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(Teresa Petrozzi)
Dalla scena gloriosa della Trasfigurazione allo sconforto mortale di Saul, dalla cima investita di luce del Tabor alle catapecchie diroccate di Endor. Abbiamo toccato vari luoghi, riferito storie diverse, talvolta drammatiche talvolta liete. A chi legge questo libro in Terra Santa vorremmo consigliare di essere meno frettoloso di van der Velde, il quale potè concedersi solo un quarto d’ora a Naim, meno superficiale di Le Camus, il quale ritenne inutile salire al Tabor. Ogni posto ha una sua parola particolare da direi e può ispirare considerazioni particolari: Daburiyeh, la forza della preghiera; Iksal, l’abbandono del mondo per la vita eremitica; il Cisson e Affuleh, anticipazione del Dieu le veult dei Crociati; Iezrael, la condanna dell’ingordigia; En Harod, la vittoria è di chi osa; il Gelboe, saper morire; il Piccolo Hermon, l’uomo è signore del Sabato; Sunem, il premio della generosità; Naim, le lacrime asciugate; Endor, soltanto Dio può confortare. Queste sono le componenti di un quadro nel cui centro e al di sopra di tutto il Tabor, fiero della sua maestà, si alza, simbolo della Trasfigurazione.
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