alla scrittura posta sotto un telaio e con una punta di ferro si incidevano le righe, perché lo scriba potesse procedere in linea retta. Le pagine sono accuratamente ordinate secondo le due facce della pergamena, che, essendo di pelle di animale, da una parte aveva un tessuto più carnoso e chiaro, dall’altra uno più peloso e scuro. Il codice è fatto in modo che le due pagine opposte siano rispettivamente o più chiare o più scure, sia per l’estetica sia per evitare il danneggiamento dei fogli. Nella disposizione della pagina le linee verticali sono sei (due per ogni colonna), quelle orizzontali quaranta (segmentate in tre parti), delle quali, le estreme sono complete, in modo da definire l'area del testo.

I libri della Scrittura si succedono senza soluzione di continuità. Alla fine di un libro si trova uno spazio libero a completamento della colonna, e il libro successivo comincia nella colonna immediatamente seguente e non, come noi siamo soliti fare, in una nuova pagina, magari con un foglio bianco intermedio. Se ne ricava l’impressione che, pur nella ricchezza dell’opera, fosse necessario risparmiare pergamena. Le ultime righe del Vangelo di Matteo, per rendere l'idea, occupano poche linee della seconda colonna della pagina, che già sulla terza colonna si trova l'incipit del Vangelo di Marco. Non mancano eccezioni a tale riguardo: tra la fine del libro di Esdra e l'inizio del Salterio vi è una pagina bianca. Con il medesimo criterio è separato l'inizio del Nuovo Testamento dalle parole finali dei libri profetici. Il Vangelo di Luca, per fare ancora un esempio, non segue immediatamente quello diMarco nell'ordine delle colonne della pagina, ma inizia in quella successiva. Si è ipotizzato che lo scriba abbia lasciato lo spazio libero, perché conosceva la cosiddetta 'finale lunga'. Pertanto, saggiamente, avrebbe voluto dare la possibilità ai posteri di integrare o completare il testo.

Ordinariamente il testo è disposto su tre colonne, salvo che nei libri sapienziali, allineati invece su due. Ognuna delle tre colonne si compone di circa sedici lettere. Nei Sapienziali il numero è oscillante, perché si segue il senso del componimento.

La scrittura, secondo l’uso degli antichi è continua, nel senso che non c'è nessuna separazione tra una parola e un’altra, e non vi sono né spiriti né accenti. Anche la punteggiatura nella prima trascrizione fu scarsa. Il testo primitivo si presentava dunque in una veste molto semplice, senza ornamenti nei titoli e privo di particolari accorgimenti per segnalare la successione delle parti dell'opera. Appena percettibili, tuttavia, in alcuni luoghi sono stati notati dei leggeri stacchi nel testo. Questi consistono in un lieve avanzamento della prima lettera della parola iniziale di una riga, un segno che è interpretato come inizio di una sezione. Il medesimo ufficio dovevano svolgere due trattini tracciati rispettivamente sotto l'ultima parola di una riga e sotto la prima parola della riga seguente, in maniera da segnalare fine e inizio di sezione.

Naturalmente nel testo originale mancavano le indicazioni di capitoli e versetti, introdotti molto più tardi nella Bibbia latina. Per i capitoli bisognerà attendere il secolo XII, per i versetti il XVI. La lettura pubblica dei testi, quindi, richiedeva una seria preparazione. Il lettore doveva apprendere quasi a memoria il testo e utilizzare lo scritto solo per richiamare alla mente la pagina già nota.

Si discute su quanti scribi abbiamo compilato il Codice Vaticano. Se ne individuano due, uno per l'Antico e uno per il Nuovo Testamento. La differente mano, però, è riconoscibile solo da lievi indizi circoscritti ad alcuni segni di ausilio di lettura, perché entrambi seguivano rigorosamente un unico stile. Un'antica divisione in paragrafi risale al IV - V secolo. A fianco delle colonne furono aggiunte delle lettere greche con l'evidente scopo di delimitare sezioni testuali. Tenendo conto di questi segni, nel Vangelo di Matteo sono stati individuati 170 paragrafi.

L’intervento di maggiore rilievo sul manoscritto fu effettuato intorno al secolo X, quando uno scriba ripassò con inchiostro una per una tutte le lettere, ad eccezione di quelle ritenute erronee. Con buona probabilità l'inchiostro originario andava svanendo. La mancata 'sovraiscrizione' di alcune lettere rende possibile riconoscere chiaramente il ductus, ossia il tocco, dello scriba primitivo e di distinguerlo da quello successivo. Al codice, nei secoli a venire, furono apportate altre aggiunte. Rivestono un certo rilievo, ma non certo per la loro qualità artistica, le lettere iniziali a colori dei Vangeli e di altri libri. Più tardi furono aggiunti altri segni ornamentali, la numerazione dei capitoli e note di lettura. Quest'ultime sono particolarmente abbondanti nelle due pagine a fronte nelle quali cadono la finale del libro di Geremia e l'incipit del libro di Daniele.

La stesura o copiatura, di un manoscritto dell'ampiezza del Codice Vaticano richiedeva per lo meno uno o due anni di assiduo lavoro. Perciò la commissione dovette venire da una comunità economicamente solida. Gli scribi, a loro volta, dovevano far capo ad uno Scriptorium affermato e ben attrezzato. Si devono a questi degli Umlaut destinati forse a segnalare l'esistenza di varianti lì dove si trovano. Qualcuno ha ipotizzato che lo scriba leggesse due o tre manoscritti e, dove gli si presentava qualche dubbio, omettesse il testo o copiasse una delle due o tre lezioni, segnalando il fenomeno con due puntini. Si è scoperto tuttavia che questo segno occorre anche in luoghi in cui non si hanno varianti. Pertanto ci si è chiesti se non si tratta di lezioni originali. Ma non si può escludere che al tempo dello scriba non esistessero varianti.

Anche la provenienza del manoscritto è oggetto di discussione. E' probabile che la sua patria sia l’Egitto. Il 'suo' testo infatti appare legato a quello usato dai Padri egiziani. L'ambiente di produzione può, con un certo grado di plausibilità, essere quello di Sant' Atanasio. E dunque il codice potrebbe essere stato scritto nel 350 circa. Fatti i calcoli, questo 'testimone' della Bibbia greca oggi ha circa 1700 anni di vita. Ha quasi dell'incredibile come sia ancora perfettamente leggibile. Lo si può considerare, a ragione, uno dei testi più accuratamente trascritti della Bibbia greca.

Come già accennato, della storia di questo codice prima del suo ingresso nella Biblioteca Apostolica Vaticana nel 1475 si conosce poco, come sono sconosciute le circostanze dell'acquisizione. Ad ogni modo da allora fu oggetto di numerose consultazioni, edizioni e studi critici. Ad interessarsene per primo sotto l'aspetto scientifico fu Erasmo da Rotterdam. Il grande umanista intuì l'importanza del manoscritto e chiese che gli fossero trascritte delle varianti. Ad un dato momento si convinse, sulla base probabilmente di controlli effettuati e segnalatigli, che il codice avesse subito un forte influsso dalla Vulgata e che pertanto fosse un testimone, in termini tecnici, corrotto. Per cui il contributo del codice alla sua edizione del Nuovo Testamento fu in sostanza nullo.

Quanto all'Antico Testamento, invece, gli eruditi si resero conto dell'importanza del codice che, non a caso, fu alla base dell'edizione dei Lxx su cui fu rivista la Vulgata dopo il Concilio di Trento. Il riferimento è all'edizione di Sisto V del 1597. Negli anni che vanno dal 1588 al 1620 si tentò un simile progetto per il Nuovo Testamento, ma senza alcun risultato.

Dal XVI secolo diversi studiosi ebbero accesso al codice. Se ne possono ricordare alcuni. L'umanista greco Giovanni Cariofille; Giulio Bartolucci (1613-1684), scrittore ebraico della Biblioteca Vaticana; Lorenzo Alessandro Zaccagni (1657-1712), prefetto della Biblioteca. Per una nuova collazione del codice bisognerà attendere il 1720. Sarà opera di Apostolo Mico di Corfù, scrittore greco della Vaticana, in risposta ad una richiesta di Riccardo Bentley. I tempi concessi per la consultazione del resto non erano particolarmente lunghi. A Thomas Wagstaffe furono accordati 15 giorni.

Le vicende storiche vollero che il codice, nel 1799, fosse trasferito a Parigi, dove rimase fino al 1815. Nel 1809 fo consentito a Giovanni Leonardo Hug di studiarlo. Tornato a Roma, la notorietà del codice crebbe sempre di più. Nel contempo ne fu messa in cantiere l'edizione. Ciò spiega anche perché la consultazione del codice divenne molto difficile. Dopo non poche insistenze, nel 1759, a Costantino Tischendorf fu concesso un tempo molto limitato. Una prima edizione fu pubblicata nel 1858. Dieci anni più tardi incominciò ad uscire l'edizione in facsimile tipografico. Una rivalutazione a pieno titolo del codice si ebbe con l'edizione critica del Nuovo Testamento di Westcott - Hort nel 1881, che si fondava principalmente sul codice B, il cui testo fu definito 'neutrale' dai due critici. La designazione non indicava una famiglia testuale accanto a quella alessandrina e occidentale, ma che il testo non aveva subito alcuna revisione sistematica ed era quindi libero da interpolazioni. Infrante oramai le riserve, le cui origini risalivano ad Erasmo, il testo codice ha assunto nel tempo il ruolo centrale che gli spetta.

Negli ultimi decenni l'attenzione si è focalizzata sul rapporto tra questo testo e quello dei papiri. Almeno per il Vangelo di Luca è apparsa chiara la non recensionalità del codice. Va detto che il suo valore testuale varia da libro a libro.

A tutt'oggi non sono state ancora prodotte introduzioni al codice ampie ed esaustive. Tra le esistenti si segnala quella di Gregory (1900 e 1902). L'ultima edizione del 1999 è accompagnata da Prolegomena curati da P. Canart (Aspetti paleografici), M. Bogaert (testo dell'Antico Testamento) e S. Pisano (testo del Nuovo Testamento), che tuttavia appaiono ancora ridotti.

Nuova luce potrà venire dallo studio di un lavoro in latino del Cardinale Giovanni Mercati rimasto manoscritto, che contiene migliaia di note erudite, in parte incomplete e provvisorie. Nelle 228 pagine che lo compongono Mercati registra le diverse collocazioni che il codice ebbe nella Vaticana da 1475 ai suoi giorni. E' un'opera interessante anche per i dati che offre sulla storia della biblioteca. Così sono ricordati tutti gli studiosi che hanno consultato o hanno tentato di pubblicare il codice. Ma non c'è una valutazione critica del testo e l'annotazione di particolarità paleografiche. I riferimenti storici non vanno più indietro del 1475. Allo stato attuale sarebbe auspicabile che un gruppo di studiosi mettesse mano ad una introduzione quanto più possibile completa.

Il Cardinale Martini sta traducendo il manoscritto di Mercati, che ha intenzione di pubblicare. Oltre alla traduzione saranno necessarie verifiche codicologiche e bibliografiche nelle quali sono già impegnati studiosi della Vaticana. Il libro previsto rivestirà una notevole importanza per la storia della biblioteca. Ma successivamente bisognerebbe soffermarsi sui problemi codicologici del manoscritto e sul valore del testo sulla base degli studi precedenti. Mercati, nonostante la lunga frequentazione del codice (50 anni), non riuscì ad affrontare questi aspetti.

Martini coltiva il sogno o l'ambizione, attraverso una crescente familiarità con il codice, di riuscire a provare che questo testo contiene elementi risalenti al II secolo che rispecchino fedelmente lo stato del Nuovo Testamento a quell'altezza cronologica. Ed è infatti questo il nodo principale della critica testuale del Nuovo Testameno, l'assenza di informazioni sicure sul testo nei primi tre secoli dell'era volgare. A tale proposito il Cardinale, con tono divertito, ha ricordato la risposta che gli diede il celebre critico testuale Kurt Aland alla domanda su cosa si conoscesse del testo del Nuovo Testamento del II secolo. Aland, con una metafora tanto ironica quanto significativa, rispose che, in questo campo,  il critico testuale si muove come il mulo che cerca nella nebbia la sua strada.

A conclusione della sua lezione, osserva che si può ora comprendere come, dopo avere cercato di servire la Chiesa con l’insegnamento e nel servizio pastorale di vescovo, voglia in questo tempo dedicarsi allo studio di uno dei suoi tesori più preziosi, il Codice Vaticano appunto. Un manoscritto che testimonia ancora, dopo 17 secoli, la vitalità del messaggio cristiano. E' a partire da questi testi che noi siamo oggi in grado di incontrare la figura di Gesù, di vederlo e di ascoltarlo e di parlare con lui con fiducia. Si attua anche in questo modo l'auspicio del Concilio Vaticano II, ovvero che attraverso la lettura e la meditazione dei libri biblici cresca nel popolo cristiano la conoscenza di Gesù Cristo e che la Parola di Dio possa raggiungere i confini della terra. La luce di questi libri continuerà dunque a illuminare tutte le nazioni, fino a che ogni parola in essi contenuta non sia compiuta nella pienezza del regno di Dio. Ai credenti l’impegno di meditare su queste pagine, di farne l’oggetto di una lectio divina, di una lettura accompagnata dalla preghiera, che li aiuti ad entrare nelle coordinate secondo cui la Provvidenza guida la storia dell’umanità e quella di ciascuno.

Per comodità dei lettori aggiungiamo i links alle visite precedenti:

26 marzo 2004 • Conferenza del Card. Martini: Nuova edizione papiro Bodmer VIII
21 gennaio 2003 • Visita del Card. Carlo M. Martini allo SBF


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Created/updated: Saturday, December 8, 2001 by J. Abela ofm / E. Alliata ofm
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