"You are looking for Jesus the Nazarene, who was crucified.
He has risen! He is not here. See the place where they laid him. " (Mark 16,5)

RESURREXIT SICUT DIXIT. ALLELUIA!

LA CENA DEL SIGNORE - (1COR 11,17-34) - III (3)


P. G. Claudio Bottini ofm
sbf - gerusalemme

III COMMENTO

3) Il modo indegno di mangiare il pane e di bere il calice (11,27-32)

(1) "Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna" (vv. 27-29). La caratterizzazione della Cena eucaristica come "memoriale proclamatorio" dell'evento salvifico della morte di Cristo come presente e operante ogni volta che la comunità si riunisce è seguita da una severa messa in guardia dello stesso Paolo. Essa non riguarda solo quelli che a Corinto erano all'origine dei disordini ma tutti i partecipanti alla Cena del Signore.

Cosa significa mangiare il pane e bere il calice del Signore "in modo indegno" (v. 27)? Sono possibili tre risposte: (a) mangiare e bere senza fede e/o venerazione per la presenza sacramentale di Cristo nel pane e nel vino; (b) mangiare e bere senza una opportuna santità personale; (c) mangiare e bere senza riconoscere nella pratica il valore cristologico, salvifico e ecclesiale del pane e del vino. Per dare una risposta ponderata occorre tenere presente anzitutto il contesto immediato del testo paolino. Nel v. 29, parallelo al v. 27, Paolo specifica che il colpevole che mangia il pane e beve il calice del Signore indegnamente è lo stesso che "mangia e beve la propria condanna" perché "mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore". La Bibbia TOB (ed. 1992) a proposito dell'espressione annota: "Lett. corpo. Paolo non precisa quale `corpo'. Sembra che, per stimolare la riflessione dei lettori, egli lasci l'interpretazione aperta, giocando, forse, su un senso molto ampio della parola `corpo': `la realtà di cui si parla' ". Quella che si leggeva nella Bibbia TOB (ed. 1976) invitava a non intendere in maniera superficiale: "Non come se il colpevole abbia confuso il pane eucaristico con gli altri cibi del suo pasto, ma perché non ha saputo apprezzare le esigenze che il ricevere il corpo di Cristo comporta" (nota l a 1Cor 11,29). Neppure sarebbe corretto intendere il termine "corpo del Signore" in senso ecclesiologico, vale a dire la chiesa-corpo di Cristo; esso fa riferimento certamente al Cristo e, stando al contesto, indica il corpo personale-eucaristico del Signore (cf. 1Cor 10,16). Il senso tuttavia dev'essere più profondo. A Corinto vi sono cristiani che non sanno discernere rettamente il corpo del Signore nel cibo eucaristico che mangiano, vale a dire che non riconoscono il senso della morte di Cristo. "Non si può `annunciare' l'evento della salvezza senza essere con esso vitalmente uniti; non si può proclamare la novità e la presenza vivificante della morte del Signore, la sua offerta amorosa in favore di tutti, e agire, nello stesso tempo, in senso contrario, restando attaccati alle abitudini del passato, all'egoistica indifferenza, al separatismo, al prestigio di classe... La partecipazione al pane e al calice diventa allora `indegna', perché contraddice la natura e il significato della `cena del Signore': un raduno di fratelli per i quali il Signore ha donato la sua vita e che ora riunisce nel patto del suo amore... La colpa infatti o il peccato, ancor prima di essere ecclesiale o rappresentare una mancanza di santità personale del credente, tocca la persona di Cristo e la sua opera salvifica, che la celebrazione eucaristica rende presenti mentre l'agape fraterna ha lo scopo di rendere visibili" (Chrupcaa, "Chi mangia indegnamente", 81-82).

(2) "E' per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo" (vv. 30-32). A conferma della verità che la partecipazione indegna alla Cena del Signore attira un giudizio di condanna su chi se ne rende colpevole, Paolo evoca i casi di malattia e di morte che si sono verificati a Corinto e li interpreta in chiave di giudizio e di castigo. In consonanza con il pensiero religioso del suo tempo l'apostolo vede uno stretto legame tra colpa morale e pena fisica. Ma anche in questo, come fa spesso anche per altre realtà e esperienze, Paolo scopre un aspetto positivo: i castighi divini sono pedagogici (cf. Sir 18,13; Sap 12,22; 2Mac 6,12; Sal 3,3-4) perché conducono a un salutare esame o giudizio su se stessi, che indurrà ad evitare la condanna finale e definitiva del Signore che colpirà il mondo ostile a Dio.

(3) "Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose le sistemerò alla mia venuta" (vv. 33-34). Si noti il tono affettuoso e pastorale con cui Paolo conclude la sua istruzione sulla Cena del Signore. Nessun rimprovero può offuscare nell'animo di Paolo l'affetto profondo che egli ha per la "Chiesa di Dio che è in Corinto" (1Cor 1,2), che egli ha generato spiritualmente come un padre (4,15) e che definisce "sigillo" (9,2) del suo apostolato, sua "difesa" (9,3) contro i denigratori (4,15) e sua lettera di raccomandazione "conosciuta e letta da tutti gli uomini" (2Cor 3,3). Stabilisce due regole pratiche di comportamento al fine di evitare le divisioni e le degenerazioni nelle riunioni conviviali della comunità: (a) devono aspettarsi gli uni gli altri, perché il raduno conviviale con la celebrazione della Cena del Signore deve iniziare in presenza di tutti; (b) chi non resiste agli stimoli della fame, mangi a casa propria, perché scopo essenziale della celebrazione non è soddisfare la fame corporale. Per altre indicazioni rinvia alla prossima visita che ha in progetto di fare a Corinto (4,16; 16,5).

Conclusione

Questa rievocazione contiene alcuni principi fondamentali della fede. Le parole "mio corpo, che è per voi" affermano il valore espiatorio della morte del Cristo. Lo stesso valore contengono le parole "la Nuova Alleanza nel mio sangue", perché la nuova alleanza promessa da Ger 31,31-34 annuncia la misericordia di Dio con il perdono dei peccati.

Il valore sacramentale della Cena è indicato dalle parole stesse con cui il pane e il calice sono considerati dal Signore suo corpo e suo sangue. Per questa ragione, la cena ha il compito di ricordare il Signore (11,24.25). Paolo specifica che si tratta di una memoria sacramentale, in cui coloro che vi partecipano annunciano la morte del Signore. L'annuncio avviene per mezzo del ricordo e ritorna a beneficio di quelli che vi partecipano. Nella fede i segni che ricordano la morte del Signore producono nei partecipanti ciò che indicano, l'espiazione del peccato.

"Chi dunque s'accosta al corpo e al sangue di Cristo, a memoria di lui che per noi è morto e risorto, non solo deve essere puro da ogni contaminazione di carne e di spirito per non mangiare e bere a propria condanna, ma deve anche mostrare efficacemente la memoria di colui che per noi è morto e risorto, con l'esser morto al peccato e al mondo e a se stesso, e col vivere per Dio, in Cristo Gesù nostro Signore" (S. Basilio Magno, Il battesimo; tr. U. Neri).

L'Eucaristia è "radice e cardine" delle comunità cristiana (PO 6; EV 1, 1261). L'Eucaristia è comunione in due sensi: "poiché per essa veniamo uniti a Cristo... e comunichiamo e siamo uniti per suo mezzo gli uni agli altri. Appunto perché partecipiamo a un solo pane, diventiamo tutti un solo corpo di Cristo, un solo sangue e membri gli uni degli altri, essendo stati fatti concorporei" (S. Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, IV,13).

Se l'Eucaristia è tutto ciò, si comprende che nessuna consapevolezza potrà essere ritenuta sufficiente e nessuna preparazione sarà mai adeguata per una non indegna celebrazione, efficace proclamazione e accoglienza salvifica del mistero pasquale di Cristo. Un maestro spirituale del nostro tempo, il venerato Don Giuseppe Dossetti, scomparso 15 dicembre 1996, ha scritto: "Il mistero è l'eucaristia del Cristo, nella quale è tutto: tutta la creazione, tutto l'uomo, tutta la storia, tutta la grazia e la redenzione: tutto Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: per Gesù Dio e Uomo, nell'atto operante in noi, della sua morte di croce, della sua risurrezione ed ascensione alla destra del Padre, e del suo ritorno glorioso" (Il Regno 42 [1997] 118 [Piccola Regola 2/17]).

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