Franciscan Custody of the Holy Land - 25/03/2000 info: custodia@netvision.net.il
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ESPERIENZA
In margine al pellegrinaggio di Papa Giovanni Paolo II
al Memoriale di Mosè sul Monte Nebo. (20.03.2000)

La piattaforma preparata da Garbo, da Samir e da Ahmad, nei pressi del simbolo cristologico eseguito da Gianni Fantoni una diecina di anni fa, nell'angolo di nord ovest del piazzale di fronte al Memoriale di Mosè, inizialmente mi ha fatto sorridere. L'ho associato alla scena madre del Titanic dei due fidanzati sulla prua della nave.

Papa Giovanni Paolo II, al termine della sua visita al santuario, è stato bravo a far diventare quell'angolo del Monte Nebo una icona del suo pellegrinaggio in Terra Santa. Complice un microfono messo da qualche parte, a mia insaputa. Me l'hanno comunicato subito dopo da Amman entusiasti gli amici della sala stampa.

Doveva essere una breve visita di preghiera, ‘non una visita archeologica', aveva insistito Padre Tucci nel primo incontro a Amman nel mese di dicembre. Non so, a questo punto, chi ringraziare se la visita, che è stata di preghiera e di grande commozione e familiarità , si è protratta per più di un'ora, con il fuori programma, al termine della cerimonia, del messaggio al Padre Giacomo Bini Ministro Generale dei Frati Minori, e la visita archeologica alla basilica con un Pellegrino di eccezione desideroso di sapere e di vedere, con le reazioni dei pellegrini.

Ho iniziato a spiegare nel piazzale davanti ai gradini della basilica, dove si era fermata l'auto, subito dopo il saluto del Padre Generale, del Principe Hassan, che gentilmente era venuto ad ossequiare il Papa, e dei nostri amici più cari. Poche parole sul santuario, prima che Mons. Stanislao invitasse i bambini della famiglia di Garbo ad avvicinarsi. Il Papa ha ascoltato e reagito al ricordo della pellegrina Egeria che grazie alla scoperta del suo itinerario aveva reso possibile identificare le rovine di Siyagha con il Memoriale di Mosè : "Sì, sì, Egeria".

Ho continuato all'interno della basilica, con i bambini che dal presbiterio avevano intonato il canto di ingresso. Una volta giunto nei pressi dell'inginocchiatoio posto al centro della chiesa, che un falegname di Madaba aveva eseguito per l'occasione, gli ho indicato il nostro dono, la copia in scala ridotta dell'iscrizione in mosaico della chiesa della Vergine a Madaba, traducendogli il testo greco: "Se vuoi guardare Maria...".

Dopo una lunga pausa con il Papa inginocchiato, è iniziata la cerimonia di preghiera e riflessione sul significato del santuario. Padre Peter William ha letto Deuteronomio 34, seguito da un'altra preghiera. Il Papa ha poi letto un breve messaggio rivolto al Padre Generale e ai presenti.

Dopo il saluto alle suore francescane e ai bambini del coro invitati ad avvicinarsi, c'è stato lo scambio dei doni. Il Papa ha lasciato al santuario un calice completo della patena con i simboli dei quattro Evangelisti sull'impugnatura e lo stemma sulla base. Da parte nostra gli abbiamo donato la medaglia in forma di libro del Giubileo del 2000 dedicata a Mosè e a Giovanni Battista, modellata dallo scultore Vincenzo Bianchi.

Padre Tucci e il signor Gasparri mi hanno fatto segno di poter iniziare la visita del santuario. "Santità! Abbiamo bisogno del suo aiuto per restaurare questa basilica, e per ora di una forte benedizione". "Bene, bene". Si è avvicinato al cippo sulla destra, ha poggiato la mano diafana e bella sulla placca di metallo concentrandosi per una lunga pausa di preghiera prima della benedizione.

Ci siamo diretti verso la memoria di Mosè sulla testata orientale della navata meridionale. Quando gli ho detto che l'altare era indicato come la tomba di Mosè, ha avuto la stessa reazione di Egeria, la pellegrina del quarto secolo: "Ma se nella Bibbia è scritto che nessuno sa dove sia sepolto!". Poi mi ha chiesto: "Ma Egeria era italiana?" . "No Santo Padre, veniva dalla Spagna, da Finis Terrae in Galizia". "Ah! Gallieca!". Gli ho mostrato il battistero, gli ho detto che ancora oggi i cristiani delle diverse confessioni vengono a battezzare i loro figli. Allora mi ha chiesto se in chiesa si celebrava, e ad un certo punto mi ha chiesto anche se i musulmani venissero a pregare. Gli ho raccontato di Abu Odeh, il nostro vecchio guardiano, al quale io ricordavo l'ora della preghiera: "Allora gli faceva da muezzino!".

Al centro della chiesa, si erano riorganizzate le suore con i bambini per un prolungato e rinnovato saluto tra le proteste risentite di Padre Tucci. Il Papa stava per dirigersi verso la porta, e Mons. Stanislao è stato obbligato a indicargli il passaggio tra le colonne che gli avrebbe dato la possibilità di visitare l'antico-diaconicon/battistero da noi scoperto nel 1976 con lo splendido mosaico pavimentale eseguito nel 530 da tre mosaicisti di Madaba.

Una volta sceso sulla passerella in legno, mi ha chiesto dei Moabiti: "I Moabiti erano nemici di Israele?". Gli ho spiegato che gli Edomiti erano considerati i veri nemici, ma che i Moabiti e gli Ammoniti, erano quasi amici, tenendo presente le origini moabite di Davide. Ha avuto un attimo di sorpresa, ma si è subito ripreso quando gli ho ricordato Rut. "Ah Rut, Rut!". Ho continuato ricordando come secondo Eusebio i cristiani della regione si considerassero gli eredi di quei popoli biblici, già cristiani nella prima metà del quarto secolo. Il cardinal Sodano mi ha chiesto delle raffigurazioni di animali del mosaico e mi sono lanciato in una spiegazione della scuola di Madaba con l'utilizzo di temi classici con un nuovo significato cristiano.

E abbiamo preso la strada dell'uscita dirigendoci verso il simbolo cristologico. Solo, il Papa è salito sulla piattaforma e ha contemplato il panorama. Il giovane monsignore che mi stava vicino mi ha detto che gli era stato spiegato cosa avrebbe visto. Ma poi sono stato io a chiedere di salire per mostrargli il panorama: il Mar Morto, la foce del fiume Giordano, Gerusalemme (ma che ora non si vede...questa mattina era uno splendore, Santità!), Gerico, il tracciato della strada percorsa dai pellegrini fino a Hesban...le steppe di Moab... "Ma quali steppe?". "Lì sotto sono le Steppe di Moab. Qui noi siamo sull'Altopinao di Moab". Complice un microfono acceso posto sotto la scala la conversazione è diventata un happening a ricordo di un pomeriggio indimenticabile.

Nei pressi della croce avevamo piantato l'olivo che sarebbe restato un ricordo perenne del suo passaggio sulla montagna. Ha versato la terra da una ciotola e ha spruzzato l'acqua sull'alberello, simbolo della nuova era di pace per l'umanità, e oggi, per le popolazioni della regione.

Ma il mio compito non era finito. Il Papa, prima di riprendere la strada per Madaba e Amman sarebbe sceso al nostro conventino. Facevo notare di spiegare bene il percorso ai conduttori del papamobile pronto nei pressi della vera della cisterna. "Sono stati avvisati" mi ha risposto il dottor Gasparri con il quale mi sono diretto verso la scaletta di discesa al conventino. All'appello, mancava il Padre Generale.

Il mistero è stato svelato quando nel viale di accesso è comparso il papamobile e all'interno abbiamo visto con il Papa il padre Custode e il padre Generale. Al Papa ho spiegato l'inizio di tutto qui sulla montagna indicando la tomba di fra Girolamo Mihaic. "Mahaic?". "Mihaic, almeno per come pronuncio io, Santità...Lei lo pronuncerà certamente meglio di me".

Nel salone con il Papa e Mons. Stanislao, era entrato il solo Garbo. Il Padre Generale mi ha consigliato di entrare e di accompagnarli. Gli ho mostrato la foto della basilica prima dello scavo appesa sulla parete. Dopo essersi consigliato in polacco con Mons. Stanislao in piedi con mano ferma ha scritto la sua firma al centro della pagina del nostro libro di onore e si è diretto verso la porta dove Isam l'ha immortalato.

Un Papa sereno, che aiutandosi con il bastone, dopo una pausa sulla porta per una esitazione provocata dal mio preavviso di stare attento alla soglia della porta, mi ha lasciato con un sorriso e una benedizione.

Padre Michele Piccirillo ofm



Created / Updated Saturday, March 25, 2000 at 22:21:43