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20/03/2000


L'ULTIMA PIETRA MILIARE -

20.03.2000

La Repubblica di oggi 20 marzo

IL PELLEGRINAGGIO di Giovanni Paolo II in Terra Santa è un grande avvenimento per Israele, per il popolo ebraico, per tutto il Medio Oriente. Un avvenimento di dimensioni storiche, perché la visita del papa è il culmine di un lungo processo di riavvicinamento tra grandi religioni e grandi civiltà, nate dagli stessi profeti e dal medesimo libro, la Bibbia, ma divise da secoli di tensioni, incomprensioni e pregiudizi che hanno creato innumerevoli tragedie.

OGGI, finalmente, sentiamo di esserci incamminati verso una nuova epoca, nella reciproca comprensione di ciò che ci accomuna e di ciò che ci distingue: e se siamo giunti a un tale risultato, larga parte del merito è di un pontefice che si è rivelato uno dei più importanti leader spirituali del nostro tempo. So che questo viaggio verso Gerusalemme rappresenta una pietra miliare nella sua vita. Ma sarà una pietra miliare anche nella vita del Medio Oriente.

Le innovazioni introdotte dal suo pontificato sono state decisamente rivoluzionarie per la Cristianità. Per lungo tempo la Chiesa cattolica ha considerato quale scopo del suo ministero l'imposizione dei suoi dogmi al mondo intero. E per lungo tempo non ha esitato a ricorrere alla forza per realizzare i suoi obiettivi. Ma la Chiesa odierna è irriconoscibile rispetto a quella delle Crociate, dell'Inquisizione, dell'inflessibile dogmatismo. L'imposizione è stata rimpiazzata dalla tolleranza. La Chiesa, in buona misura grazie a questo papa, ha compreso che un'autentica armonia universale non si realizza attraverso l'affermazione di un'unico credo su tutti gli altri, bensì tramite il dialogo, la coesistenza e la comprensione. E di questo mutamento, gli ebrei hanno avuto una prova dopo l'altra da parte di Giovanni Paolo II. Egli è stato il primo papa a visitare una sinagoga, il primo a stabilire relazioni diplomatiche con Israele, il primo a condannare senza mezzi termini l'antisemitismo, a definirlo un peccato contro Dio e a correggere il pregiudizio storico secondo cui gli ebrei erano responsabili e maledetti per la crocefissione di Gesù Cristo. Ora è arrivato al punto di pronunciare uno storico mea culpa per le sofferenze causate dai cristiani agli ebrei. Qualcuno ritiene che dovrebbe fare e dire ancora di più: ma anche se non fossimo soddisfatti al 100 per cento dalle sue opere e dalle sue parole, non possiamo che esprimergli gratitudine e rispetto per quanto ha fatto verso l'Ebraismo. E credo che questo sentimento sia maggioritario tra la gente di Israele.

Ai cristiani, agli italiani, agli europei, suggerisco di non lasciarsi fuorviare dalle proteste o critiche contro il pontefice espresse dalla comunità ultra-Ortodossa ebraica. Gli 'haredim' non si limitano a denunciare il papa, perché non rispetta le norme del Shabbat: essi denunciano, per le medesime ragioni, il proprio stesso popolo, quel 60 per cento di israeliani che non sono religiosi osservanti. Gli ultra-Ortodossi sono una ristretta minoranza della popolazione di Israele. E comunque le più alte autorità rabbiniche hanno invitato a rispettare il papa e ad accoglierlo senza creare problemi. E' il caso di ripetere quel detto della Torah secondo cui l'Ebraismo ha settanta volti, ciascuno con le sue caratteristiche e posizioni. Siamo fatti così, in modo piuttosto complicato: non c'è niente da fare. Ma non è solo per il suo rapporto con l'Ebraismo che Israele ammira Giovanni Paolo II. Fin dall'inizio del suo pontificato, egli si è coraggiosamente battuto contro ogni sistema totalitario, ha sempre difeso la democrazia e ha appassionatamente sostenuto la pace in Medio Oriente. Questo papa ha lottato con tutte le sue forze per creare un mondo migliore, forse perché sentiva che la pace non può essere solo il freddo risultato di una trattativa diplomatica: deve essere anche pace economica e pace spirituale.

Così, per conto mio, è un bene che anche i palestinesi salutino la visita del papa come un avvenimento epocale ed abbiano buoni rapporti con il Vaticano. Da ormai un decennio, Israele ha imboccato una strada che porta a relazioni di amicizia con il popolo palestinese: e se noi ci sentiamo oggi amici sia dei palestinesi, sia della Chiesa, perché mai palestinesi e Chiesa non dovrebbero essere amici tra loro? E' vero che il governo israeliano ha criticato il recente trattato tra la Santa Sede e l'Autorità Palestinese: ma non per gelosie, o perché preferiremmo avere l'esclusiva dell'amicizia del papa. E' solo che a nostro avviso quel trattato è un po' prematuro: i palestinesi non sono ancora uno stato, è probabile che lo diventeranno presto ma solo come risultato di un accordo di pace con Israele, al termine di un negoziato che non è ancora finito e che riguarda esclusivamente le due parti in causa, cioè noi e loro, senza pressioni o interferenze esterne. Ma questo dissidio non rovinerà certamente l'atmosfera della visita di Giovanni Paolo II. Io posso fare i confronti con quella del suo predecessore Paolo VI, trentasei anni fa. E' noto che Paolo VI non volle neppure pronunciare il nome Israele, ma basterebbe un dettaglio per illustrare l'abissale differenza rispetto al presente. Proveniendo dalla Giordania, il papa annunciò che voleva entrare in Israele a Megiddo, nella bassa Galilea, e per giorni cercammo di capire cosa c'era sotto. Perché proprio Megiddo? Cosa significava quella scelta? Finchè scoprimmo che il Vaticano aveva deciso il percorso sulla base di vecchie mappe della prima guerra mondiale, sulle quali l'unica strada per la Galilea passava appunto per Megiddo.

Non c'era sotto niente, insomma, tranne una colossale ignoranza e nessuna volontà di cancellarla. Adesso, per così dire, il papa usa mappe più aggiornate, e gira il mondo per aprire sempre nuove porte, non per chiuderne. Ho avuto il privilegio di firmare con il Santo Padre l'accordo che ha creato rapporti diplomatici tra Vaticano e Israele, così conoscendolo un po' più da vicino: mi è sembrato un uomo di convinzioni profonde, carattere forte e grande intelligenza. Doti senza le quali non avrebbe potuto guidare la Chiesa per oltre vent'anni, senza sbagliare mai una parola o una mossa, tenendola unita e addirittura rafforzandola nell'era della televisione, di Internet, della globalizzazione.

Ora che quest'uomo eccezionale viene in pellegrinaggio a Gerusalemme, tanti si chiedono se riuscirà a risolvere anche l'eterno conflitto intorno alla Città Santa. Personalmente, ho fiducia che il papa porterà un'atmosfera migliore, aiutando arabi ed ebrei a comprendersi meglio. Sarebbe già molto. Non spetta al pontefice, infatti, produrre il lieto fine che molti sognano per il Medio Oriente. Del resto, io penso che non finirà proprio niente: la Storia continua il suo corso. E poi, come ebbe a dire Flaubert, soltanto il Signore Iddio nell'alto dei cieli è responsabile dell'Inizio e della Fine: noi uomini quaggiù sulla terra siamo responsabili per tutto quello che c'è nel mezzo, tra Inizio e Fine. Così mi ostino a sperare di poter migliorare l'intermezzo dell'umana esistenza, anche con l'aiuto del papa.

Shimon Peres



Created / Updated Monday, March 20, 2000 at 16:35:59