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LA CHIESA MADRE DI GERUSALEMME IN RICERCA DELLA SUA UNITÀ

Frédéric Manns
Presidente della Commissione di dialogo interreligioso della Custodia di Terra Santa

In Terra Santa la Chiesa Latina è composta essenzialmente da tre gruppi: la comunità dei cristiani arabi, la qehila di lingua ebraica e la comunità internazionale. Questi gruppi coabitano alla meno peggio, tant’è che ognuno reagisce a modo suo di fronte agli avvenimenti politici. Però nel Magnificat, nel Cantico di Zaccaria e nel Cantico di Simeone tutti questi gruppi celebrano il popolo e il Dio d’Israele riconoscendo le loro radici giudaiche.

La Chiesa del Cristo in Terra Santa non è d’altronde limitata alla sola Chiesa Latina. I Greci e gli Armeni costituiscono delle Chiese importanti. Piaccia o non piaccia, l’ecumenismo progredisce a ritmo orientale. Le marce collettive dei Patriarchi di tutte le chiese verso Betlemme per cercare di forzare l’assedio dell’esercito israeliano all’ingresso della città l’anno scorso hanno obbligato tutte le Chiese di Gerusalemme a prendere posizione di fronte ad Israele. Esse non vogliono soltanto parlare di Israele, esse vorrebbero parlare con Israele. La teologia non può essere soltanto il riflesso dell’attualità politica, bruciante che essa sia.

Ci limiteremo qui ad analizzare la situazione all’interno della Chiesa latina. Le difficoltà espresse dai Patriarchi orientali al Concilio Vaticano II al momento della discussione del documento Nostra Aetate sono ben note. Per molti cristiani arabi Israele è l’antico popolo della Bibbia del quale si racconta volentieri la storia. Ma Israele moderna, con i suoi immigrati venuti dalla Russia e dall’America, non è più il popolo giudeo così come esisteva all’inizio dell’era cristiana, questo popolo era decaduto dalla sua elezione, maledetto da Dio perchè aveva rifiutato Gesù e aveva perseguitato i cristiani Il suo Tempio è stato distrutto e il posto è nelle mani dei musulmani. L’esistenza di Israele moderna non è che la conferma della veridicità dei Vangeli. Il Patriarca Latino ha reagito con forza contro questa posizione nella sua lettera "Leggere la Bibbia nel paese della Bibbia".

Per i cristiani di origine o di lingua giudaica difensori incondizionati dello Stato d’Israele la Chiesa non ha che una sola cosa da fare: battersi il petto per gli errori del passato dalle crociate fino alla Shoah. Una vera caccia alle streghe contro i teologi della sostituzione è iniziata. La chiusura dell’Istituto Ratisbonne ha avvelenato ancor più il dibattito. Nonostante tutto le suore di Sion hanno voluto celebrare il bicentenario della nascita del loro fondatore, P. Théodore Ratisbonne il 29 dicembre del 2002. All’inizio del 2003 un nuovo passo è stato fatto. La rivista francese Actualité des Religions, nel suo numero di gennaio 2003, pubblicava un articolo dal titolo battagliero: Fuoco sul Patriarca. Il giornalista Laurent Grzybowski esaminava la situazione della Chiesa di Gerusalemme divisa tra la comunità di espressione ebraica, che secondo il priore del monastero benedettino Jean-Baptiste Gourion vuole una Chiesa autonoma israeliana dipendente direttamente da Roma, e la comunità di espressione araba. Il giornalista Jean-Marie Allafort, membro della comunità di espressione ebraica, affermava che il Patriarca Michel Sabbah, che difende il popolo palestinese, non può più pretendere di essere il vescovo di tutti. Un altro membro della stessa comunità, che resta anonimo, scrive che dietro tutta questa provocazione si nasconde una mossa di Israele che considera il Patriarca Sabbah un ostacolo alla sua politica di colonizzazione delle terre. Questo articolo era la conclusione di una serie di articoli pubblicati in Nova et Vetera, nella rivista Etudes e su diversi siti Internet.

La comunità cristiana internazionale non si ferma a queste lotte interne: è per mezzo di gesti concreti, opere sociali e istituzioni accademiche che essa intende testimoniare la sua fede in Gesù, il Messia d’Israele. Il lavoro non manca specialmente a Betlemme dove il coprifuoco è spesso in atto. La tensione crescente tra i due gruppi linguistici della Chiesa di Gerusalemme non è una novità. Ricompare periodicamente, però con sempre più aggressività. Leggendo l’articolo di Actualité des religions mi è venuto in mente il passo della prima lettera di Paolo ai Corinzi: "Quando uno dice: ‘Io sono di Paolo’, e un altro: ‘Io sono di Apollo’, non vi dimostrate semplicemente uomini?" Le divisioni che esistono nella Chiesa sono segno della sua immaturità spirituale. La Chiesa è convincente solo quando parla di amore universale. E questo amore che ci rende segni del Cristo-pace: "E lui la nostra pace, lui che di due popoli -Giudei e Pagani- ne ha fatto uno solo, abbattendo il muro di divisione: l’odio", scrive l’autore della lettera agli Efesini 2,14. Paolo ha denunciato tante volte nelle sue lettere l’incompatibilità tra il Cristianesimo e il razzismo: "Non c’è più né giudeo, né greco". Per abrogare ogni divisione i cristiani devono amare coloro che li odiano: "Amate coloro che vi odiano, e non avrete nemici". Così la Didachè, documento cristiano del primo secolo, fa eco all’insegnamento di Gesù.
Paolo VI che dovette difendere l’universalismo cristiano dopo il concilio Vaticano II, vedeva l’origine di ogni settarismo nel cuore dell’uomo. Nella sua omelia di Pentecoste del 1964, nella linea del filosofo Pascal, egli scrive: "Il cuore dell’uomo è piccolo, è egoista, non ha posto che per sé e per poche persone, quelle della propria famiglia e della propria casta; e quando, dopo nobili sforzi lunghi e faticosi, si allarga un po’, arriva a comprendere la propria patria e la propria classe sociale, ma sempre cerca barriere e confini entro cui misurarsi e rifugiarsi. L’utilità, il prestigio, quando ancora non sia la smania di dominare e di asservire gli altri a sé, governano il cuore dell’uomo". L’apostolo Giovanni ricordava che Dio è più grande del nostro cuore.
I teologi postconciliari richiamano alla memoria che il cristianesimo è comunione. Ma se la comunione diventa divisione, è semplicemente una contraddizione. Nessuno contesta il diritto dei cristiani di espressione ebraica di pregare in ebraico. Ma se la preghiera diventa un semplice modo di differenziarsi e non crea comunione con Dio e il fratello, meglio non farsi illusione. I teologi dicono che la Chiesa ha una dimensione profetica. Ma come si esprime il profetismo, se i cristiani reagiscono come tutti gli altri uomini e se le differenze culturali non sono superate? Dicono che la Chiesa di Gerusalemme porta il titolo di Chiesa madre. La maternità della Chiesa o è universale o non esiste affatto.

Forse dietro il conflitto attuale si nasconde un problema teologico. Per chiarire i termini del dibattito attuale, bisogna esaminare i problemi discussi con coraggio e fermezza.

E’ chiaro che le comunità cristiane non possono screditare l’Antico Testamento negandogli il suo posto nella storia della salvezza. C’è stato un momento nel corso della storia a più riprese e dal secondo secolo con Marcione dei movimenti tendenti alla soppressione canonica dell’Antico Testamento che si sono rivelati disastrosi per la Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha restituito la lettura dell’Antico Testamento all’onore della liturgia, bloccando definitivamente questa tentazione.

La ricerca feconda di una nuova presentazione d’Israele che possa unire tutti i cristiani senza alcuna importanza d’origine, deve chiedere alla Bibbia gli elementi di una nuova sintesi. Sganciata dai capovolgimenti di questi ultimi cinquant’anni, questa ricerca deve abbeverarsi alle sorgenti dei due Testamenti e dovrebbe preparare il giorno dove il problema palestinese potrà essere discusso in un clima di fiducia tra giudei e cristiani senza che lo spettro dell’antisemitismo e del nazismo che sono abitualmente branditi da una parte e dall’altra possano turbare gli incontri.

Ritorno alla Bibbia

Israele è una realtà vivente che affonda delle radici in un passato lontano. Le sue tradizioni rabbiniche si presentano come un commentario del Pentateuco e ricordano ai cristiani l’importanza della legge orale. La Bibbia non è soltanto un documento del passato; essa è la parola di Dio che ogni generazione deve attualizzare per comprenderla. I pericoli di una lettura fondamentalista sorvegliano d’altra parte numerosi lettori. La visione delle ossa disseccate del libro di Ezechiele, per esempio, è stata spesso applicata alla risurrezione nazionale dello Stato d’Israele (Menorah davanti alla Knesset), nel momento in cui lo studio delle circostanze storiche del testo invita alla prudenza.

Una demitizzazione di alcuni riavvicinamenti facili che evidenziano della romanticheria è attualmente in corso. Bisogna dunque rinunciare a leggere gli avvenimenti contemporanei alla luce della Bibbia?. Coloro che lo pensano sfuggono dall’ambiguità davanti alla quale si sono posti dal momento che è questione d’Israele, poiché questo termine indica all’occasione una nazione, una religione e una cultura. Nella Bibbia Israele indica anche il regno delle dieci tribù che, dopo la morte di Salomone, hanno fatto una secessione per costituire un regno indipendente da quello di Gerusalemme. Il senso religioso del termine è rimasto predominante: Isaia 8,14 parla per designare i regni di Israele e Giuda delle due case d’Israele. Il termine indica così l’unità d’Israele.

La Bibbia parla con tale forza dell’intervento di Dio nella storia e di un piano che si realizza per mezzo di Israele che non si può che non essere attenti ai segni che rimandano a questo piano. L’esistenza del popolo ebreo attraverso una storia di minacce e persecuzioni, il ritorno del popolo nella terra dei propri avi dopo l’esperienza traumatizzante della Shoah sono segni che il piano di Dio non è ancora completato. E’ fortemente probabile che il conflitto attuale in Medio Oriente avrebbe perso la sua virulenza se la dimensione teologica della storia d’Israele sarebbe stata presa di più in esame. Ora la storia è maestra di vita. Sfortunatamente pochi giornalisti frequentano la Bibbia. Israele è la cosa più difficile a spiegare in una logica umana e la meno facile a ignorare. Urta la logica alla quale siamo abituati di solito, è allettante sia idealizzarlo che negarlo. In ogni caso Israele non lascia nessuno indifferente.

L’elezione di Israele

La dottrina dell’elezione d’Israele si fonda sull’intimità tutta particolare delle relazioni tra Dio e il suo popolo. Amare significa scegliere. La fede nell’elezione trova il suo significato nel Deuteronomio, nei Salmi e nei Profeti. "Non è perché voi siete i più grandi tra i popoli che vi ho scelto. Ma è per amore vostro e per mantenere il patto giurato ai vostri padri che Yahwe vi ha fatto uscire con mano potente e vi ha riscattati dalla condizione di servitù, dal potere del Faraone" (Dt 7,7).

Le più antiche tradizioni bibliche riportano il racconto della vocazione di Abramo che mostra come intendere l’elezione d’Israele: comincia per evocare tutti i popoli, ma la proliferazione del peccato culmina nella torre di Babele. Gli uomini non si capiscono più tra loro. Allora Dio sceglie Abramo al fine che per la storia che egli inaugurerà l’umanità possa diventare di nuovo una fraternità unita. Dio dichiara la sua volontà di concedere ad Abramo una discendenza, e di benedire, per mezzo di lui, tutti i popoli della terra. Ma gli è chiesto di lasciare tutto per mettersi in cammino verso l’ignoto nella fiducia in Colui che lo chiama. Più avanti sul Sinai, si ripresenta una scena simile: è adesso un popolo che risponde liberamente all’invito di Dio del quale ha sperimentato la potenza e la bontà (Es 19-24). Ogni generazione è chiamata a scegliere Jahwe: questa espressione già presente in un testo arcaico, il rinnovamento dell’Alleanza al momento della conquista del paese di Canaan (Gios 24-14), è ripresa nella liturgia pasquale. A causa della sua separazione dagli altri, Israele è un segno e un testimone. Essere santi è essere separati, commenta il Midrash Sifra. L’elezione che porta su di se Israele deve attendere per mezzo di lui e in funzione di lui tutte le nazioni. I profeti dell’esilio lo ricorderanno con insistenza (Is 40-66). Il secondo Isaia riavvicinerà la vocazione d’Israele dalla creazione del mondo rivelando che c’è un solo disegno divino. Lo stesso Tempio deve diventare casa di preghiera per tutti i popoli.

Giacobbe – Israele

I nomi biblici hanno un significato: esprimono la vocazione delle persone che lo portano. Quello di Giacobbe l’astuto merita attenzione. Gen 32 riporta la scena celebre della lotta di Giacobbe con l’angelo. Al momento di attraversare il guado del Jabboq per ritrovare la terra che aveva lasciato scappando, Giacobbe è attaccato da un essere misterioso che non è altro che l’angelo di Dio. Da questa lotta egli ha l’anca lussata e riceve un altro nome: "Il tuo nome sarà Israele, poiché tu hai combattuto sia con Dio che con gli uomini e hai vinto". Questo testo supera la soglia di un fatto diverso per elevarsi al rango di una confessione di fede. Esso fornisce una illustrazione di quello che il popolo considerava essere l’origine e la fine della sua storia incarnata nell’atavico nazionale.
L’iniziativa della lotta appartiene all’angelo; che è l’assalitore e talvolta l’assalito. Il testo di Genesi 32 permette di ritrovare degli aspetti essenziali dell’esistenza giudaica. Descrive una scena notturna testimone della nascita d’Israele. La notte è angoscia, il tempo dove si aggirano le forze demoniache , ma anche il tempo della speranza e l’annuncio imminente della luce. Israele è misterioso e strano, ciò che conta per essere ammirato e idealizzato, odiato e perseguitato.

Israele è la posta in gioco di una lotta. L’interlocutore di questa lotta è l’angelo di Dio. Israele a causa della sua elezione, è contrassegnato da Dio ed ecco perchè è ferito, schiacciato e a volte benedetto. Da questa lotta Giacobbe esce con un anca lussata, ciò che gli proibisce di fare un passo senza provare un dolore vivo, ma ottiene anche la benedizione.

Un testo deve essere letto nel suo contesto: Giacobbe ha lasciato Labano e si prepara a riconciliarsi con suo fratello Esaù che era legittimamente in collera contro colui che gli aveva rubato la benedizione. Quando dopo la lite lo ritrova gli dice: "Ho guardato il tuo volto come si guarda il volto di Dio" (Gen 33,10). Significa che l’incontro con Dio e con il fratello vanno di pari passo. Dio non si colloca al di fuori degli interessi umani. Se appare a Giacobbe è perchè l’elezione di Israele è un mistero. Dio non è il Dio dei filosofi, ma il Dio d’Abramo, d’Isacco e Giacobbe, diceva Pascal. E’ il Dio che dona ad un gruppo di nomadi l’ordine di camminare, di non avere fiducia nelle sue sicurezze presenti, a ciò che possiede, ma ad una promessa che si realizzerà in futuro. La fede nell’isolamento e nella solitudine è la risposta all’elezione. L’abbandono di tutte le sicurezze conducono alla sofferenza che con il suo carattere purificatorio prepara al dialogo con Dio. La sofferenza è la mano di Dio sopra Israele, un segno che lo contraddistingue in modo indelebile. E’ l’amore che crea la sofferenza.

Israele servitore

Durante l’esilio in Babilonia, nel momento in cui Israele ha perduto il Tempio e la terra un profeta che viveva in mezzo agli esiliati parla di Israele come servitore di Dio un essere sfigurato che non aveva nè bellezza nè splendore, segnato da percosse. A causa delle sue sofferenze questo servitore è stato esaltato. Delle moltitudini saranno giustificate per mezzo di lui, poiché la sua sofferenza non era dovuta soltanto ai suoi peccati, ma a quelli di altri. Il paradosso risplende in tutta la Bibbia.

Generalmente un servitore è qualcuno che è stato scelto da un re per vivere nella sua intimità. Da li scaturisce la dignità di Israele. Ma, questa dignità, è anche una responsabilità, quella di compiere fino in fondo la chiamata all’ubbidienza. Honor onus, dicevano gli antichi. Nella prospettiva biblica Israele non era mai colui che veniva a sottomettere i popoli, ma sempre il servitore che deve condurre gli altri alla stessa intimità con Dio. Egli non ripone la sua fiducia nei carri ma nel nome di Dio.

L’elezione non si esaurisce soltanto nella sofferenza. Il servitore, imitando l’azione di Dio, deve manifestare la via. L’elezione tende a manifestarsi in maniera visibile: ciò che crea il contenuto dell’alleanza e dell’uscita dall’Egitto. Per mezzo di questo intervento il popolo è stato liberato dalla schiavitù. Al Sinai Dio non vuole rimetterlo sotto il giogo di un’altra servitù. Egli dona delle leggi affinché possa vivere nella libertà che ha appena sperimentato. Vivere liberi al cospetto dagli uomini non è possibile se non legandosi a Dio. Ma questo legame non ha per fine di isolare Israele. Se Israele è separato - e dunque santificato – è al fine di essere per gli altri un testimone ed un esempio. Israele non ha mai pensato che i precetti della legge – sono 613 nella tradizione rabbinica - devono essere seguiti da tutte le nazioni. Queste ultime devono osservare i 7 precetti donati a Noè che riassumono la legge naturale. Donando alle nazioni l’esempio di un popolo interamente consacrato a Dio, Israele costituisce per essi un richiamo alla ricerca della sovranità di Dio come la sola sorgente di salvezza.

Accettare la benedizione per trasmetterla agli altri e portare il nome di Dio agli altri, questa è la vocazione di Israele secondo la Bibbia. D’altronde la Bibbia afferma onestamente che Israele ha risposto male a questa vocazione, facendo spesso della grazia un diritto e dell’elezione un privilegio personale. Il libro di Giona lo testimonia. Ma l’indegnità del servitore non è all’altezza di distruggere i disegni di Dio che è un Dio paziente e lento alla collera.

Il dono della terra


Ad Abramo Dio ha promesso una terra. Abramo è stato inviato verso una terra che sarà quella del popolo, ma egli non fa che attraversarla, poiché il momento favorevole per il suo possesso non è ancora arrivato. Percorrendola egli pone dei segni : erige una stele, vi pianta un albero e compra una grotta per la sepoltura di Sara. Tutta la storia d’Israele sarà una lotta per la terra che, è necessario dirlo, è una realtà ambigua, anche nella stessa Bibbia.

Il persistere di questo legame si esprime per mezzo di termini che sottolineano la sua fermezza: "Ho alzato la mia mano per farli passare dal paese d’Egitto in un paese che avevo scelto per loro" (Ez 20,6). La promessa è sigillata per mezzo di un’alleanza in un'altra scena notturna dove Dio appare ad Abramo in una torcia di fuoco (Gen. 15).

Decisamente Dio opera spesso di notte. La tradizione riconosce che quattro notti furono inscritte nel libro delle Memorie: la notte della creazione, quella del sacrificio di Isacco, quella dell’uscita dall’Egitto e quella della venuta del Messia.

La terra è spesso definita come eredità. Giuramento, alleanza e eredità appartengono al vocabolario giuridico: il possesso della terra è sicuro come un giuramento e solido come un alleanza.

Ma questa terra, che appartiene a Dio, era abitata da diversi popoli che avevano sviluppato una brillante civiltà. Il conflitto diventa dunque inevitabile e spesso si è risolto per mezzo della violenza. "Yahwe tuo Dio ridividerà le nazioni delle quali ti dona il paese. Tu li spodesterai e abiterai nelle loro città" (Dt 19,1). L’ordine di sterminio era diventato un tema teologico destinato a mettere in luce l’obbligo per Israele di non scendere a patti con il paganesimo. Il tema delle guerre di Yahwe e la definizione "Yahwe Sabaot" (Dio degli eserciti) può sorprendere. E’ associato comunque ad una teologia del canto. Questi testi non giustificherebbero una propensione all’ostilità all’occhio delle popolazioni che vivono sul suo suolo.

Spesso l’occupazione di paesi è stata fatta in maniera pacifica per mezzo di alleanze e fraternizzazioni o per mezzo di una simbiosi con le antiche popolazioni. Lo stesso David compra da un Gebuseo una bestia e il legno per offrire un sacrificio a Yahvé (2 Sam 24).

Dio dona la terra al suo popolo. Ma nei suoi doni Egli è sempre esigente. Il legame tra la terra e Israele è stato sempre paragonato ai legami del matrimonio. Il matrimonio tra Israele e la terra è il prolungamento e l’espressione visibile del matrimonio tra Dio e il suo popolo, immagine per mezzo della quale i profeti rivelano il segreto della storia di un popolo. La mistica della terra racchiude comunque un pericolo: i Cananei, predecessori di Israele sopra la terra, praticavano una religione fondata sull’adorazione della terra e delle forze della natura: la terra madre è un concetto pagano. Israele non poteva adottare dei concetti pagani se non dopo averli purificati e trasformati. Ciò che fa della terra un partner è la storia, della quale certi luoghi sono stati testimoni. Allo stesso modo non sorprende che il matrimonio tra la Israele e la terra sia localizzato a Gerusalemme, un posto dove la natura si cancella di fronte alla storia. La maternità della terra si realizza a Gerusalemme in virtù della storia che ivi si svolge.

Non è la terra che è madre in virtù di qualche mistica naturista, ma in virtù di Gerusalemme che diventa madre di tutti i popoli che devono salire verso di lei. Il salmo 87 canta questa maternità universale. Filone d’Alessandria e Giuseppe Flavio chiamano Gerusalemme metropoli, la città madre. Madre di tutti i Giudei Gerusalemme deve somigliarle come una chioccia ai suoi pulcini. E’ quello che succedeva tre volte l’anno al Tempio in occasione dei pellegrinaggi. In seguito alla distruzione del Tempio è la Tora il centro d’unità del popolo.

D’altra parte un altro orientamento era orchestrato negli ambienti apocalittici che criticavano il Tempio di Gerusalemme e il suo sacerdozio i quali non vedevano altra soluzione che la discesa della Gerusalemme celeste dai cieli.
In breve, uno scenario apocalittico.

Questo doppio movimento di pensiero si ritrova nel cristianesimo delle origini. Quando nei Vangeli si tratta di nominare la città santa due sono i nomi utilizzati: Hierosolima, un nome greco che sembra porre la città sullo stesso piano di tutte le altre città e Jerousalem, il nome biblico che ricorda la scelta di Sion per essere la dimora di Dio in mezzo agli uomini.

Il legame trai Israele con la Terra resta sottomesso alla libertà di Dio, poiché è a Lui che la terra appartiene. A più riprese nel corso della storia Israele è stato cacciato dalla terra. Ma non si tratta di un abbandono senza ritorno. Non è che a Qumran e con Filone che il dono della terra diventerà il simbolo della saggezza che il giudeo è invitato a ricercare. I farisei vi vedranno la prefigurazione della vita eterna e del Regno. Durante l’esilio e la diaspora la separazione di fatto con la terra non ha impedito la comunione con Dio anche se questa comunione è stata nutrita dalla speranza di ritornare sulla terra.

" Se ti dimentico Gerusalemme, si secchi la mia destra", dice il salmista. La midrash riconosce comunque che tre doni furono fatti a Israele associati alla sofferenza: La terra, il Tempio e la Legge. L’elezione d’Israele e la sua espressione concreta su una terra sono dei liberi doni della grazia. Le promesse di Dio sono irrevocabili. Ma con la venuta di Gesù, che i Vangeli presentano come l’Eletto, il figlio di Davide e il Servitore, l’adempimento dell’Antico Testamento trova il suo completamento. I peccati e le imperfezioni d’Israele non hanno abolito l’alleanza e l’elezione, poiché Dio non rinnega se stesso. Dio riprende le cose in mano e manda Gesù nel quale l’elezione è realizzata, in colui che l’alleanza si concretizza sacramentalmente per mezzo del sangue, come al Sinai. Il monte delle Beatitudini raggiunge il Sinai donando alle parole della Legge il loro pieno significato. Come il popolo dell’alleanza Gesù accetta di portare la sofferenza e la morte dello schiavo per guarire l’umanità per mezzo delle sue piaghe.

Gesù afferma che egli è stato inviato alle pecore perdute della casa d’Israele e si colloca nella tradizione d’Israele. Ma spingendosi verso i pagani egli ha urtato e scandalizzato coloro dei suoi compatrioti che avevano dimenticato questa dimensione del giudaismo. Ma in nessun modo Gesù è stato infedele alla tradizione d’Israele dalla quale riprende la professione di fede, lo Shema Israel.

Perfetta realizzazione del popolo d’Israele Gesù si è presentato anche come il figlio di Dio e il Figlio dell’uomo. Egli ha fatto le opere di Dio ed ha richiesto la fede nella sua persona: "credete in Dio, credete in me". "Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me". Tra Gesù e Israele non c’è rottura anche se Gesù si è permesso di criticare le leggi della Kashrout (Mc 7), l’osservanza legalista del sabato e il Tempio. In Gesù tutto Israele è presente e il corpo di Cristo che è Chiesa, non può opporsi e tantomeno ignorarlo.

Non riconoscendo in Gesù colui che era venuto a donare un senso alla sua vocazione, Israele ha fatto un passo falso, afferma il Fariseo Saulo, formatosi ai piedi di Gamaliele (Rom 11,11) e per lungo tempo il nemico dei cristiani. Nello stesso linguaggio egli riprende le immagini veterotestamentarie dell’accecamento e dell’indurimento. Questo non autorizza a imputare al popolo d’Israele una responsabilità collettiva.

Lo stesso Vangelo di Giovanni quando parla dei Giudei, non addìta generalmente che i responsabili del popolo. Questo non significa che il giudaismo è sprofondato in un legalismo sterile.

Per provocare la gelosia del suo popolo afferma Paolo, Dio usa misericordia innanzitutto ai pagani, poi userà misericordia al suo popolo". La salvezza dei pagani deve essere affrettata. Ora questo tema appartiene alla linea della missione d’Israele. Se il beneficio dell’elezione è esteso in virtù della sovrana libertà di Dio, Israele porta in se sempre la radice, l’uliveto franco sul quale quello selvaggio è stato innestato. Egli contiene le primizie e resta incaricato di un onore e una responsabilità unica. Il popolo di Dio non è più ormai limitato a Israele, ma è portato per mezzo di Israele. L’autore della lettera agli Efesini paragona i pagani diventati cristiani a degli stranieri e delle genti forestiere che hanno avuto il privilegio di entrare nella casa dei santi, cioè d’avere parte alle promesse d’Israele.
"I miti erediteranno la terra", affermava Gesù nelle beatitudini riprendendo il Salmo 37. Cosa diventa allora il dono della terra? E’ un dato di fatto che il giudaismo ha continuato a vivere lontano dalla terra durante dei secoli. Egli ha sperimentato che il possesso della terra non è indispensabile alla sua esistenza. E’ ancora un dato di fatto che molti ebrei ortodossi di Mea Shearim, per motivi religiosi, rifiutano per Israele la forma di esistenza nazionale e di stato. Le obiezioni ad una teologia della terra sono serie. Ma c’è una certa ipocrisia a consigliare agli Ebrei che hanno ritrovato una terra dopo l’esperienza della Shoah di rinunciare a questa terra per ritrovare la vocazione dell’ebreo errante. I movimenti dei pellegrinaggi degli ebrei e cristiani a Gerusalemme sembra permettere alla città santa di riunire tutti i popoli così come Is 2,1-4 l’aveva annunciato. E’ chiaro che per la fede cristiana non c’è più terra santa. La venuta del Cristo significa che non si adorerà più nè a Samaria né a Gerusalemme. Gli adoratori veritieri devono adorare in spirito e verità. Nonostante tutto i primi cristiani guardavano verso il cielo e verso Gerusalemme. I luoghi santi cristiani non sono che dei testimoni della vita e della morte di Gesù. Se Gerusalemme è diventata un simbolo, il simbolo non avrà più alcun significato se non può appoggiarsi sulla realtà. Allora aiuterà a pensare. Più che un simbolo Gerusalemme resta un segno. Ora i segni non sono dati gratuitamente; essi sono donati come un ordine e quest’ordine è un ordine di marcia. Israele il misterioso non cessa di interrogarsi, o meglio attraverso Israele Dio stesso interroga credenti e non credenti.

Il compimento

Bisogna sottolineare con forza che il compimento biblico mai distrugge la figura. Il Cristo è proprio il focolare luminoso di interpretazione delle Scritture. Ma la lettura giudaica della Bibbia resta una lettura possibile, valida e comunque fruttuosa. "Gli scritti del Nuovo Testamento riconoscono che le Scritture del popolo ebreo hanno un valore permanente di rivelazione divina", afferma il documento recente della commissione biblica sul popolo ebreo e le sue scritture nella Bibbia cristiana (n.8). "L’interpretazione nuova non abolisce il senso originario", afferma il testo un po’ più in là. "Quando parla di un accecamento degli ebrei concernente ‘la lettura del Antico Testamento" (2Co 3,14), non è di una completa incapacità di lettura che vuole parlare, ma di una incapacità di ri-lettura alla luce del Cristo", conclude lo stesso testo (ibid.). Girolamo aveva già riassunto il suo pensiero quando parlava di tipologia biblica: "Typus partem indicat". Questa formula ammette che l’avvenimento storico che l’ebreo scopre nelle sue Scritture è portatore di senso. La lettura giudaica della Scrittura è valida. Ma per il cristiano che rilegge lo stesso testo a partire dal Cristo, ella non va fino al compimento.

L’antagonismo secolare tra Israele e la Chiesa ha lasciato delle tracce profonde. Il Papa Giovanni Paolo II ha chiesto perdono a Dio per tutti i peccati commessi dai membri della Chiesa. "Cosa hai fatto di tuo fratello?", domanda Dio a Caino. L’umiliazione e il perdono reciproco devono aprire il binario al dialogo che è più della coesistenza o della tolleranza.

Il cammino di riconciliazione non potrà essere autentico senza una riconoscenza della radice santa, senza una conoscenza delle promesse fatte ai padri, dei testi dove esse prendono forma e del popolo che ne è il testimone. Non potrà essere autentico se esclude per i cristiani la riconoscenza della Signoria del Cristo, la pietra d’inciampo posta in Sion (Rom 9,33). In breve due popoli devono mettersi sulla strada verso la stessa meta proposta. La Chiesa dovrà guardare il popolo che lo precede e volgere il suo sguardo verso il futuro delle promesse attraverso la rivelazione del Signore Gesù.

Un immagine biblica ripresa dai padri della Chiesa traduce questa idea: le spie inviate da Giosuè nella terra di Canaan rientrarono portando sopra una pertica un enorme grappolo d’uva. I padri hanno visto in questo grappolo attaccato al legno la figura di Cristo in croce. I due portatori simbolizzano Israele e la Chiesa. Colui che apre la marcia è Israele che ha ricevuto per primo la rivelazione. Colui che segue simbolizza la Chiesa che vede a volte Israele, altre il Cristo in croce. L’orizzonte della Chiesa e d’Israele è lo stesso: i due devono presentare il grappolo d’uva al mondo che ha fame. Questa immagine esprime ugualmente la difficoltà del dialogo entro i portatori che non si guardano in faccia.

Uscire dal ghetto e dai bastioni da dove esse pensavano di poter sfidare il mondo, Israele e la Chiesa sono lanciate nel mondo dove cercano il modo migliore di rispondere alla loro vocazione di popolo di Dio in un mondo senza Dio. Come non augurare, sia che i cristiani scoprano le loro radici giudaiche, che gli ebrei riscoprano il più bel frutto della loro storia e della loro letteratura: il Nuovo Testamento.
Nel conflitto attuale che conosce la Chiesa di Gerusalemme i cristiani arabi ed ebrei che soffrano a causa della violenza devono essere fermenti di unità. Devono essere il ponte tra due mondi. L’universalità del cristianesimo non si limita al suo contenuto dottrinale, ma si esprime superando e abolendo le distanze, le diversità culturali e linguistiche, i razzismi e i nazionalismi. "Il Cristo forse è diviso?", chiedeva Paolo ai cristiani di Corinto. Gli uomini imparano poco dalla storia. La missione della Chiesa di Cristo è di ricordare che tutti gli uomini sono fratelli, che sono tutti uno nel rispetto della personalità dei singoli valori particolari, ed di abbattere le barriere che tengono divisa l’umanità, perché ciascuno si senta membro responsabile di una comunione ecclesiale.


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Created/updated: Saturday, December 8, 2001 by J. Abela ofm / E. Alliata ofm
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