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Notiziario 1998 - 1999
Dio Padre del Signore nostro Gesł Cristo
Quattrogiorni a Gerusalemme (19-22 aprile 1999)

Giovedì 22 aprile 1999, si è conclusa la Quattrogiorni di approfondimento sulla Persona di "Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo", organizzata dalla Commissione Culturale del "Comitato di Gerusalemme per il Grande Giubileo del 2000" e sponsorizzata dall’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa (AOCTS) come terza tappa della preparazione al Giubileo.

Le sessioni di studio hanno avuto luogo in una spaziosa e accogliente sala del Seminario del Patriarcato Armeno di Gerusalemme, come quelle precedenti, dedicate al Cristo (1997) e allo Spirito Santo (1998). L’ospitalità fraterna è stata sottolineata, il penultimo giorno, dalla partecipazione del Patriarca Armeno, Sua Beatitudine Torkom Manoogian. In quell’occasione, l’assemblea ha anche ascoltato l’esibizione della corale dei Seminaristi armeni.

Si è sperimentata anche quest’anno la gioia dell’incontro, della preghiera in comune e del dialogo. La Chiesa Madre di Gerusalemme, povera e divisa ma anche ricca nelle sue varie denominazioni e aperta al confronto interreligioso, ha vissuto giornate di grande rilievo.

Oltre al logo del Grande Giubileo della Chiesa di Gerusalemme, con scritta in latino e in arabo, hanno favorito la riflessione alcune immagini opportunamente collocate sul palco della sala. Anzitutto una bellissima icona di scuola bizantina-russa del XIV sec. che rappresenta la Paternità, un soggetto inconsueto ma significativo: Dio Padre assiso in trono, rivestito di vesti bianchissime, tiene in grembo il Verbo che con le mani modella il globo del cosmo, mentre su di esso aleggia lo Spirito. E inoltre la creazione di Adamo di Michelangelo e il ritorno del Figliol Prodigo di Rembrandt.

Ogni sessione si è aperta con una mezz’ora di preghiera in diverse lingue (italiano, inglese, francese e arabo), presieduta a turno da uno dei prelati dell’AOCTS. Ha iniziato il Patriarca Latino, Sua Beatitudine Mons. Michel Sabbah, seguito da Mons. Pierre Abdel Ahad, Esarca Patriarcale Siriano Cattolico, dal Rev. mo P. Giovanni Battistelli, Custode di Terra Santa, e infine da Mons. Kamal H. Bathish, vescovo ausiliare di Gerusalemme e presidente della commissione per il Giubileo. Tra i canti, anche quest’anno veniva eseguito un canone, "Abba Pater", composto per l’occasione dal M° Armando Pierucci, ofm.

Alle giornate sono state presenti in media dalle 200 alle 250 persone, con una punta di circa 300 nella prima giornata. I partecipanti avevano a disposizione i testi delle lezioni in inglese, francese e italiano. Hanno collaborato i diversi centri di studio di Gerusalemme e dintorni: gli studentati del Patriarcato Latino, dei Salesiani e dei Francescani, l’Ecole Biblique, lo Studium Biblicum Franciscanum. Queste istituzioni accademiche sono state coinvolte nell’organizzazione e nella direzione della Quattrogiorni con don M. Lahham, don G. Caputa, P. C. Geffré, P. F. Manns e A. Niccacci. Altri centri hanno dato la loro adesione: Pontificio Istituto Biblico, Bethlehem University, Theologisches Studienjahr Jerusalem OSB, Institut St. Pierre de Sion - Ratisbonne, Pontifical Institute Notre-Dame Center of Jerusalem - Cultural Section e Tantur Ecumenical Institute for Theological Studies, senza contare altre persone appartenenti a comunità locali.

Con una piccola variante rispetto alle sessioni precedenti, ogni giorno comprendeva 4 lezioni, seguite da una tavola rotonda di 45 minuti circa come le lezioni. Quasi 5 ore di intenso lavoro, con una pausa per un panino e una bibita.

La prima giornata, dedicata all’approfondimento biblico, è stata introdotta dal Patriarca Latino, mentre il Delegato Apostolico e Nunzio, Mons. Pietro Sambi ha letto un graditissimo telegramma di plauso e di benedizione del Papa firmato dal Segretario di Stato, Card. Angelo Sodano. A. Niccacci, ofm, ha illustrato la figura di Dio Padre nell’Antico Testamento. La paternità di Dio si manifesta nella creazione dell’essere umano a sua immagine, cioè maschio e femmina, e si trasmette per generazione come riproduzione dell’immagine divina. Oltre alla creazione, il rapporto Dio Padre e Israele suo figlio si basa sulla redenzione, sulla liberazione dall’Egitto e sulla storia sacra ad essa legata. Per i libri sapienziali tutti gli esseri, non solo l’uomo, hanno in sé una piccola parte della sapienza divina secondo la quale sono stati creati; per questo il mondo è degno di fiducia e conoscibile. La paternità di Dio si diffonde nell’universo redento e rinnovato secondo il piano originario della creazione, cioè secondo la sua Sapienza che è il suo Figlio fatto uomo.

La prospettiva dei Vangeli Sinottici è stata illustrata da G. Bissoli, ofm, il quale si è interessato particolarmente alle più antiche espressioni, risalenti all’esperienza terrena di Gesù. Tra queste spicca l’appellativo Abbà, Padre, con cui Gesù si rivolge a Dio. Il suo rapporto unico e indicibile con il Padre, la sua identità con lui, determina il suo destino. Il regno del Padre, che tutti accoglie, è la sua missione; per fondarlo in modo stabile egli accetta volontariamente la morte. La bontà del Padre è il termine di paragone per i discepoli.

Dopo i due francescani dello SBF, L. Devillers, domenicano dell’EBAF, ha presentato il Vangelo di Giovanni, che è lo scritto per eccellenza dove Dio è presentato come Padre. Gesù ha rapporti filiali con Dio; è l’Inviato del Padre; viene dal Padre e a lui ritorna; fonda la sua solidarietà con i discepoli annunciando: "Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro" (20,17) e affida loro la sua stessa missione ricevuta dal Padre. La loro comunione con il Padre si realizza attraverso il Figlio; non solo prega per loro, ma apre egli stesso la via verso il seno del Padre. Devillers ha anche portato l’uditorio a scoprire un "Padre nostro" nascosto nel Vangelo di Giovanni. Infine, lo Spirito Santo rivelerà pienamente il Padre: "Dio è Amore" (1 Gv 4,8.16).

M. Buscemi, ofm, ha presentato Dio Padre in S. Paolo limitandosi alle 40 ricorrenze del termine Padre nelle 10 lettere che egli ritiene autentiche (comprese Efesini, Colossesi e 2 Tessalonicesi). Ha esaminato l’uso relazionale del termine: Padre di Gesù Cristo; Padre creatore del mondo; Padre nostro. Ha illustrato quindi gli atti salvifici del Padre: elezione ad essere santi; predestinazione ad essere figli; redenzione per appartenere totalmente a Dio; rivelazione del mistero della volontà di Dio in Cristo e mediante Cristo. Ha concluso mostrando che la gloria del Padre è la finalità ultima dell’evento salvifico, che tende alla comunione piena dei credenti per mezzo dello Spirito.

Le lezioni del secondo giorno erano destinate a mostrare il retroterra della comprensione cristiana della paternità divina nella letteratura apocrifa e le prospettive delle altre due religioni monoteistiche. Il Rev. E. Puech, dell’EBAF, ha delineato le vicende della concezione di Dio Padre negli scritti "peritestamentari", comprendenti sia gli ultimi libri dell’AT (Tobia, Siracide e Sapienza), che gli apocrifi e i manoscritti del Mar Morto. Negli ultimi canonici, Dio viene presentato come Padre non solo di Israele, ma anche di tutti gli uomini, mentre alcuni testi delle varie correnti giudaiche (essene e non) tendono a restringere l’orizzonte del termine. Per Puech l’idea, comune tra i Semiti occidentali, della paternità di Dio creatore, più che nei libri più antichi dell’AT, centrati sull’elezione, compare negli ultimi libri dell’AT prima come titolo collettivo, poi anche individuale. Per cui la formulazione personale di Gesù e quella universale del NT costituirono un passo decisivo in seno al giudaismo dell’epoca.

Nella sua conferenza dal titolo "Dio Padre nel Giudaismo rabbinico e nel Cristianesimo. Retroterra trasformato o terreno comune?", il Dr. A. Goshen-Gottstein, dell’università di Tel Aviv, ha presentato una prospettiva marcatamente diversa da quella di Puech e dei relatori della prima giornata. Egli ha sottolineato che la novità cristiana viene spesso fatta emergere mediante un approccio metodologico non corretto. Ha illustrato in particolare l’espressione frequente della letteratura rabbinica "il Padre nel cielo", che è un nome nuovo di Dio, assente sia nella letteratura biblica che in quella apocrifa, mentre è frequente nel NT. I testi più antichi mostrano una tensione tra "Padre" (vicinanza) e "Cielo" (distanza) con prevalenza del secondo polo, mentre nei testi più recenti prevale il primo. Ha presentato poi Dio Padre nei detti e nelle parabole tannaitiche, nella più antica preghiera giudaica e nel giudaismo post-rabbinico. Goshen-Gottstein si è inoltrato anche nel confronto diretto con l’insegnamento di Gesù, chiedendosi se giudaismo e cristianesimo parlino dello stesso Padre. Mentre il giudaismo usa il termine in senso metaforico e Gesù lo usò in senso esperienziale, il cristianesimo lo usa in senso ontologico. Da questo punto di vista, il giudaismo è più vicino all’islam che al cristianesimo. Ma, ha concluso, l’esperienza cristiana della paternità divina può ispirare la fede giudaica e aiutare a superare le differenze teologiche.

Com’era da attendersi, la presentazione di Goshen-Gottstein ha suscitato vivaci reazioni, che si sono espresse nella discussione che ha seguito le altre due relazioni della giornata. Il Dr. M. Abu Sway, dell’università Al-Quds, ha parlato su "Dio, il Misericordioso e il compassionevole". La discussione sui nomi e gli attributi di Allah, assente nella prima generazione musulmana, nacque ad opera dei teologi dialettici. Contro di essi, gli studiosi musulmani tradizionali hanno sottolineato la natura metaforica degli attributi di Dio. "Allah ha novantanove bei nomi, e chiunque li enumera va in paradiso", recita un Hadith. Ma è chiaro che non basta la recitazione meccanica; è necessario indirizzare le propria vita secondo questi attributi. I novantanove attributi non esauriscono la realtà di Dio; rivelano soltanto ciò che la ragione umana può comprendere. D’altra parte, alcuni studiosi musulmani ritengono che il nome Allah non abbia etimologia. Si esclude così ogni partecipazione e si mette in guardia contro gli antropomorfismi. Tuttavia certe correnti dell’islam riconoscono la possibilità di fare "memoria" di Dio e instaurare un rapporto di amore. Dalla discussione è emerso evidente che l’islam esclude ogni possibilità di parlare di Dio come Padre, benché metta in evidenza la sua provvidenza verso tutti gli esseri, compresi gli animali.

G.M. Gianazza, salesiano, ha offerto una panoramica molto ricca della riflessione su Dio Padre nella teologia arabo-cristiana del periodo classico o antico, VIII-XIV secolo. Questa teologia, che attira sempre più l’interesse non solo degli studiosi ma anche degli studenti di teologia palestinesi, ha ormai un posto fisso in questo tipo di incontri in Terra Santa. La Chiesa locale si fa un punto d’onore della riscoperta di questa produzione vastissima che ha avuto origine proprio qui e che si è sviluppata in costante fecondo confronto con la contemporanea produzione giudeo-araba e islamo-araba. Comprensibilmente, i teologi arabo-cristiani si sono preoccupati di presentare Dio Padre nello schema trinitario, dopo aver insistito sull’unità di Dio. A questo scopo hanno ideato una serie molto varia di trilogie trinitarie, come Generare - Nascere - Procedere e Intelletto - Intelligente - Intelligibile. In forte contrasto con il senso metaforico che giudaismo e islam attribuiscono alla paternità e alle altre designazioni di Dio, i teologi arabo-cristiani insistono che l’unica paternità reale è in Dio, mentre quella negli uomini è figurata.

Nella terza giornata, dedicata alla patristica e alla liturgia, si sono avvicendati dapprima due patrologi venuti da Roma e poi due rappresentanti delle Chiese di Gerusalemme. L. Dattrino, dell’università Lateranense, ha illustrato la figura di Dio Padre nella letteratura cristiana dei primi secoli (Padri Apostolici, Padri del II-III sec.) e alcuni commenti patristici al "Padre Nostro" (Tertulliano, Origene, Gregorio di Nissa, Ambrogio di Milano, Teodoro di Mopsuestia e Agostino). Ha offerto una ricca scelta di testi che coniugano la paternità di Dio con la filialità e con la fraternità. Il cristiano viene presentato come "figlio del Padre" e "fratello di Gesù Cristo, fratello di tutti gli uomini". Dattrino ha terminato con una carrellata sulla letteratura monastica, di quei cristiani che sull’esempio della prime comunità (Atti 2,42 ss.), si sono impegnati a vivere la fraternità in forma eminente. Spiritualità che diventa mistica, dato che l’ideale del monaco consiste nel tendere verso la contemplazione del volto del Padre.

Una densa esposizione di B. Studer, del Pontificio Ateneo Anselmiano, ha illustrato il primo articolo del credo battesimale: "Credo in unum Deum Patrem Omnipotentem", piuttosto trascurato nella ricerca teologica e forse anche nella catechesi e nella predicazione. L’ortodossia cristiana, formulata sulla scia del concilio di Nicea, ha portato a livellare, talvolta in modo eccessivo, le funzioni rispettive delle Tre Persone divine nella storia della salvezza. D’altra parte la centralità di Cristo ha lasciato un po’ in ombra il ruolo del Padre e dello Spirito Santo. L’insistenza sulla comune natura divina ha portato la teologia a concepire un trattato che in qualche modo fa precedere un "Dio uno" al "Dio trino". Come correttivo Studer ha proposto un ritorno alla prospettiva dell’ultimo libro del De Trinitate di S. Agostino oppure alla Bibbia, senza trascurare i Padri preniceni.

K. Stoffregen Pedersen (Suor Abraham), della Chiesa etiopica, ha illustrato la ricchezza della liturgia di questa confessione cristiana tanto attaccata all’ortodossia dei concili di Nicea, di Costantinopoli e di Efeso da apparire statica. Tale attaccamento ha preservato la teologia etiopica da molti errori ed eresie sorte nelle Chiese di occidente a causa della speculazione filosofica e teologica sulla Trinità. Ogni preghiera inizia nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, con l’aggiunta "un solo Dio" abituale presso le Chiese orientali. Nelle dossologie e nella "Qeddase" (la S. Messa) si mette in evidenza il dogma trinitario, ma non mancano invocazioni e professioni di fede relative al Padre.

L’insegnamento di S. Gregorio Illuminatore dell’Armenia su Dio Padre è stato illustrato da P. Pakrad Bourjekian, monaco del Patriarcato Armeno Ortodosso di Gerusalemme. Verso la fine del IV secolo, S. Gregorio scrisse un Catechismo che trasmise gli insegnamenti comuni dei Padri ortodossi, specialmente Cappadoci, e anche di S. Cirillo di Gerusalemme. Come per le altre Chiese antiche, anche per quella armena è impossibile delineare l’insegnamento cristiano su Dio Padre senza toccare la dottrina della SS. Trinità, che è l’argomento centrale degli insegnamenti. Importante in senso ontologico e come norma, gli attributi di Dio Padre sono condivisi dal Figlio e dallo Spirito Santo e sono intercambiabili, come lo sono le sue operazioni o energie. Tra gli attributi di Dio Padre compaiono creatore, onnisciente e sovrano. La paternità divina evoca benevolenza e misericordia, ma anche ira. Per condiscendenza, Dio si rese familiare e si rivelò in forme adeguate alla debolezza dell’uomo.

I relatori dell’ultima giornata hanno presentato vari modi in cui Dio Padre è stato recepito dalla teologia e dalla spiritualità. F. Léthel, carmelitano, professore al "Teresianum" di Roma, ha presentato l’amore di Dio Padre in Gesù secondo S. Teresa di Lisieux. La santa, da un anno proclamata Dottore della Chiesa e conosciuta come maestra dell’infanzia spirituale, è testimone privilegiata della Paternità di Dio per il nostro tempo. In verità negli scritti autentici S. Teresa parla assai poco di Dio Padre e dello Spirito Santo, mentre parla continuamente di Gesù, e tuttavia il suo cristocentrismo contiene una magnifica teologia del Padre e dello Spirito presenti in Gesù, rivelati in lui e in un certo modo nascosti in lui. Il "ritmo" della "regola della fede" di Teresa è sintetizzato in una "linea retta" che va dal Padre allo Spirito Santo (e anche alla Chiesa animata dallo Spirito) passando per Gesù Cristo, il Figlio incarnato.

Le prospettive della teologia contemporanea sono state illustrate da don J. Khader, sacerdote del Patriarcato Latino e professore al Seminario Teologico di Beit Jala. Per parlare di Dio all’uomo contemporaneo bisogna partire da un’analisi delle crisi del mondo attuale, in particolare quella della fede. Nel mondo postmoderno l’attitudine religiosa si è dimostrata radicata nell’anima umana. Ma a motivo del modo come Dio viene annunciato, si sono sviluppate forme nuove di religiosità, non ultima la "New Age". Dopo aver tracciato una panoramica delle tendenze moderne, compresa quella femminista, e di alcune correnti filosofiche che hanno contestato l’autorità fino a proclamare la "morte del padre", Khader ha affermato che la teologia deve trovare il modo di presentare un Dio che non sia il concorrente dell’uomo e il nemico del suo sviluppo, ma piuttosto fonte di vita e di felicità.

Mons. Lutfi Laham, Vicario Patriarcale Greco-Cattolico, ha illustrato la rilevanza di Dio Padre nelle preghiere giornaliere e nella liturgia di S. Giovanni Crisostomo. Effettivamente la maggior parte delle preghiere sono rivolte al Padre come origine della Divinità. Mettono in luce la sua opera nella creazione e la sua provvidenza per l’umanità nell’incarnazione, redenzione e salvezza. D’altra parte ogni preghiera è anche trinitaria: "Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, un solo Dio. Amen". Dio è il Padre di tutti i suoi figli e creature senza distinzione di sesso, gruppo etnico e nazione. Tutti siamo chiamati ad essere perfetti come il Padre celeste è perfetto nel suo amore, tenerezza e misericordia verso tutti.

Nell’ultima relazione del convegno J.B. Gourion, osb, abate del monastero olivetano di Abu Gosh, ha illustrato la paternità spirituale nel monachesimo benedettino, "incarnata" nell’abate. La paternità non è altro che una pedagogia dello Spirito verso i monaci affinché si identifichino con Cristo e vengano condotti al Padre mediante l’obbedienza all’abate. E’ quindi incentrata sull’opera trinitaria. L’abate è, come il Cristo, testimone privilegiato dell’amore del Padre verso i monaci. Come il Buon Pastore deve imparare a dare la vita per le sue pecore. Come il Padre deve fare in modo che i suoi figli obbediscano fino alla morte e alla morte di croce.

Tracciando una sintesi del convegno, C. Geffré, op, direttore dell’EBAF, ha passato in rassegna le sfide che la figura di Dio Padre pone all’uomo moderno al volgere del secondo millennio cristiano, con gli orrori dell’olocausto e delle guerre che in questo secolo hanno insanguinato interi continenti. Più che soluzioni, alcuni stimoli sono emersi dai lavori del convegno: il problema della trascendenza assoluta di Dio insieme alla possibilità di sperimentarlo nella fede e nella vita e di "dirlo" in un linguaggio comprensibile oggi; la inseparabilità del mistero della Trinità da quello dell’Unità di Dio; e infine il problema della bontà di Dio Padre di fronte al male del mondo con la misteriosa risposta che viene dalla Croce del Figlio suo.

Durante il convegno ricorreva la memoria annuale delle vittime delle guerre dello Stato di Israele e, due giorni dopo, l’anniversario del genocidio armeno. Nello stesso tempo erano in corso i bombardamenti contro regioni dell’ex Iugoslavia. L’assemblea si è raccolta in preghiera al Creatore e Padre comune per le vittime di ogni guerra e violenza e per la riconciliazione e la pace.


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Created / Updated Tuesday, December 21, 1999 at 10:37:33 by John Abela ofm
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