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22/03/2000


L'ERA CHE IL PAPA APRE SULLA TERRA DEGLI EBREI

22.03.2000

La Repubblica di oggi 22 marzo 2000

IL FATTO che il Papa venga in Israele in veste di pellegrino e pronunci esplicitamente il nome di questo paese costituisce una presa di coscienza. Anche la coraggiosa seppure non piena richiesta di scuse per i crimini del passato costituisce una presa di coscienza: sino ad ora la Santa Sede aveva cercato di ignorare l'esistenza di Israele. Il Papa giunto qui prima di questo non parlò molto e si astenne dal menzionare apertamente il nome dello Stato d'Israele.

Siamo dunque di fronte all'inizio di un evento storico che forse non saprà infrangere quello spazio oscuro frapposto fra il popolo d'Israele e la Chiesa, ma certamente aspira ad aprire una nuova via. Il rappresentante di Gesù in terra viene nella terra degli ebrei e in quella degli arabi. Gli ebrei sono la nazione che per sua stessa definizione la Chiesa si prefiggeva di sostituire. Se la Santa Sede cattolica riuscirà con questa visita a superare l'aspirazione a far decadere Israele, allora essa darà l'avvio a un nuovo millennio. Se invece questa visita fallirà dando modo a Israele di sentirsi insoddisfatta, allora dovremo aspettare altri duemila anni - il che non è poi così tremendo, gli ebrei sono grandi esperti in fatto di attesa.

Il concetto di "messia" è nato presso i figli d'Israele ed è formulato di modo che questo messia non possa arrivare sul serio: è una specie di anelito perenne oscillante fra la fede nella sua venuta e la coscienza che egli non arriverà. Il cristianesimo, creatosi dall'ebraismo, se ne è separato nel momento in cui ha accolto il messia. La questione ebraica del Papa è dunque nodale: fintanto che il popolo ebraico esiste, è assai probabile che il messia non verrà un'altra volta. Il patto fra il popolo d'Israele storico e Dio viene per i cristiani prima di ogni altra cosa, e per questo Iddio ha mandato il suo unico figlio, per insegnare agli ebrei; ma costoro si sono ostinati a non ascoltare e così sono stati castigati.

D'altro canto, quando un sacerdote di origine polacca, grazie al quale alcuni ebrei si sono salvati e che si è dimostrato persona integerrima, giunge qui, dovrà pur spiegare a se stesso e agli ebrei non solo ciò che è avvenuto ma anche come la Chiesa intende regolarsi per il prossimo millennio. Lo sterminio degli ebrei nello stile dell'Inquisizione ha fallito; ha fallito anche la Shoah. Tutto fa pensare che gli ebrei resteranno testardi e non acconsentiranno a vedere la luce del Papa, a prescindere da quanto lui sarà gentile e simpatico. E' questo il problema teologico fondamentale del Papa.

Anche se quando era ancora prete, quel giorno in cui una donna cattolica che aveva salvato un bambino ebreo e avrebbe voluto battezzarlo venne a chiedergli consiglio sul da farsi - dal momento che il padre del piccolo, deportato ad Auschwitz l'aveva pregata di far sapere al bambino che era ebreo -, ebbene il futuro Papa disse a quella donna che doveva rispettare la volontà del padre e non battezzare il bambino. Malgrado tutto ciò, ecco, questo nostro è un paese difficile. Ebrei, arabi e tante ostilità. Profughi ebrei per mano di cristiani e profughi palestinesi a Daiisha. Una terra di lotta, lotta su una terra sola di due popoli e tre religioni. Come potrà, questo Papa, superare la questione di una Gerusalemme che gli ebrei rivendicano come propria, i musulmani esigono per sé e i cristiani pretendono che non sia di nessuno di loro? Come potrà, questo Papa, rappresentante di una Santa Sede che in quanto sede è santa e in quanto santa non può sbagliare, come potrà chiedere perdono non solo agli ebrei per ciò che essa ha fatto nemmeno tanto tempo fa, ma anche affrontare il problema che più tormenta gli ebrei oggigiorno, e cioè il comportamento vergognoso di Pio XII verso gli ebrei durante la Shoah, il patto del Vaticano con Hitler, il suo atteggiamento spregevole verso gli ebrei? Come si comporterà il Papa in un Israele pronto per imponenti cerimonie, compresa chissà fors'anche una passeggiata sulle acque, lui che è un signore vecchio e malato circondato da medici, tanto che la paura più grande qui è che, come fece Gesù il suo signore, anch'egli decida di morire in Terra Santa?

Gli ebrei si rendono conto di aver patito già abbastanza per colpa della morte del messia e sarebbe davvero dura convivere con un'altra morte, duemila anni dopo. Gli estremisti islamici tenteranno di estorcere al Papa delle dichiarazioni politiche che vadano contro la posizione del popolo d'Israele, e il Papa, per quanto sia il rappresentante di Dio in terra, non può esimersi dal ruolo di personalità politica.

Se nei territori palestinesi si creerà un'atmosfera di violenza anti-israeliana, i palestinesi potrebbero comportarsi con lui come di recente hanno fatto con il primo ministro francese Jospin, che aveva definito gli Hezbollah un'organizzazione terroristica. D'altro canto, che cosa riceveranno da lui i palestinesi che sostengono che questa terra è tutta loro, che Israele è uno stato illegittimo e Gesù era palestinese?

Il cristiano credente si accorgerà ben presto che la terra d'Israele ebraica non è così provvida di miracoli e che il vecchio Papa dovrà lavorare sodo, da queste parti. Il popolo d'Israele è reduce dal ghetto, il primo dei quali fu inventato in quell'Italia donde il Papa giunge. Gli ebrei saranno con le loro cronache di lacrime allo Yad Wa-Shem, dove si attesta di preti colpevoli di connivenza con Hitler: per quanto controvoglia, il Papa rappresenterà anche costoro.

Comunque sia, questo Papa malato e integerrimo sta disegnando la storia. Avvia qualcosa di pericoloso per la Chiesa almeno quanto gli inconvenienti che sta creando agli ebrei e agli israeliani. Come si fa a fare il Papa senza prendere in considerazione i duemila anni di persecuzioni anti-ebraiche in nome di Dio, e al tempo stesso essere colui che vuole spezzare una lancia fra l'ebraismo e il cristianesimo? L'eventualità che Pio XII venga dichiarato santo complicherà le cose nel possibile rapporto con gli ebrei, ma del resto come potrebbe il Papa non dichiarare santo quell'uomo? Se gli ebrei capiranno che la Santa Sede confessa seppure a mezza bocca e chiede timidamente scusa al popolo che tanto ha sofferto per via della Chiesa nata da esso e dagli ebrei che portarono la croce di Gesù per il mondo, ma i cui fratelli per molti anni furono crocifissi in suo nome, questa visita sarà più che un pellegrinaggio e una gita in Terra Santa.

Quanto a me, aspetto pieno di trepidazione il momento in cui il Papa, rappresentante di quella Chiesa che ha assassinato i miei avi e gli avi dei miei avi, venuto a trovarmi qui a casa mia, davanti a me e attraverso di me chiederà di parlare alla storia, con giustizia. La Santa Sede tornerà a Roma su un aereo israeliano e accompagnato da una scorta israeliana; non c'è dubbio che si attendono disordini da parte di estremisti ebrei ed estremisti islamici, ma il libro che il Papa apre con questa visita non lo si potrà più chiudere.

Per molti sarà difficile riconoscere l'enormità del passo che Giovanni Paolo compie verso un futuro vago eppure intriso di buoni propositi. Non bisogna forzarlo, né pretendere che in un giorno soltanto si risolvano tutti i problemi storici. E' assurdo aspettarsi che il Papa esprima un rincrescimento maggiore o che si scusi più di quanto non abbia fatto per la Shoah e l'Inquisizione e per i millenni di odio. Non ha per questo alcun mandato dai suoi predecessori che, per il fatto stesso di essere papi, non potevano sbagliare.

Egli ha invece un mandato di amore da parte del suo Dio e viene da sua madre, vuoi per estraniarsene in quanto cristiano vuoi al tempo stesso per chiederle pietà in quanto orfano di un'ebrea. Tutti noi dobbiamo considerare questa visita come un nobile gesto nonché la tappa conclusiva di un uomo saggio che ha voluto con tutto se stesso fare l'impossibile e arrivare a una forma di riparazione. La riparazione del mondo prende tempo.

Il Papa dirà cose sulla buona novella che Gesù portò come meravigliosa missione in terra, ma egli viene anche nel luogo di cui è detto che qui gli ebrei hanno ucciso e continuato per duemila anni a uccidere - per il solo fatto di essere ebrei - il figlio di Dio, e per questo sono maledetti al mondo.

Il legame del Papa con gli ebrei non può essere analogo a quello con i palestinesi. La Chiesa non è soltanto figlia di questa terra ma è anche il bastone che ha sottomesso gli ebrei piegandoli dentro la terra in tutto il mondo. Fa bene il Papa a venire dai due popoli e a chiedere la pace; deve però anche capire che la vicenda cristiano-ebraica è più lunga di qualsivoglia conflitto in Terra Santa.

Mio nonno non ci avrebbe creduto ma si sarebbe arrabbiato vedendo il capo della Chiesa venire dagli ebrei; mio padre se ne sarebbe meravigliato ma non ci avrebbe creduto. Io lo vedo con i miei occhi, il successore di Paolo, quel bravo ebreo che vide la luce sulla via di Damasco, arrivare nella regione da cui si creò la Chiesa del Papa, e penso: chissà se un giorno si troverà la radice comune delle due fedi nate dallo stesso padre? E qualcosa di grande avverrà, come ad esempio che un rabbino e un prete torneranno ad essere ebrei, soltanto un po' diversi l'uno dall'altro?

Ha qui luogo un evento come da tanti anni non s'era più visto: Israele appronta il più maestoso cerimoniale della sua storia. Speriamo solo che il Papa stia bene e torni sano e salvo a Roma, Roma, la più bella delle città, Roma che ha distrutto Gerusalemme ma si è premurata di disegnare la catastrofe sull'Arco di Tito a memoria della distruzione di quella Gerusalemme cui sta arrivando un Papa cattolico, ora che essa è abitata da quegli ebrei che Roma ha lasciato superstiti.

Non c'è una giustizia sola. Questo intendeva Gesù parlando d'amore. Per una giustizia sola non ci vuole l'amore, ma lo scudiscio. Di giustizie ce ne sono tante. L'armonia pertinente alla giustizia assomiglia più a ciò che pensava Gesù che a quello che dopo di lui pensarono i Papi. Se questa visita farà la storia o lascerà tutti gli odi sul campo è domanda cui si potrà rispondere solo alla fine del viaggio. Ora sono qui a pensare a tutto il sangue versato invano per duemila anni affinché la mia cancellazione dal mondo portasse la redenzione cristiana.

Eppure voglio pensare anche al coraggio di un uomo che viene dai figli delle vittime e dai figli dei loro figli e comincia il suo viaggio dal monte Nevo, là dove Mosè vide tutta quella terra su cui non poté mettere piede. E poi i profeti e Gesù. Se gli ebrei dicono nella preghiera che da Gerusalemme esce la Torah, allora forse questa visita inaugura un'era che al momento non si sa dove porterà, ma è un gran bene che s'inauguri.

Yoram Kaniuk
L'autore, nato nel 1930 a Tel Aviv, è scrittore e saggista (Traduzione di Elena Löventhal)



Created / Updated Wednesday, March 22, 2000 at 21:59:23