Franciscan Custody of the Holy Land - 04/05/2001 info: custodia@netvision.net.il

Secondo viaggio missionario
Paolo a Corinto

di Alfio Marcello Buscemi
dal libro: San Paolo. Vita opera messaggio
(SBF Analecta 43), 2a edizione, Gerusalemme 1997

Corinto, situata nella parte occidentale dell’istmo omonimo che separa il Mar Ionio dal Mare Egeo, era una città dorica già conosciuta nel I millennio a. C. con il nome di Efira. Raggiunse il massimo del suo splendore nei secc. VI-V a. C., gareggiando in fama, splendore e ricchezza con Atene, Sparta e Tebe. La sua posizione sull’istmo e i suoi due porti - Cencre ad Est nel golfo saronico sul mare Egeo e Lecheo ad Ovest nel golfo corinzio sul mare Ionio - resero Corinto il più grande centro commerciale dell’antichità. Il suo lusso e la sua corruzione divennero proverbiali, tanto che gli antichi coniarono il verbo "corintizzare", che indicava un modo di vivere dissoluto e senza ritegno. Proprio a causa di ciò, Orazio rese famoso il detto: "Non tutti possono recarsi a Corinto", per significare l’alto costo della vita di piacere che ivi era richiesto. Centro del culto di Poseidone, in onore del quale a Corinto si svolgevano i famosi "giuochi istmici", e di Afrodite-Tyche, di cui sulla cima dell’Acrocorinto c’era un tempio servito da più di mille ierodule, che esercitavano la prostituzione sacra. La Corinto del NT non è precisamente la stessa Corinto dorica dell’antichità. Infatti, Lucio Mummio nel 146 rase completamente a terra l’antica Corinto. Grazie alla sua posizione favorevole al commercio, Giulio Cesare la ricostruì in maniera grandiosa e gli diede il nome di Colonia Laus Iulia Corinthiensis: copriva un’area di circa 600 ettari, il perimetro delle sue mura era di circa 15 km e la sua popolazione contava 200.000 uomini liberi e 400.000 schiavi. Riacquistò fama, ricchezza, lusso e corruzione, tanto che Paolo spesso dovette richiamare i suoi fedeli corinzi su questo punto. A Corinto non mancavano i giudei, che, pur non essendo numerosi, possedevano una sinagoga.

Arrivato a Corinto, il primo aiuto Paolo lo ricevette da una coppia giudeo-cristiana: Aquila, originario del Ponto, e Priscilla, sua moglie, provenienti recentemente da Roma, da dove erano stati scacciati insieme a tutti gli altri giudei a motivo del decreto di espulsione dell’imperatore Claudio. Quei due buoni coniugi gli offrirono alloggio, lavoro e conforto cristiano. Insieme a loro, ogni sabato si recava in sinagoga e cercava di persuadere sia i giudei che i proseliti greci che Gesù è il Messia atteso e preannunciato dalle Scritture. Il lavoro manuale gli impediva, però, di dedicarsi totalmente alla predicazione. Così, dovette attendere la venuta di Sila e Timoteo, che gli portarono generose offerte dalla Macedonia (cfr Fil 1,5-7; 4,14-18), per dedicarsi all’annuncio di Gesù, il Cristo. Vedendo che i giudei non volevano accettare il suo messaggio, Paolo, ripetendo il gesto che aveva fatto ad Antiochia di Pisidia (cfr At 13,46.51), disse: "Il vostro sangue cada sul vostro capo: io non ne ho colpa. Da questo momento me ne andrò dai pagani" (At 18,6). E da allora, avendo preso dimora presso Tizio Giusto, nei pressi della sinagoga, cominciò il suo lungo apostolato tra i pagani di Corinto. Anzi, rafforzato da una visione, Paolo si fermò a predicare in questa città per "un anno e mezzo", riuscendo a convertire il capo sinagoga Crispo e la sua famiglia e molti Corinzi (At 18,7-8).

L’arrivo di Timoteo e Sila, oltre agli aiuti economici, fece pervenire e Paolo notizie fresche sullo stato attuale delle Chiese della Macedonia, specialmente di quella di Tessalonica. La comunità andava bene, ma non tutto era tranquillo. In primo luogo, le continue vessazioni che la Chiesa doveva subire ad opera dei giudei, che si accanivano contro di loro per distruggere l’opera iniziata da Paolo, e la fede che Dio aveva posto nei loro cuori. Ma questo non era l’unico pericolo e forse neppure il più grande: i Tessalonicesi mostravano di fatto grande fortezza d’animo nel resistere alle persecuzioni e anche molta decisione nel difendere e propagare la loro fede (1Tess 1,6-10; 2,13-14), tanto da divenire un modello in Macedonia e nell’Acaia (1Tess 1,7). Il pericolo maggiore era all’interno della comunità stessa: pur nel loro fervore, i Tessalonicesi non erano ancora perfetti (3,12). C’era chi indulgeva alla fornicazione e all’adulterio (4,3-8), chi viveva indisciplinatamente, abbandonandosi alla curiosità, alla detrazione e all’ozio (4,11-12; 5,14), chi, lasciandosi sedurre da certe predizione apocalittiche sull’imminenza della parusia, aveva incrociato le braccia e viveva oziosamente. Paolo reagì subito, inviando una lettera affettuosa, ma anche molto decisa ai suoi cari figli di Tessalonica.

Nonostante il silenzio degli Atti, l’attività apostolica di Paolo a Corinto dovette essere molto intensa. Dalle due lettere ai Corinti, infatti, risulta che l’apostolo dovette svolgere una lunga catechesi sul kerygma fondamentale della fede (cfr soprattutto 1Cor 11,23-27; 15,1-8), si dovette impegnare lungamente in un’opera di sensibilizzazione etica, dato che i Corinti fino allora erano vissuti in maniera molto libertina (cfr 1Cor 5-6). Inoltre dovette dedicarsi ad un’intensa opera di formazione della comunità cristiana, in modo che esprimesse ordinatamente i diversi carismi personali nell’unità dello Spiriro e per l’edificazione dell’unica Chiesa di Cristo (cfr 1Cor 12-14). Non mancarono i frutti, generosi e abbondanti, che consolarono il cuore dell’apostolo, ma, come era anche da attendersi, non mancarono neppure le deviazioni (cfr soprattutto 1Cor 11,17-22; 14,23.26-33 ecc.), il ritorno a certe antiche abitudini morali (cfr per esempio 1Cor 5,1-5; 6,9 -11) e le faziosità tra i gruppi che dividevano la Chiesa (1Cor 1,10-17 ecc.): contro tali cose Paolo intervenne con vigore, scrivendo numerose lettere ai Corinti.

Il progresso della Chiesa di Corinto consolava il cuore di Paolo, ma suscitava odio e gelosia tra i giudei. Essi, non sopportando più i successi dell’apostolo, che era riuscito a convertire anche l’arcisinagogo Crispo (cfr At 18,8), "si mossero unanimi contro Paolo e lo condussero in tribunale dinanzi al proconsole Gallione", accusandolo di corrompere la gente inducendola "ad onorare Dio in maniera contraria alla legge" (At 18,12-13). Ancora una volta i giudei accusavano Paolo adducendo motivazioni ambigue. L’espressione "in maniera contraria alla legge", infatti, poteva significare che Paolo introducesse riti e usanze diverse da quelle ammesse dalla "legge romana", oppure che egli predicasse la religione giudaica in maniera eterodossa e quindi in maniera contraria alla legge romana che non ammetteva alcuna deviazione, né dottrinale né pratica, nella professione della propria fede religiosa. Gallione però, rifiutandosi di esercitare il suo arbitrium iudicandi in una causa extra ordinem, non si lasciò trascinare in una questione di carattere religioso. Anzi, dichiarò pubblicamente di non volersi interessare di tali problemi e ordinò ai littori di scacciare i giudei. La folla che era presente, probabilmente per spirito antigiudaico, afferrò Sostene, capo della sinagoga, e lo malmenò dinanzi al bêma, senza che Gallione intervenisse per liberarlo (At 18,14-17).



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Created / Updated Friday, May 4, 2001 at 01:09:06 by John Abela ofm
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