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25 ANNI DI PONTIFICATO E DI DIALOGO...

Frédéric Manns

Che cosa la storia ricorderà del lungo pontificato di Giovanni Paolo II, questo viaggiatore che ha percorso più di una volta il pianeta? La risposta a questa domanda è diversa a seconda dell’angolo visivo dove ci si pone.

I romani non apprezzeranno tutti i passaggi da un papato romano a una forma di papato universale. E’ probabile che l’Occidente ricorderà soprattutto il colpo di grazia che è stato inferto al comunismo durante il suo pontificato. Proveniente da un papa di origine slava, la sua attività a favore della liberazione era poco meno che attesa.

L’Oriente ricorderà probabilmente un altro aspetto importante della sua missione: il dialogo interreligioso. Questa è certamente la traversata più lunga, i tempi compiuti per mezzo di Giovanni Paolo II, un viaggio attraverso le pagine d’ombra che hanno segnato i rapporti del cristianesimo con il popolo giudaico, come quelli con il mondo musulmano.

Il punto culminante di questo itinerario interiore fu il suo viaggio in Terra Santa nell’anno 2000. Alla discesa dall’aereo a Tel Aviv, Giovanni Paolo II pronunciò queste parole: “Io prego affinché la mia visita contribuisca ad accrescere il dialogo interreligioso che porterà Giudei, cristiani e musulmani a lavorare a favore della pace”. Questo viaggio s’inseriva - d’altronde - in una serie di altri che lo avevano condotto a ripensare il senso e la missione delle religioni sui passi di Abramo e Mosè.

La tappa principale di questo itinerario fu l’incontro interreligioso organizzato all’auditorium Notre-Dame di Gerusalemme la sera del 23 marzo. Stranamente la stampa, avida di sensazioni, ne parlò poco. Per di più, questo incontro fu apparentemente un fiasco. Ma, questo gesto profetico, ricordava al mondo intero il significato religioso di Gerusalemme, e l’urgenza di un dialogo in profondità.

Giudei e musulmani partirono dalla dimensione politica del dialogo. Uno dei rabbini capi ricordò al Papa che era fondamentale per i cristiani riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Il Muftì di Gerusalemme reagì violentemente a questa proposta prima di ritirarsi.

Le parole del Papa riportarono la pace nell’assemblea tesa: che ogni religione accetti questa regola d’oro: Comportatevi con gli altri come vorreste che gli altri si comportassero con voi. Offendere l’uomo è offendere Dio. La religione non può essere in alcun caso pretesto di violenza. Giustizia e pace devono abbracciarsi al dire di un Salmo.

Altre tre tappe durante questo soggiorno del Papa furono significative: la prima si svolse al muro occidentale, simbolo di tremila anni di fedeltà del popolo giudaico al suo Dio, il 26 marzo.

L’immagine del Papa anziano che fa scivolare una preghiera in una fenditura del muro occidentale, resterà incisa nella memoria di tutti. Il testo del Santo Padre, riprendeva le frasi di pentimento che aveva letto quindici giorni prima nella basilica di San Pietro a Roma, nel corso di una cerimonia penitenziale. Il Papa chiedeva perdono per tutte le colpe commesse nel corso dei primi due millenni del cristianesimo contro il popolo giudaico.

Tre giorni prima, Giovanni Paolo II si era recato al memoriale dell’olocausto, Yad Vashem, per un'altra forma di rito penitenziale. Davanti ad alcuni superstiti, aveva rievocato la memoria della Shoah, memoria che deve aiutare oggi a combattere il male.

Ancor prima a Betlemme, il 22 marzo, il Papa aveva salutato le autorità palestinesi e si era recato al campo profughi di Deheshe, ricordando così anche ai giudei il dramma della sofferenza di un popolo oppresso in Terra Santa: non c’è che una terra per due popoli.

Alla spianata delle moschee, aveva nuovamente salutato le autorità islamiche commemorando la figura di Abramo, che ha tanti figli.

Questo viaggio che si voleva un gesto di pentimento, predicava indirettamente anche la riconciliazione ai figli di Abramo. Più che un dia-logo il Papa predicava un tria-logo, dal quale alcuno di essi deve restare escluso.

Perché questa insistenza? Karol Wojtyla aveva trascorso la sua giovinezza a Wadowice, non lontano da Cracovia, dove, prima della guerra, i venti antisemiti soffiavano meno forti che nelle grandi città polacche. Uno dei suoi amici d’infanzia, era il figlio del presidente della comunità giudaica di Wadowice, Jerzy Kruger.

Il futuro Papa non si mescolò mai ai cerchi antisemiti del suo paese e, ancor meno, “all’antisemitismo senza giudei” che percorreva la Polonia. Arcivescovo di Cracovia, egli si recò alla sinagoga della città dove ebbe gesti di simpatia per la comunità decimata.

All’epoca del Concilio Vaticano II, egli ebbe una presa di coscienza più viva delle radici giudaiche del cristianesimo e de “l’alleanza irrevocabile” come egli la designò nel 1980 a Magonza tra il popolo dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Tuttavia, molti dei suoi gesti, furono mal compresi all’inizio del suo pontificato e definiti come ambigui dalla comunità giudaica, che diffidò a lungo di questo Papa polacco.

Polemiche sono scoppiate tra Roma e la comunità giudaica: durante la sua prima visita in Polonia, il Papa si recò ad Auschwitz che qualificò come “Golgota del mondo contemporaneo”. I giudei vi ravvisarono un “recupero cristiano della sofferenza giudaica”. Questo processo “d’annessione” cristiana della Shoah riprese quando nel 1987 a Colonia, Giovanni Paolo II beatificò la carmelitana Edith Stein, filosofa tedesca di origine giudaica, morta nel 1942 ad Auschwitz e canonizzò nel 1999.

Infine, allorquando delle carmelitane polacche si insediarono all’interno del perimetro del campo di Auschwitz, nel vecchio deposito del gas che serviva allo sterminio, la controversia riprese ancora più forte. Ci vorranno diversi anni di trattative, affinchè il Carmelo sia trasferito in un altro edificio a 500 metri dal campo. Tutte queste polemiche avevano alimentato nella comunità giudaica del sospetto nei confronti di una Chiesa che doveva affrontare il suo passato.

La visita alla sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986 fu un altro gesto spettacolare di Giovanni Paolo II. I giornalisti parlarono di un segno senza precedenti a favore di una comunità giudaica che, durante secoli, era stata umiliata. Ma era anche un messaggio ai giudei del mondo intero, così come ai cristiani, quello che Giovanni Paolo II lanciava.

Il Papa, nei suoi numerosi e ripetuti interventi, denunciò spesso ogni forma di razzismo e antisemitismo e pubblicava dei testi importanti come le note sulla presentazione del giudaismo nel 1985, per facilitare la presa di coscienza del popolo giudaico nella catechesi e nella predicazione della Chiesa.

Egli non esitava a ricordare l’esistenza politica dello stato d’Israele, il suo diritto alla sicurezza, soggetti ritenuti altre volte tabù. All’inizio degli anni novanta, dopo l’avvio del processo di pace tra Israele e l’OLP, Giovanni Paolo II spinse la diplomazia ad accelerare il riconoscimento da parte della Santa Sede dello Stato d’Israele.“L’accordo fondamentale “ fu firmato il 30 dicembre 1993. Seguirà lo scambio degli ambasciatori.

Dissensi restano sui diritti dei palestinesi, sullo statuto di Gerusalemme, i problemi quotidiani di tasse e imposte, addirittura dei visti. Taluni argomenti che si trascinano nel tempo, hanno impedito ogni progresso nel passato con Israele.
Maestro nella diplomazia, il Vaticano sottoscrive comunque un accordo simile con le autorità palestinesi.

In effetti Giovanni Paolo II non innova totalmente. I Papi Giovanni XXIII e Paolo VI avevano già rotto il ghiaccio e sostituito “l’insegnamento del disprezzo”, con quello della stima. Giovanni XXIII si era presentato ai giudei citando la Scrittura: “Sono Giuseppe, vostro fratello”. Il merito di Giovanni Paolo II fu di aver amplificato questo movimento e di averlo reso irreversibile.

La traiettoria non è ancora completata. Restano degli argomenti di discordia, dei quali i più duri hanno le loro radici in Terra Santa, la culla dei tre monoteismi sfigurata da conflitti interminabili e atti di violenze estremiste. Solo un clima di pace porterà una serenità sufficiente per riprendere il dialogo in profondità.

Tra Giudei e cristiani discussioni di ordine teologico sono iscritti all’ordine del giorno nell’agenda del futuro. La riconciliazione non è terminata, ma non è falso affermare che, in venti-cinque anni di pontificato di Giovanni Paolo II, il cammino percorso è stato più lungo che quello dei due primi millenni.

Il mondo intero aveva trattenuto il respiro durante i giorni della visita del Papa a Gerusalemme. Questo vegliardo, del quale lo sguardo profondo sembra orientato altrove, venne a ricordare al mondo, che senza perdono e senza riconciliazione delle memorie la pace non è possibile. Il ruolo delle religioni è di affrettare questa riconciliazione.

(Traduzione I.M.)


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Created/updated: Saturday, December 8, 2001 by J. Abela ofm / E. Alliata ofm
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