"You are looking for Jesus the Nazarene, who was crucified.
He has risen! He is not here. See the place where they laid him. " (Mark 16,5)

RESURREXIT SICUT DIXIT. ALLELUIA!

LA CENA DEL SIGNORE - (1COR 11,17-34) - III (2)


P. G. Claudio Bottini ofm
sbf - gerusalemme

III COMMENTO

2) La tradizione eucaristica ricevuta e trasmessa da Paolo (11,23-26)

(1) A commento di questi versetti si impone un allargamento dell'orizzonte. E' noto che i testi sull'Eucaristia che il Nuovo Testamento ci ha conservato sono punto di arrivo di una lunga storia che parte da Gesù e giunge alle comunità cristiane fondate dagli apostoli. Essi sono anche frutto di un processo storico contrassegnato da varie tappe (Gesù, gli apostoli, le comunità), testimoniano e riflettono la prassi eucaristica delle comunità cristiane delle origini che si richiamava non solo all'ultima cena ma anche alle altre cene di Gesù con i discepoli, prima e dopo Pasqua, e con diversi personaggi evangelici. E' noto pure che i testi eucaristici sono tutti tramandati "in contesto", li troviamo cioè inseriti in testi ben precisi e caratterizzati.

(2) Il racconto dell'ultima cena di Gesù prima della sua morte ci è conservato in quattro testi del Nuovo Testamento: Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,15-20; 1Cor 11,23-26.

Mt 26,26-29 Mc 14,22-25 Lc 22,15-20 1Cor 11,23-26


E disse:" Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio".
E preso un calice, rese grazie e disse:

cf. v. 29 cf. v. 25 "Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite,


finché non venga il regno di Dio" cf. v. 26c



Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso:
Ora, mentre essi mangiavano, Gesù Mentre mangiavano Poi, il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito,
prese il pane e, pronunziata la benedizione, prese il pane e, pronunziata la benedizione, preso un pane, rese grazie, prese del pane e, dopo aver reso grazie,
lo spezzò lo spezzò lo spezzò lo spezzò
e lo diede ai discepoli e lo diede loro, e lo diede loro
dicendo: dicendo: dicendo: e disse:
"Prendete e mangiate; questo è il mio corpo". "Prendete, questo è il mio corpo". "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". "Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me".
Poi prese il calice e, Poi prese il calice Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice,
dopo aver reso grazie, e rese grazie,

lo diede loro, lo diede loro


e ne bevvero tutti.

dicendo: E disse: dicendo: dicendo:
"Bevetene tutti,


perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, "Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti". "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi". "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue;
in remissione dei peccati.





fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me". Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio". In verità io vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio". cf. v. 18

Uno sguardo d'insieme e un confronto fa emergere subito alcuni dati interessanti. Il racconto di Matteo ricalca nella sostanza quello di Marco e fa giustamente pensare a una dipendenza. I racconti di Luca e di Paolo invece hanno delle somiglianze tra loro, ma senza che se ne possa dedurre una reciproca dipendenza diretta, e differiscono da Marco. Inoltre il racconto riportato da Paolo risulta anteriore a Paolo e proveniente da una tradizione della Chiesa di Antiochia, probabilmente degli anni quaranta. Paolo stesso infatti dice di aver trasmesso quanto ha "ricevuto dal Signore" (1Cor 11,23a). Il racconto di Luca pare dipendere in parte da Marco e in parte da una tradizione parallela a quella trasmessa da Paolo. In sintesi si lasciano individuare due filoni letterari principali: il racconto di Marco e quello di Paolo.

Gli studiosi individuano anche qualche altro elemento della tradizione letteraria. La narrazione di Marco dipende da un racconto della passione di Gesù, antecedente a quello attuale, in cui il racconto dell'ultima cena di Gesù era strettamente legato alla scena dell'annunzio del tradimento, come fa pensare l'eccezionale convergenza tra i Sinottici e Giovanni (Mc 14,17-21; Mt 26,20-25; Lc 22,14.21-23; Gv 13,21-3). Il tenore dei racconti eucaristici è di carattere "liturgico" e rinvia alla prassi eucaristica delle prime comunità. Spingendo lo sguardo all'indietro si possono raggiungere i momenti fondamentali dell'ultima cena di Gesù: la benedizione, la frazione del pane, le parole interpretative dette sul pane e sul vino, la promessa di sedersi di nuovo a tavola con i discepoli nel banchetto escatologico. Così si può dire che i testi eucaristici ci mettono dinanzi a un preciso evento della vita di Gesù e al significato che egli stesso gli ha conferito.

Altro elemento della tradizione antichissima della Cena di Gesù è il suo carattere di cena pasquale. Questo è un dato concorde e esplicito nei Sinottici (cf. Mc 14,12-17; Mt 26,17-20; Lc 22,8.15). Giovanni tralascia questo elemento e fa coincidere la morte di Gesù con l'immolazione degli agnelli pasquali nel Tempio (cf. Gv 18,28; 19,14.31), probabilmente perché è guidato dalla prospettiva dottrinale in cui Gesù viene identificato con l'agnello pasquale (cf. 19,36).

La testimonianza dei Sinottici è confermata da altri indizi: la cena pasquale era fatta di notte, mentre le altre nel pomeriggio; 1Cor 11,23 precisa che Gesù sedette a tavola "nella notte in cui veniva tradito"; non poche annotazioni dei Vangeli alludono alla Pasqua (canto dei salmi dell'Hallel in Mc 14,26 e Mt 26,30; pernottamento al Getsemani invece che a Betania come era solito Mt 21,17; Mc 11,11; Gv 12,1-11; gesti rituali propri della cena pasquale in Mc 14,22 par. e 1Cor 11,24). L'assenza della menzione dell'agnello e delle erbe amare si spiega appunto con il carattere liturgico dei testi a noi giunti.

(3) La sottolineatura del carattere pasquale della Cena di Gesù è importante per diversi motivi. Anzitutto ciò implica che i gesti e le parole di Gesù sul pane e sul vino sono collocati in un contesto cultuale. Nella cena pasquale ebraica era compito del padre di famiglia spiegare il simbolismo del pane azzimo, dell'agnello immolato, delle erbe amare e degli altri riti come memoria della liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto al tempo dell'esodo; quanti consumavano la cena pasquale avevano parte a quell'evento di salvezza e redenzione. In questo contesto Gesù all'inizio della cena spiega il simbolismo del pane che lui spezza e distribuisce ai presenti, ma pronunciando parole assolutamente originali e dal significato chiaro: "Questo è il mio corpo". Il linguaggio è simbolico ma l'identificazione tra sé e il pane è inequivocabile. Alla vigilia della sua morte Gesù dona se stesso ai suoi amici nel segno del pane spezzato. Sull'orizzonte immediato c'è la morte violenta che sta per abbattersi su di lui e di cui Gesù si mostra estremamente consapevole. Le parole che egli dice sul calice del vino alla fine della cena pasquale sono ancora più esplicite di quelle pronunciate sul pane: "Questo è il mio sangue versato per la moltitudine". La sua è dunque una morte che dona salvezza alla moltitudine degli uomini come il Servo del Signore muore per l'insieme del popolo, di cui parla il libro di Isaia e a cui rinviano le parole di Gesù.

Occorre esplicitare ancora di più il parallelismo di significato tra la cena pasquale ebraica e i gesti e le parole di Gesù. Come la cena pasquale era memoria viva dell'evento salvifico di liberazione del popolo, così la Cena di Gesù è vivificante preannunzio della sua morte sulla croce per la salvezza. Nella cena Gesù anticipa ritualmente nei segni del pane spezzato e del vino condiviso la sua morte e ne svela il senso profondo. L'evento di liberazione dalla schiavitù, di cui la cena pasquale ebraica era memoriale, riguardava solo il popolo di Israele; la morte di Gesù, anticipata nei segni dell'ultima cena, accettata per la moltitudine segna la redenzione dal peccato per tutta l'umanità.

Ancora una connotazione presente in ambedue gli eventi. La cena pasquale ebraica era celebrata in un'atmosfera di attesa escatologica, cioè del compimento definitivo della salvezza da parte di Dio. La Cena di Gesù contiene esplicitamente questo elemento. Secondo la testimonianza di Marco, Gesù dichiara: "In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio" (Mc 14,25). Nel momento così drammatico Gesù annuncia la promessa di una nuova comunione di mensa nel regno di Dio. Nella tradizione paolina il tema è implicitamente presente nelle parole di Paolo il quale dice: "Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga" (1Cor 11,26). In questa prospettiva la Cena di Gesù è annuncio del banchetto messianico, immagine del regno definitivo di Dio.

(4) Caratterizzando i testi che ci hanno conservato la tradizione della Cena del Signore, si è detto che essi fanno trasparire chiaramente il loro carattere liturgico. Ciò significa che l'antichissima prassi liturgica ha potuto esplicitare alcune parole e il loro significato, sempre tuttavia rimanendo coerente con il tenore e il senso originari delle parole e dei gesti di Gesù. Alla tradizione liturgica viene fatta risalire l'esplicitazione delle parole sul pane: "che è dato per voi / che è per voi", che si leggono nella lezione comune a Luca e Paolo. Si parla di esplicitazione nel senso che con queste parole diventa esplicita l'autodonazione di Gesù come offerta sacrificale e espiatoria. Questa connotazione nel testo di Luca ricompare anche nelle parole sul vino: "che è versato per voi". Di derivazione liturgica sono ritenute anche le parole "Fate questo in memoria di me", che Luca ricorda con le parole sul pane e Paolo con quelle sul vino, come pure gli imperativi: "Prendete" (Marco), "Prendete, mangiate" (Matteo), "Bevetene tutti" (Matteo).

Una esplicitazione liturgica, nata in ambiente di lingua greca, è pure ritenuta l'espressione "il sangue dell'alleanza" che ha introdotto il tema dell'alleanza nelle parole sul vino secondo la tradizione di Marco. La morte di Gesù viene così interpretata come un sacrificio di alleanza tra Dio e gli uomini (cf. Es 24,8). Lo stesso motivo teologico ma con una novità sostanziale si trova nelle tradizioni liturgiche che sottostanno ai testi di Luca e di Paolo dove si legge: "Questo calice è la nuova alleanza". La novità è appunto il chiaro riferimento alla celebre profezia di Ger 31,31-34.

Bisogna tuttavia precisare che alcune di queste parole, da alcuni studiosi attribuite alla tradizione liturgica, possono risalire benissimo a Gesù stesso. E' infatti a partire dalle sue parole che gli apostoli hanno potuto comprendere la "novità" del rito che Gesù stava per istituire, rispetto alla cena pasuale ebraica.

"La cena del Signore trova così una sua viva e costante attualità nell'esperienza eucaristica delle comunità cristiane che, ripetendo i gesti e le parole di Gesù, ne celebrano la memoria. Memoria del cenacolo e, insieme, del Golgota, essendo l'uno inscindibilmente unito all'altro. Ma anche memoria della ferma speranza di Cristo nella partecipazione al banchetto finale. In breve, la celebrazione ecclesiale della cena del Signore condensa in se stessa un'esperienza religiosa complessa, rievocatrice del passato, cioè della cena e della morte di Cristo, partecipativa al presente dell'efficacia salvifica della croce e fiduciosamente protesa al compimento ultimo del progetto di Dio" (Barbaglio, "L'istituzione", 134-135). L'attualizzazione della Cena del Signore è totale: Gesù di Nazaret e Cristo risorto sono l'identica persona, i credenti seduti alla "mensa del Signore" (1Cor 10,21) sono coprotagonisti, cioè il "voi" del racconto-memoriale; passato, presente e futuro si fanno coesistenti.

(5) Ancora una annotazione sul contesto dei racconti eucaristici. Il racconto della Cena di Gesù risulta connesso fin dall'origine della tradizione evangelica con l'annunzio del tradimento. Si legge in Marco: "In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà... Il Figlio dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito!" (Mc 14,18.21). Matteo segue il testo di Marco con l'aggiunta del nome di Giuda (cf. Mt 26,25). In Luca invece l'annunzio del tradimento segue il racconto della cena (Lc 22,21-23). Gli studiosi ritengono originario l'ordine di Luca e pensano che Marco e Matteo lo abbiano mutato per escludere Giuda dalla cena. La cosa più importante è comunque avvertire che il contesto temporale della cena per i Sinottici fu la "consegna" di Gesù alla morte e per la tradizione paolina "la notte in cui veniva tradito" (1Cor 11,23). Il termine che caratterizza questa circostanza è in greco paradidömi che ha un significato che va oltre il tradimento o la consegna di Giuda per esprimere la consegna di Gesù da parte del Padre e l'autoconsegna di Gesù. In questa luce la morte di Gesù, anticipata nei segni e spiegata proletticamente da Gesù stesso, è segno dell'iniziativa amorosa del Padre e della libera e cosciente autodonazione di Gesù. Nel racconto eucaristico di Matteo si trova un'aggiunta caratteristica della sua teologia. Alle parole di Gesù sul vino egli fa un'aggiunta esplicativa: "in remissione dei peccati". In questo modo viene espresso chiaramente l'effetto espiatorio della sua morte: Gesù è morto per togliere i peccati degli uomini.

Mi sono volutamente e per varie ragioni soffermato a fare una presentazione ampia e comparativa della tradizione della Cena del Signore. La prima ragione è che 1Cor 11,17-34 ci ha messo dinanzi a un testo di una importanza immensa per antichità e significato; la seconda è che nelle precedenti settimane bibliche non ci siamo mai fermati a commentare i testi eucaristici del Nuovo Testamento e questa circostanza mi è sembrata una occasione preziosa per farlo.

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     Created / Updated Thursday, April 02, 1998 at 23:06:37
     by John Abela ofm for the Maltese Province and the Custody of the Holy Land
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