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Antonino Vaccalluzzo
Un mosaicista dei nostri tempi

 

Era l'estate del 1976. Per la spedizione archeologica dello Studium Biblicum Franciscanum da me guidata, fu l'estate del ritrovamento del capolavoro con il quale i mosaicisti di Madaba Soel, Kaium e Elia abbellirono nell'agosto del 530 il battistero del Memoriale di Mosè sul Monte Nebo. Eravamo impegnati nello scavo della testata orientale della navatella nord della basilica costruita dai cristiani della regione nel quarto secolo e rinnovata progressivamente nel sesto secolo fino a raggiungere la sua forma finale nei primi decenni del settimo secolo. Dopo aver rimosso ciò che restava del mosaico di superficie del sesto secolo con il suo letto di calce e l'acciottolato di base, incontrammo uno spesso strato uniforme di scaglie di tessere policrome di una ventina di centimetri. In un angolo addossato al muro era posta una ciotoletta ancora piena di colore, e sparsi per terra noccioli di olive e di datteri, con qualche ossicino di pernice. I poveri resti della frugale colazione, ci permisero di riconoscere il luogo occupato dall'operaio incaricato di preparare le tessere da mettere a disposizione del maestro musivario responsabile della messa in opera del ricco programma musivo della basilica.

La scoperta nella sua semplicità di un vissuto quotidiano ci mise davanti un mondo forse un po' lontano dall'Arte con la maiuscola, e più vicino alla realtà del mestiere di un artigiano che scheggiando pietre si guadagnava il pane quotidiano con il magro companatico di una colazione a base di olive e di datteri che in Giordania oggi per molti è ancora quella di allora. Dal taglio delle tessere per salire al gradino superiore, dopo anni di apprendistato, fino a raggiungere la libertà del maestro musivario che firmava i suoi lavori di cui andava giustamente fiero.

E' la lezione che mi ha insegnato in anni di collaborazione il Maestro Mosaicsta Antonino Vaccalluzzo di Ravenna. L'apertura nel 1992 della Scuola di Madaba per il Restauro del Mosaico Antico, grazie al generoso contributo del Ministero degli Esteri d'Italia e del governo degli Stati Uniti, mi ha dato l'opportunità di incontrarlo tra i diversi mosaicisti italiani venuti a dare il loro contributo come esperti di settore, istruttori dei giovani giordani interessati a ridare vita ad un'arte antica e a conservare il ricco patrimonio musivo di cui la loro terra è ricca.

L'energia che emana da un corpo all'apparenza minuto e l'attivismo di un carattere volitivo dedito con impegno al suo lavoro dallo spuntare dell'alba al tramonto, sono stati la migliore controprova della lezione che cercava di impartire anche in sede teorica: "L'arte è lavoro e impegno di lavoro. L'arte la si impara lavorando". Ne è nata un'amicizia e una fiducia reciproca, per cui ho chiamato Vaccalluzzo a darci la sua valida mano anche a Gerusalemme, e recetemente a Hama in Siria dove gli abbiamo affidato uno dei capolavori del mosaico antico, le Musicanti di Mariamin, finalmente in onore esposte nel nuovo Museo Archeologico della città inaugurato nel settembre del 1999.

Di suo, nei momenti di pausa dall'impegno giornaliero di maestro restauratore dei mosaici della Chiesa degli Apostoli a Madaba in cui si dava senza risparmio di energia alla guida dei ragazzi della Scuola, ha voluto arricchire la cappellina del piccolo monastero francescano sul Monte Nebo, campo base della spedizione francescana. Ha iniziato con la realizzazione in mosaico di un San Francesco stigmatizzato su cartone di Raffaele Beretta, posto in opera all'esterno sull'ingresso della piccola sacrestia che mette in relazione il conventino con la cappella. All'interno della facciata, ha eseguito l'Arcangelo San Michele, nella calotta absidale una croce in gloria indicata dalla Mano del Padre, e sulla parete una Vergine con Gesù. Dei ricordi eseguiti a memoria e senza ausilio di cartone, come frutto spontaneo della sua assidua frequentazione dei grandi cicli di mosaici di Ravenna, quella che da troppi anni è diventata la sua città, dove ha imparato i rudimenti del mestiere, e dove, partecipando al restauro dei capolavori indiscussi, è cresciuto tecnicamente. La Croce gemmata di Sant'Apollinare, provvista di una collina piedistallo, è diventata il Calvario, fonte paradisiaca da cui sgorgano i quattro fiumi della Grazia. L'opera più matura e più sua, a mio parere, è il busto di San Michele Arcangelo, a cui la cappellina del conventino è dedicata, con la croce e il globo nelle mani, eseguita utilizzando per l'aureola le tessere in pasta di vetro dorate del VI secolo da noi raccolte nello scavo dell'area absidale della basilica di Mosè. Nella libertà esecutiva della dotta citazione ravennate, il tocco del Maestro risalta nel viso dell'Arcangelo, risolto in rilievo, una soluzione tecnica che da alla ieraticità del viso la forza di un ritratto.

Nella frequentazione, ho potuto parlare con lui, conoscere la sua storia d'uomo e di mosaicista. Salì a Ravenna da Assoro di Enna in Sicilia per apprendere il mestiere di mosaicista. Lavorando con tenacia, entrò a far parte del gruppo di mosaicisti che restaurarono i cicli musivi del Battistero degli Ariani, del Battistero Neoniano, di San Vitale e di San Francesco, del Palazzo di Teodorico e del Museo Arcivescovile.

Il lavoro come mestiere che si affina giorno dopo giorno, operando per l'appunto, senza troppi ismi di moda che lasciano il tempo che trovano. E' la lezione che ho appreso da un uomo che superata la cinquantina si sente padrone dei suoi mezzi tecnici per tentare nuove forme espressive. Un mosaicista che sa riconoscere i meriti dei suoi maestri e dei suoi colleghi più bravi di lui, come criticare senza mezzi termini gli avventurieri che cavalcano la moda del momento.

In una recente visita a Ravenna,l'ho raggiunto sulla Via Reale, nella sua casa costruita tra gli alberi dove lavora in solitudine lontano dai rumori della città. Mosaici un po' dappertutto, mi ha colpito un volo di uccelli inserito nell'intonaco del tinello. Mi ha poi mostrato gli ultimi suoi lavori tutti a grandezza naturale e per lo più a tutto tondo: un San Francesco, una donna vistosa, un satiro che insegue una baccante, e soprattutto i ritratti dei suoi genitori, quadri sculture con i volumi che danno vita ad un ricordo di affetto e di nostalgia. La policromia accentuata

"L'arte la si impara lavorando".

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Created / Updated Friday, July 27, 2001 at 15:42:24 by John Abela ofm
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