Franciscan Custody of the Holy Land - 04/05/2001 info: custodia@netvision.net.il

Secondo viaggio missionario
Paolo a Filippi

di Alfio Marcello Buscemi
dal libro: San Paolo. Vita opera messaggio
(SBF Analecta 43), 2a edizione, Gerusalemme 1997

Le condizioni del tempo dovettero essere molto favorevoli, se la nave che li portò da Troade a Neapolis (attuale Kavalla e probabilmente città portuale di Filippi) impiegò due giorni per coprire i 230 km di distanza, compresa la sosta nell’isola di Samotracia (At 16,11). Sbarcati a Neapolis, Paolo e i suoi compagni raggiunsero subito Filippi, che distava circa 17 km. Posta sulla "Via Egnatia", Filippi era al tempo di Paolo la città più importante del primo dei quattro distretti della Macedonia. Fondata da Filippo II, padre di Alessandro Magno, verso il 356 sull’antico villaggio di Krenides (= le Sorgenti) ai piedi del Monte Pangeo, divenne ancor più famosa al tempo della "battaglia di Filippi" (42 a. C.), durante la quale si spensero gli ultimi sogni delle libertà repubblicane di Roma, a causa della sconfitta degli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio, ad opera di Antonio e di Ottaviano. Dopo questa battaglia, Filippi fu elevata a colonia romana con il diritto dello jus italicum. La città al tempo di Paolo portava il nome di Colonia Iulia Augusta Philippensis. La popolazione era mista: veterani romani, popolazione indigena, greci e forse anche uno sparuto nucleo di giudei. I magistrati avevano il titolo di "arconti" o "strateghi" e godevano del diritto di farsi accompagnare dai "littori".

A Filippi Paolo non trovò una sinagoga, ma solo un luogo di preghiera, probabilmente perché mancava il numero sufficiente di persone per formare una minyan, un gruppo di 10 uomini giudei adulti (da 13 anni in su) atti al servizio liturgico sinagogale e ad altre cerimonie religiose giudaiche. Un po’ fuori della città, vicino al fiumiciattolo Gangite, Paolo e i suoi compagni individuarono un possibile luogo giudaico di preghiera: la vicinanza al fiume era un segno abbastanza indicativo, dato che i giudei preferivano pregare in vicinanza dei corsi d’acqua, in modo che le abluzioni rituali fossero più agevolate. Il sabato si recarono in quel posto e vi trovarono solo delle donne, probabilmente qualche giudea e parecchie "timorate di Dio". Paolo, ricordandosi che Gesù aveva annunciato il Regno di Dio anche alle donne, senza alcun problema si mise a parlare con loro (At 16,13). Tra queste donne, ce ne era una proveniente da Tiatira, una città dell’"Asia proconsolare" tra Sardi e Pergamo e ricordata anche in Ap 1,11; 2,18.24. Il suo nome era Lidia ed era venditrice di porpora. Essa probabilmente aveva conosciuto il giudaismo a Tiatira, dove esisteva una discreta colonia giudaica ed era divenuta una fervente "timorata di Dio". Spostatasi a Filippi, forse per ragioni commerciali, era rimasta fedele alle regole del giudaismo. Essa ascoltò molto attentamente le cose dette da Paolo e il Signore le aprì il cuore alla grazia (At 16,14). Essendo di buone condizioni economiche, invitò con insistenza affettuosa Paolo e i suoi compagni a casa sua. L’apostolo ne approfittò per evangelizzare e catechizzare non solo Lidia, ma anche tutta la sua famiglia. Dopo di che li battezzò (At 16,15). Dietro insistenza di Lidia, Paolo acconsentì di rimanere ancora nella sua casa, per tutto il tempo della missione a Filippi, che certamente dovette prolungarsi per parecchio tempo, forse alcuni mesi. Fu un periodo molto fecondo: a Filippi l’apostolo vi stabilì una delle comunità più fiorenti e da lui più amate, come risulta da Fil 1,3-11; 4,10-20. E ne fu ampiamente ricambiato: solo da loro Paolo accettò regali e offerte personali nei momenti di maggior bisogno.

Dell’ulteriore apostolato che i quattro missionari svolsero a Filippi non ci è detto nulla né da parte di Paolo né tantomenodal racconto di Luca. Quest’ultimo, dopo aver narrata la conversione di Lidia, presenta al suo lettore l’epilogo della missione in questa città, un epilogo drammatico che ci ricorda le disavventure del primo viaggio missionario. Il fatto ci è raccontato in maniera molto sobria: "Un giorno, mentre andavamo all’oratorio, ci si fece incontro una schiava che aveva uno spirito pitone e che coi suoi vaticini procacciava grossi guadagni ai suoi padroni. Costei, tenendo dietro a Paolo e a noi, gridava: questi uomini sono servi del Dio Altissimo e vi annunziano la via della salvezza. La cosa si ripeté per molti giorni. Alla fine, Paolo seccato si volse e disse allo Spirito: ´Nel nome di Gesù Cristo, ti comando di uscire da leiª. E all’istante uscì" (At 16,16-18). Fu la scintilla che scatenò la persecuzione. I padroni, vedendosi privati dei loro lauti guadagni, afferrarono Paolo e Sila e li condussero dinanzi agli "arconti". Giocando di astuzia, invece di dire i veri motivi della loro querela, li accusarono di turbare l’ordine pubblico, di introdurre a Filippi idee, usi e costumi contrari a quelli ellenistico-romani e di fare proselitismo giudaico. I magistrati, vista l’eccitazione della folla, senza istruire un vero processo, fecero fustigare i due missionari e dopo li fecero gettare in prigione, custoditi rigorosamente.

Paolo e Sila, memori del detto di Gesù: "Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli" (Mt 5,11-12), ritennero questa disavventura come un segno di benedizione, un sigillo del cielo sulla loro missione. Anzi, Luca, per fare risaltare maggiormente questa idea di Paolo e Sila come messaggeri di salvezza legittimati da Dio stesso nella loro azione missionaria, ci propone il racconto meraviglioso di At 16,25-34, che, pur costruito sul modello ellenistico delle "storie di miracoli", non ci autorizza a ritenere come leggendari l’intervento di Dio a favore dei suoi apostoli e la conversione del carceriere di Filippi. La storia di At 16,25-34 è semplice. Ricolmi di consolazione e di gaudio (2Cor 7,4), per essere stati giudicati degni di patire oltraggi per il nome di Gesù (At 5,11), verso la mezzanotte, probabilmente non potendo dormire a causa delle loro ammaccature, Paolo e Sila si misero a pregare e cantare inni a Dio (At 16,25). Ad un tratto, ecco un segno dal cielo: un terremoto che, scuotendo il carcere dalle fondamenta, mette tutti i prigionieri in condizione di poter fuggire. Il custode della prigione fu preso dal panico: rischiava infatti di essere condannato a morte per la fuga dei prigionieri. Così, la prima idea che gli balenò in mente fu quella di suicidarsi: almeno avrebbe salvato l’onore. Ma nessuno dei prigionieri era fuggito e Paolo, intuendo il pensiero di quel povero uomo, gli gridò: "Non farti del male, perché siamo tutti qui". Resosi conto che la sua posizione non era compromessa e soprattutto che ciò che stava accadendo era proprio del tutto fuori del normale, il carceriere si buttò ai piedi di Paolo e Sila, certamente divenuti ai suoi occhi degli "uomini di Dio", e chiese loro di indicare a lui e alla sua famiglia la via della salvezza. Anzi, per essere istruito meglio, li portò a casa sua, li fece lavare, curare e rifocillare e, dopo essere stato catechizzato, lui e la sua famiglia ricevettero il battesimo (At 16,29-34).

Non sappiamo i motivi per cui i due pretori ordinarono di lasciare andare presto i due missionari. Forse, riesaminando il caso, si convinsero che la lezione loro impartita era più che sufficiente; oppure, e mi sembra più probabile, avendo avuto notizie più precise sullo stato sociale dei due prigionieri e ripensando al "processo sommario"del giorno avanti e e delle gravi pene inflitte ad essi, i due magistrati si sentivano in colpa. Infatti, se realmente Paolo e Sila non avessero proclamato la loro cittadinanza, essi non avrebbero dovuto temere nulla. Invece, essi, proprio perché si sentivano in colpa, tentarono di far credere che non sapevano nulla e che anzi stavano agendo con molta clemenza. Ma Paolo non cadde nel tranello e sconfessando questa astuzia, disse al carceriere: "Ci hanno bastonati pubblicamente e senza processo, noi che siamo cittadini romani, e ci hanno gettato in prigione: ed ora di nascosto ci cacciano via? Così no! Vengano e ci mettano in libertà" (At 16,37). Allora la paura dei due magistrati divenne ancora più effettiva: avevano violato più o meno coscientemente parecchie leggi del diritto romano. Erano andati: contro la Lex Clodia del 696 a. C., che comminava l’esilio a chiunque condannava un cittadino romano senza un regolare processo; contro la Lex Valeria del 509 a. C., che proibiva di percuotere un cittadino romano senza un previo ed esplicito processo regolamentare; contro la Lex Porcia del 248 a. C., che proibiva assolutamente di legare e di applicare la "verberatio" ad un cittadino romano. Tali leggi erano sentite come sacre dai Romani, tanto che Cicerone sintetizzando la giurisdisdizione e la mentalità romana poté scrivere: "Che un cittadino romano sia legato è un misfatto; che sia percosso è un delitto; che sia ucciso è quasi un parricidio". Così ai due "arconti" non rimase altro da fare che andare presto a presentare le scuse a Paolo e Sila e a pregarli di lasciare la città al più presto. Pare che i due missionari non ebbero nulla da obbiettare e quindi, "usciti dalla prigione, entrarono in casa di Lidia - dove probabilmente si era costituito il nucleo centrale della comunità di Filippi - e, veduti i discepoli, li consolarono e poi se ne partirono" (At 16,40).



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Created / Updated Friday, May 4, 2001 at 01:06:46 by John Abela ofm
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