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TRE SCULTURE DI NAZARENO PANZERI PER ACRI

Data: 28.11.2005
Fonte: Custodia di Terra Santa

Tre sculture di Nazareno Panzeri per Acri
L’annuale commemorazione dei Caduti d’Oltremare, il 5 novembre u.s. ad Acri, è stata presieduta dal Rev.mo Custode di Terra Santa padre Pierbattista Pizzaballa. Hanno presenziato, assieme ai militari che operano in Israele, Siria e Libano e ad un buon numero di religiosi, religiose e famiglie italiane della Galilea, il Col. Nicola Gelao, nuovo Addetto Militare italiano in Israele, il Dr. Davide La Cecilia, Primo Segretario dell’Ambasciatore d’Italia e il Dr. Francesco Manca, Consigliere Politico ONU.
Al termine della liturgia, su invito del cappellano militare padre Quirico Calella promotore dell’iniziativa, il padre Custode ha inaugurato tre nuove sculture eseguite dell’artista francescano padre Nazareno Panzeri di Brescia. L’Autore non ha voluto mancare alla cerimonia, accompagnato dalle benemerite signore Lauretta Ranzanigo e Angela Parola che hanno sponsorizzato le opere.
I tre pannelli fusi in bronzo, delle dimensioni di 60 per 150 cm, sono stati collocati uno all’interno della chiesa di San Giovanni Battista presso l’ingresso, e due nella sottostante cripta di Sant’Andrea.
Eseguite in bassorilievo elegante e accuratamente modellato, con le spatolate piatte e levigate tipiche dello stile di Panzeri, queste opere vogliono essere un omaggio alle bimillenarie vicende cristiane di Acri, richiamandone alcuni episodi storici e simbolici salienti.

1) San Francesco in Terra Santa.
Il pannello a sviluppo orizzontale ideato per la chiesa è intitolato “San Francesco in Terra Santa” e riporta, da sinistra a destra, tre scene attinte al repertorio delle storie francescane.

a) Nella prima, sullo sfondo delle possenti mura crociate di San Giovanni d’Acri con il suo porto pisano ora affondato nel mare, il Santo di Assisi è inginocchiato in atteggiamento di contemplazione. Guarda la croce di Terra Santa, emblema della plurisecolare presenza dei francescani nella missione d’Oltremare, mentre viene devotamente accolto da un frate che lo abbraccia e gli fa il segno di benvenuto portandosi una mano sul cuore. Con questo schema l’Autore descrive lo storico sbarco del Poverello, avvenuto presso il porto di Acri nel 1219 al seguito della Quinta crociata, e ne compendia anche simbolicamente le conseguenze provvidenziali per la cristianità, grazie alla futura opera dei frati minori. Riesce altresì a trasmettere la commozione dell’arrivo propria di chi, come l’Assisiate, spinto dal desiderio del martirio e dalla premura di predicare ai saraceni, aveva lungamente accarezzato il sogno di raggiungere la Terra Santa. I precedenti tentativi, tra il 1212 e il 1215, non avevano avuto successo (cfr. Fonti Francescane 418), benché alcuni suoi discepoli vi erano riusciti, come frate Egidio che giunse pellegrino nel 1215. Finalmente nel 1219, dopo il Capitolo di Pentecoste, San Francesco con dodici compagni, tra i quali Pietro Cattani che era giurista e legato pontificio, si imbarca da Brindisi aggregandosi ai rinforzi papali richiesti dal cardinale Pelagio, e corona così il suo desiderio.

b) Nel mezzo del pannello, delimitata da due alberi, si svolge la seconda scena: “Le raccomandazioni di San Francesco a frate Elia da Cortona”. Questi è ritratto seduto, nella posa di chi esercita l’autorità, e riceve raccolto le paterne esortazioni e istruzioni del Santo. Un altro frate di spalle è voltato verso di lui; munito del bastone da pellegrino, è pronto a ricevere l’invio alla missione. Elia in seguito sarà il successore di Francesco a capo dell’Ordine, ma nel 1217 fu inviato in Terra Santa con il gruppo di frati minori che costituì, per decisione del primo Capitolo delle Stuoie, la Provincia d’Oltremare. La Provincia guidata da frate Elia, tra le prime sei dell’Ordine, venne denominata “Siriae ultramarinae, scilicet Terrae Sanctae sive promissionis”. Una simpatica “fotografia” scattata dal contemporaneo Giacomo da Vitry, all’epoca vescovo di Acri poi grande estimatore dei francescani, testimonia la vitalità della nuova missione nella chiesa locale. In una lettera del 1220, il prelato, lamentando che molti del suo clero correvano ad indossare l’abito minoritico, dice: “Il signor Rainerio, priore (della chiesa) di San Michele (in Acri), è entrato a far parte della Religione dei frati minori. Questa Religione sta diffondendosi grandemente nel mondo intero. Il motivo è questo: che essi imitano espressamente la forma di vita della Chiesa primitiva e la vita degli apostoli [...] Il loro maestro, che fondò questo Ordine [frate Francesco], venuto presso il nostro esercito, acceso dallo zelo della fede, non ebbe timore di portarsi in mezzo all’esercito dei nostri nemici e per alcuni giorni predicò ai saraceni la parola di Dio […] Sono passati a far parte di questa stessa Religione, Colino l’inglese, nostro chierico, e altri due dei nostri collaboratori, cioè il maestro Michele e don Matteo, al quale avevo affidato la cura della chiesa di Santa Croce. A stento riesco a trattenere il Cantore (Giovanni da Cambrai), Enrico (siniscalco) e alcuni altri...” (Fonti Francescane 2211-2213).

c) Al celebre “Incontro di San Francesco con il sultano d’Egitto Melek el-Kamel”, immortalato da Dante con la strofa “E poi che, per la sete del martiro, / ne la presenza del Soldan superba / predicò Cristo e gli altri che ’l seguiro […]” (Paradiso, XI 100-102), è dedicata la scena conclusiva del pannello. Il nipote di Saladino appare seduto su un trono con suppedaneo nell’atto di ascoltare, concentrato e riflessivo, le appassionate argomentazioni del Serafico Padre in piedi di fronte a lui. Tra i due personaggi trova posto il fuoco acceso, con riferimento all’ordalia, uno dei topos dell’agiografia medievale, ricordata dalle leggende francescane relative all’avvenimento (cfr. Fonti Francescane 2691). Da Acri, via mare, Francesco e compagni procedettero alla volta di Damietta in Egitto, dove fremevano i preparativi della sfortunata battaglia del 29 agosto 1219. I mesi antecedenti tale data furono un periodo di trattative e patteggiamenti molto intensi. In questo contesto si inserisce la visita del Santo al sultano, che probabilmente dovette avere anche uno scopo diplomatico. Condotto a corte, Francesco fu ben accolto da el-Kamel, sia perché in qualche modo ritenuto ambasciatore ufficiale dell’esercito crociato, sia perché considerato un folle (quindi sacro per l’Islam), e soprattutto perché “uomo di Dio” vestito di lana (suf), in pratica un sufi. Tra le diverse cronache militari del tempo, la testimonianza del vescovo Giacomo di Acri, anch’egli presente al campo crociato, informa nuovamente sull’accaduto: “Noi abbiamo potuto vedere colui che è il primo fondatore e il maestro di questo Ordine […] chiamato frate Francino [ndr: cioè Francesco]. Egli era stato preso da tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto nell’esercito cristiano, accampato davanti a Damietta, in terra d’Egitto, volle recarsi, intrepido e munito solo dello scudo della fede, nell’accampamento del sultano d’Egitto. Avendolo i saraceni catturato, disse: ‘Io sono cristiano. Conducetemi davanti al vostro signore’. Quando gli fu portato davanti, vedendolo in sembianze di uomo di Dio, la bestia crudele [sic!] si sentì mutata in uomo mansueto, e per alcuni giorni l’ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi, preso dal timore che qualcuno del suo esercito, convertito al Signore dall’efficacia delle sue parole, passasse all’esercito cristiano, comandò che fosse ricondotto, con grande onore e protezione, nel nostro campo, dicendogli in ultimo: ‘Prega per me, perché Dio si degni di rivelarmi quale legge e fede gli è più gradita’” (Fonti Francescane 2227). Per San Francesco il frutto più concreto di quell’incontro, oltre all’inaugurazione di un nuovo approccio pacifico e non violento di dialogo con i musulmani, fu l’ottenimento del “signaculum”, una sorta di salvacondotto, valevole per sé e per i suoi frati, grazie al quale i francescani poterono spostarsi e operare liberamente nella regione (cfr. Fonti Francescane 1855; 2154; 2228).

2) Arrivo dei crociati e consegna della bandiera ai frati.
I due pannelli bronzei della cripta, a soggetto allegorico l’uno e biblico l’altro, hanno uno sviluppo verticale.
Il primo rappresenta “L’arrivo dei crociati a Gerusalemme e la consegna della bandiera ai francescani”. L’Autore svolge qui una tematica evocativa ispirata a quella che padre Sabino De Sandoli definì “la liberazione pacifica dei luoghi santi”.

a) Partendo dal basso, il cavaliere crucesignato bardato di tutto punto incede sul suo destriero e, dall’alto del Monte degli Ulivi, contempla Gerusalemme, la città santa da liberare, caduta in mano musulmana. Sulla destra vi si riconoscono i due monumenti simbolo: la cosiddetta tomba di Assalonne, la “nefesh” ellenistica della Valle del Cedron, nota nel medioevo come “casa del faraone”, e la Cittadella di Davide nelle cui vicende è condensata tutta la storia militare e politica della città, essendo divenuta, di volta in volta, fortezza asmonea, erodiana, romana, bizantina, araba ed infine crociata, prima della riconquista da parte di Saladino nel 1187.

b) In alto: dopo l’effimero Regno Latino, e caduta nel 1291 la città di San Giovanni d’Acri rimasta l’ultima roccaforte crociata, il cavaliere, deposte le armature e ormai disilluso da ogni tentativo di liberazione armata di Gerusalemme, consegna ai francescani il vessillo con la croce di Terra Santa. È un solenne e arrendevole passaggio di testimone, segnato dall’amara constatazione dell’inefficacia della potenza delle armi per la riconquista dei luoghi santi. La nuova via preferita dai frati minori della missione ultramarina, ricalcherà le orme impresse dal fondatore e si ispirerà ai suoi insegnamenti, come quello espressamente dedicato a coloro che vanno tra i saraceni, contenuto nella Regola non bollata: “I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani […]” (Fonti Francescane 43). La presenza sulla destra di San Luigi Re di Francia va letta in questa ottica. Luigi IX, il “re santo”, come veniva chiamato dai suoi contemporanei, è il re crociato per eccellenza che, nella crociata, ha aggiunto alla corona regale quella del “martirio”. Con la sua morte a Tunisi nel 1270, durante l’Ottavo e ultimo grande “pellegrinaggio armato” per la liberazione di Gerusalemme, mentre tentava invano di convertire il sultano e di evangelizzare i musulmani, si chiude definitivamente l’epopea delle crociate. Ma essendo egli anche un figlio di San Francesco, in quanto appartenente al Terz’Ordine francescano di cui è patrono, in qualche misura rappresenta in sé un ideale anello di continuità, perlomeno negli intenti, tra l’impegno crociato e quello francescano per la “liberazione” della Terra Santa.

3) Episodi della vita di San Paolo.
Più narrativo e circostanziato è il pannello che il Maestro Panzeri ha dedicato agli “Episodi del passaggio di San Paolo ad Acri e Cesarea”, come descritti nel capitolo ventunesimo degli Atti degli Apostoli.

a) Nella scena inferiore: nonostante i tentativi di dissuasione da parte dei cristiani di Tiro, dove era sbarcato da una nave mercantile salpata da Pátara che faceva la traversata della Fenicia, Paolo e compagni decidono di proseguire la rotta verso Gerusalemme. Cosicché, racconta il testo, “terminata la navigazione, da Tiro approdammo a Tolemàide, dove andammo a salutare i fratelli e restammo un giorno con loro” (Atti 21,7). Tolemàide o Ptolemais, è solo uno dei tanti nomi usati per riferirsi alla stessa città di Acri / Akko / Akka / Akê / Aksaf. Tale varietà, ha commentato Italo Calvino, sottolinea l’avvicendarsi di popoli, spesso differenti per origine e cultura che “la travagliarono con invasioni ricorrenti” attratti, in quasi seimila anni di storia, dalla sua postazione strategica (Le città invisibili, Milano 1993, 158-161). Ma al tempo dell’Apostolo, Tolemàide non era solo l’attracco più importante alle porte della Palestina settentrionale. Era ormai un centro cristiano di primaria importanza e Paolo, come era solito fare durante la sua itineranza, alla fine del terzo viaggio missionario decide di fermarvisi un giorno ospite della comunità locale. Il suo intento dichiarato era il medesimo ovunque: rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio, affidatogli dal Signore Gesù (Atti 20,23). La comunità cristiana di Tolemàide accrebbe presto di numero e si ha notizia che, prima del finire del II secolo, la città era già sede episcopale. L’Autore ha posto in primo piano la nave, con protome umana in stile fenicio sulla prua, ormeggiata al molo. San Paolo, con la tunica da filosofo e il rotolo della predicazione nella destra, viene accolto amorevolmente da due personaggi in atteggiamento familiare. Defilato sulla sinistra, sta il peristilio del tempio a frontone timpanato dedicato da Alessandro Magno a Zeus e Tyche. Così esso appare nei coni monetali della città nel glorioso periodo ellenistico, poco prima che Tolomeo II nel 281 a.C. la chiamasse dal suo nome Tolemàide.

b) La scena superiore, cui è riservato un minore sviluppo, vede San Paolo a Cesarea Marittima seduto a mensa in casa di Filippo, uno dei Sette Protodiaconi (Atti 21,8). Le quattro figlie di questi, “che avevano il dono della profezia” (Atti 21,9) incorniciano sui lati lo scenario tutto orientato verso il discorso dell’Apostolo. Anche Agabo giunto dalla Giudea (Atti 21,10), in piedi alla destra di Filippo, vi prende parte constatando che la sua minacciosa profezia non fosse stata sufficiente a far recedere Paolo dal proposito di recarsi a Gerusalemme. “Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore?”, fu la risposta, “Io sono pronto non soltanto a esser legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù” (Atti 21,13).

L’Autore.
Con questi bronzi padre Nazareno (Fernando) Panzeri o.f.m., classe 1935, è ormai giunto alla sua terza realizzazione per la Terra Santa, dopo i due “Medaglioni di papa Giovanni Paolo II” per Betlemme e Nazareth (2004). Formatosi artisticamente nell’Accademia di Belle Arti di Brera alla scuola del Maestro Luciano Minguzzi, nell’arco di un quarantennio di attività in Europa, e principalmente in Italia, egli ha realizzato un numero impressionante di opere di arte sacra. Come e con padre Costantino Ruggeri, l’altro grande esponente della scuola d’arte francescana contemporanea, padre Panzeri si è dedicato prevalentemente alla scultura e alle vetrate policrome, senza peraltro tralasciare differenti espressioni artistiche finalizzate agli arredi liturgici di molte chiese, anche importanti. Tra queste vanno ricordate le porte in bronzo per le chiese di S. Maria degli Angeli a Saiano (1997), S. Maria a Castegnato (1988) e S. Giovanni Bosco a Rovato (2005). Per il Duomo di Milano ha eseguito la statua marmorea del Beato Samuele Marzorati (1985) e per la chiesa dei Servi di Maria a Firenze la statua in travertino dei Sette Santi Fondatori (1988). Sempre a tema ritrattistico-agiografico sono le due statue bronzee di S. Maria Crocifissa per Brescia (2001) e Roma (2002). Molte sue sculture a soggetto sanfrancescano adornano piazze, chiostri e conventi in tutto il mondo, come il “San Francesco e il Cantico delle Creature” di Vienna (2002) e il “San Francesco” di Galbem in Romania (2002). In questo filone si distinguono le sue inconfondibili “pietà francescane”, con in primis le magnifiche composizioni per la “Via Crucis scultorea” di Chiampo (1989), che, anche artisticamente, legano a doppio filo rosso l’Autore con la Terra Santa. Attualmente padre Panzeri, che vive e lavora nel convento francescano di Brescia, sta scolpendo le porte di bronzo per la nuova cappella di S. Maria degli Angeli a Ghassanieh in Siria.

S. De Luca



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Created/Updated June, 2005 at 11:42:27 by J. Abela, E.Alliata, E. Bermejo, Marina Mordin
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