Franciscan Custody of the Holy Land - 04/05/2001 info: custodia@netvision.net.il |
Secondo viaggio missionario
Paolo ad Atene
di Alfio Marcello Buscemi
dal libro: San Paolo. Vita opera messaggio
(SBF Analecta 43), 2a edizione, Gerusalemme 1997
Non possiamo soffermarci a parlare del passato glorioso di Atene. Diciamo soltanto che al tempo di Paolo, la città era divenuta una larva rispetto allo spendore politico, culturale e artistico del passato. Continuava a possedere un immenso patrimonio artistico e culturale, ma era priva di quella indipendenza politica che quei beni aveva prodotto: era città libera solo perchè i Romani guardavano con occhi ammirati al suo passato glorioso e irrepetibile. Da tutto il mondo si continuava ancora a guardare ad Atene come "alla pupilla della Grecia" (Filone), "alla lampada di tutta la Grecia" (Cicerone), "alla Madre di tutte le arti". Di fatto rimaneva ancora il centro più importanle degli studi filosofici e in essa dominavano le scuole filosofiche più rappresentative del I sec.: gli Stoici, gli Epicurei, i Cinici, i Neopitagorici, i Medio-platonici.
Tutto questo splendore di culture e di arte, che continua ancor oggi ad incantarci con il suo ideale del "bello e del buono", non entusiasmò per nulla Paolo. Anzi, mentre egli attendeva che Sila e Timoteo (At 17,15-16; 1Tess 3,6) lo raggiungessero, "il suo animo si infiammava di sdegno vedendo come la città era piena di idoli" (At 17,16). Il suo sentimento religioso di monoteista rigoroso ne era profondamente turbato e il periodo di permanenza forzata ad Atene gli sembrò più un momentaneo esilio che una vera tappa di apostolato, come sembra insinuare lapostolo stesso scrivendo ai Tessalonicesi: "Non potendo più resistere (dallavere vostre notizie), preferimmo rimanere soli ad Atene..." (1Tess 3,1). E appena poté andar via da quel museo idolatrico, se ne fuggì prontamente. Nel frattempo però, non avendo alcun interesse artistico e culturale e anche per superare il senso di solitudine, Paolo non solo si recò alla sinagoga a discutere con i giudei e i "timorati di Dio", ma andò persino nellAgorà a discutere con quelli che vi capitavano (At 17,17). I greci non era affatto meravigliati perché egli insegnasse nellAgora: già Socrate e molti altri filosofi rinomati avevano esposto le loro idee in quella piazza. Ciò che li colpì invece era la "nuova dottrina" di quel "seminatore di parole". Così incuriositi - "Tutti gli Ateniesi, osserva argutamente Luca, e gli stranieri residenti ad Atene, non trovavano miglior passatempo di quello di riferire e di ascoltare le ultime novità" (At 17,21) - alcuni filosofi epicurei e stoici lo portarono allAeropago per conoscere con più calma e libertà questa nuova dottrina religiosa straniera riguardante la coppia divina Gesù e Anastasis (At 17,18-20).
Il discorso di Paolo (At 17,21-31), abilmente ed elegantemente rimaneggiato da Luca, rappresenta limpatto esistenziale e drammatico tra il messaggio cristiano e il sapere greco. Lo sforzo di "incarnazione culturale" dellapostolo, che in ogni occasione cercava di divenire greco con i greci e giudeo con i giudei per guadagnare tutti a Cristo (1Cor 9,20-23), fu veramente grande. Prendendo le mosse (At 17,22b-23) da una certa "captatio benevolentiae" e facendo riferimento ad un altare dedicato "ad un dio ignoto", Paolo lodò la profonda religiosità degli Ateniesi, anche se poi in maniera delicata insinua che questa religiosità era imperfetta: essi adoravano ancora una moltitudine di dei, opera delle mani delluomo. La loro sete insaziabile del divino, però, li aveva portati vicino alladorazione del vero e unico Dio, creatore provvidente di tutte le cose: "Quel Dio che voi venerate senza conoscerlo, io vengo ad annunciarlo a voi: il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che in esso si trova" (At 17,24). Egli non abita in templi fatti da mani duomo né ha bisogno delle offerte degli uomini (At 17,24-25). Da lui noi abbiamo origine (At 17,26) e di lui noi siamo stirpe: in lui viviamo, ci muoviamo e siamo. Ricercare Dio è conoscere il Dio vivente, che non può essere paragonato alle divinità di oro, di argento o di pietra, che portano limpronta dellarte e dellimmaginazione delluomo (At 17,27-29). In conseguenza: conoscerlo è accettare la sua autorivelazione salvifica, con la quale Egli chiama tutti gli uomini alla conversione e alla giustizia "per mezzo di un uomo che Egli ha designato, accreditandolo di fronte a tutti, col risuscitarlo da morte" (At 17,30-31).
Paolo non poté a questo punto continuare. Le sue parole urtavano troppo la mentalità di quei filosofi stoici ed epicurei. Per essi, la manifestazione di Dio non poteva avere come scopo la salvezza delluomo, inteso come unità inscindibile di anima e corpo, in quanto la materia è concepita dalla filosofia greca come un carcere dal quale lo spirito deve liberarsi. In conseguenza, quei filosofi non potevano comprendere il concetto paolino di resurrezione come salvezza totale delluomo, ma tuttal più solo come immortalità dellanima, liberata dalla corruzione della materia e rientrante nell"anima universale". Inoltre, non credendo essi al vero Dio, non potevano neppure accettare il messaggio centrale del cristianesimo: la resurrezione di Gesù da parte di Dio. Così, quegli ammiratori della morte stoica di Socrate e delle teorie spiritualiste di Platone, risero di Paolo e gli dissero con sarcasmo: "Su questargomento ti sentiremo ancora unaltra volta" (At 17,32).
Il fallimento di Paolo era evidente: lapostolo non era riuscito a piegare laltezzosa sapienza greca alla follia della Croce di Cristo (1Cor 1,22-25). Ma il fallimento non fu completo, in quanto anche ad Atene Paolo riuscì a porre un seme, che nel tempo conquistò la capitale della sapienza umana alla fede di Cristo crocifisso, sapienza di Dio. Infatti, "alcuni uomini si legarono a lui e abbracciarono la fede. Tra essi cera anche Dionigi lareopagita, una donna di nome Damaride ed altri con loro" (At 17,34). Posto questo piccolo seme, Paolo partì per Corinto (At 18,1) e da allora sembra che non si sia più curato di Atene.
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