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LA CENA DEL SIGNORE - (1COR 11,17-34) - III (2) |
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P. G. Claudio Bottini ofm sbf - gerusalemme
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III COMMENTO
2) La tradizione eucaristica ricevuta e trasmessa da Paolo (11,23-26)
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A commento di questi versetti si impone un allargamento dell'orizzonte. E' noto
che i testi sull'Eucaristia che il Nuovo Testamento ci ha conservato sono punto
di arrivo di una lunga storia che parte da Gesù e giunge alle
comunità cristiane fondate dagli apostoli. Essi sono anche frutto di un
processo storico contrassegnato da varie tappe (Gesù, gli apostoli, le
comunità), testimoniano e riflettono la prassi eucaristica delle
comunità cristiane delle origini che si richiamava non solo all'ultima
cena ma anche alle altre cene di Gesù con i discepoli, prima e dopo
Pasqua, e con diversi personaggi evangelici. E' noto pure che i testi
eucaristici sono tutti tramandati "in contesto", li troviamo cioè
inseriti in testi ben precisi e caratterizzati.
(2) Il racconto dell'ultima cena di Gesù prima della sua morte ci
è conservato in quattro testi del Nuovo Testamento: Mc 14,22-25; Mt
26,26-29; Lc 22,15-20; 1Cor 11,23-26.
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Uno sguardo d'insieme e un confronto fa emergere subito alcuni dati
interessanti. Il racconto di Matteo ricalca nella sostanza quello di Marco e fa
giustamente pensare a una dipendenza. I racconti di Luca e di Paolo invece
hanno delle somiglianze tra loro, ma senza che se ne possa dedurre una
reciproca dipendenza diretta, e differiscono da Marco. Inoltre il racconto
riportato da Paolo risulta anteriore a Paolo e proveniente da una tradizione
della Chiesa di Antiochia, probabilmente degli anni quaranta. Paolo stesso
infatti dice di aver trasmesso quanto ha "ricevuto dal Signore" (1Cor 11,23a).
Il racconto di Luca pare dipendere in parte da Marco e in parte da una
tradizione parallela a quella trasmessa da Paolo. In sintesi si lasciano
individuare due filoni letterari principali: il racconto di Marco e quello di
Paolo.
Gli studiosi individuano anche qualche altro elemento della tradizione
letteraria. La narrazione di Marco dipende da un racconto della passione di
Gesù, antecedente a quello attuale, in cui il racconto dell'ultima cena
di Gesù era strettamente legato alla scena dell'annunzio del tradimento,
come fa pensare l'eccezionale convergenza tra i Sinottici e Giovanni (Mc
14,17-21; Mt 26,20-25; Lc 22,14.21-23; Gv 13,21-3). Il tenore dei racconti
eucaristici è di carattere "liturgico" e rinvia alla prassi eucaristica
delle prime comunità. Spingendo lo sguardo all'indietro si possono
raggiungere i momenti fondamentali dell'ultima cena di Gesù: la
benedizione, la frazione del pane, le parole interpretative dette sul pane e
sul vino, la promessa di sedersi di nuovo a tavola con i discepoli nel
banchetto escatologico. Così si può dire che i testi eucaristici
ci mettono dinanzi a un preciso evento della vita di Gesù e al
significato che egli stesso gli ha conferito.
Altro elemento della tradizione antichissima della Cena di Gesù è
il suo carattere di cena pasquale. Questo è un dato concorde e esplicito
nei Sinottici (cf. Mc 14,12-17; Mt 26,17-20; Lc 22,8.15). Giovanni tralascia
questo elemento e fa coincidere la morte di Gesù con l'immolazione degli
agnelli pasquali nel Tempio (cf. Gv 18,28; 19,14.31), probabilmente
perché è guidato dalla prospettiva dottrinale in cui Gesù
viene identificato con l'agnello pasquale (cf. 19,36).
La testimonianza dei Sinottici è confermata da altri indizi: la cena
pasquale era fatta di notte, mentre le altre nel pomeriggio; 1Cor 11,23 precisa
che Gesù sedette a tavola "nella notte in cui veniva tradito"; non poche
annotazioni dei Vangeli alludono alla Pasqua (canto dei salmi dell'Hallel in Mc
14,26 e Mt 26,30; pernottamento al Getsemani invece che a Betania come era
solito Mt 21,17; Mc 11,11; Gv 12,1-11; gesti rituali propri della cena pasquale
in Mc 14,22 par. e 1Cor 11,24). L'assenza della menzione dell'agnello e delle
erbe amare si spiega appunto con il carattere liturgico dei testi a noi
giunti.
(3) La sottolineatura del carattere pasquale della Cena di Gesù è
importante per diversi motivi. Anzitutto ciò implica che i gesti e le
parole di Gesù sul pane e sul vino sono collocati in un contesto
cultuale. Nella cena pasquale ebraica era compito del padre di famiglia
spiegare il simbolismo del pane azzimo, dell'agnello immolato, delle erbe amare
e degli altri riti come memoria della liberazione di Israele dalla
schiavitù d'Egitto al tempo dell'esodo; quanti consumavano la cena
pasquale avevano parte a quell'evento di salvezza e redenzione. In questo
contesto Gesù all'inizio della cena spiega il simbolismo del pane che
lui spezza e distribuisce ai presenti, ma pronunciando parole assolutamente
originali e dal significato chiaro: "Questo è il mio corpo". Il
linguaggio è simbolico ma l'identificazione tra sé e il pane
è inequivocabile. Alla vigilia della sua morte Gesù dona se
stesso ai suoi amici nel segno del pane spezzato. Sull'orizzonte immediato
c'è la morte violenta che sta per abbattersi su di lui e di cui
Gesù si mostra estremamente consapevole. Le parole che egli dice sul
calice del vino alla fine della cena pasquale sono ancora più esplicite
di quelle pronunciate sul pane: "Questo è il mio sangue versato per la
moltitudine". La sua è dunque una morte che dona salvezza alla
moltitudine degli uomini come il Servo del Signore muore per l'insieme del
popolo, di cui parla il libro di Isaia e a cui rinviano le parole di
Gesù.
Occorre esplicitare ancora di più il parallelismo di significato tra la
cena pasquale ebraica e i gesti e le parole di Gesù. Come la cena
pasquale era memoria viva dell'evento salvifico di liberazione del popolo,
così la Cena di Gesù è vivificante preannunzio della sua
morte sulla croce per la salvezza. Nella cena Gesù anticipa ritualmente
nei segni del pane spezzato e del vino condiviso la sua morte e ne svela il
senso profondo. L'evento di liberazione dalla schiavitù, di cui la cena
pasquale ebraica era memoriale, riguardava solo il popolo di Israele; la morte
di Gesù, anticipata nei segni dell'ultima cena, accettata per la
moltitudine segna la redenzione dal peccato per tutta l'umanità.
Ancora una connotazione presente in ambedue gli eventi. La cena pasquale
ebraica era celebrata in un'atmosfera di attesa escatologica, cioè del
compimento definitivo della salvezza da parte di Dio. La Cena di Gesù
contiene esplicitamente questo elemento. Secondo la testimonianza di Marco,
Gesù dichiara: "In verità vi dico che io non berrò
più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo
nel regno di Dio" (Mc 14,25). Nel momento così drammatico Gesù
annuncia la promessa di una nuova comunione di mensa nel regno di Dio. Nella
tradizione paolina il tema è implicitamente presente nelle parole di
Paolo il quale dice: "Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete
di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga"
(1Cor 11,26). In questa prospettiva la Cena di Gesù è annuncio
del banchetto messianico, immagine del regno definitivo di Dio.
(4) Caratterizzando i testi che ci hanno conservato la tradizione della Cena
del Signore, si è detto che essi fanno trasparire chiaramente il loro
carattere liturgico. Ciò significa che l'antichissima prassi liturgica
ha potuto esplicitare alcune parole e il loro significato, sempre tuttavia
rimanendo coerente con il tenore e il senso originari delle parole e dei gesti
di Gesù. Alla tradizione liturgica viene fatta risalire l'esplicitazione
delle parole sul pane: "che è dato per voi / che è per voi", che
si leggono nella lezione comune a Luca e Paolo. Si parla di esplicitazione nel
senso che con queste parole diventa esplicita l'autodonazione di Gesù
come offerta sacrificale e espiatoria. Questa connotazione nel testo di Luca
ricompare anche nelle parole sul vino: "che è versato per voi". Di
derivazione liturgica sono ritenute anche le parole "Fate questo in memoria di
me", che Luca ricorda con le parole sul pane e Paolo con quelle sul vino, come
pure gli imperativi: "Prendete" (Marco), "Prendete, mangiate" (Matteo),
"Bevetene tutti" (Matteo).
Una esplicitazione liturgica, nata in ambiente di lingua greca, è pure
ritenuta l'espressione "il sangue dell'alleanza" che ha introdotto il tema
dell'alleanza nelle parole sul vino secondo la tradizione di Marco. La morte di
Gesù viene così interpretata come un sacrificio di alleanza tra
Dio e gli uomini (cf. Es 24,8). Lo stesso motivo teologico ma con una
novità sostanziale si trova nelle tradizioni liturgiche che sottostanno
ai testi di Luca e di Paolo dove si legge: "Questo calice è la nuova
alleanza". La novità è appunto il chiaro riferimento alla celebre
profezia di Ger 31,31-34.
Bisogna tuttavia precisare che alcune di queste parole, da alcuni studiosi
attribuite alla tradizione liturgica, possono risalire benissimo a Gesù
stesso. E' infatti a partire dalle sue parole che gli apostoli hanno potuto
comprendere la "novità" del rito che Gesù stava per istituire,
rispetto alla cena pasuale ebraica.
"La cena del Signore trova così una sua viva e costante attualità
nell'esperienza eucaristica delle comunità cristiane che, ripetendo i
gesti e le parole di Gesù, ne celebrano la memoria. Memoria del cenacolo
e, insieme, del Golgota, essendo l'uno inscindibilmente unito all'altro. Ma
anche memoria della ferma speranza di Cristo nella partecipazione al banchetto
finale. In breve, la celebrazione ecclesiale della cena del Signore condensa in
se stessa un'esperienza religiosa complessa, rievocatrice del passato,
cioè della cena e della morte di Cristo, partecipativa al presente
dell'efficacia salvifica della croce e fiduciosamente protesa al compimento
ultimo del progetto di Dio" (Barbaglio, "L'istituzione", 134-135).
L'attualizzazione della Cena del Signore è totale: Gesù di
Nazaret e Cristo risorto sono l'identica persona, i credenti seduti alla "mensa
del Signore" (1Cor 10,21) sono coprotagonisti, cioè il "voi" del
racconto-memoriale; passato, presente e futuro si fanno coesistenti.
(5) Ancora una annotazione sul contesto dei racconti eucaristici. Il racconto
della Cena di Gesù risulta connesso fin dall'origine della tradizione
evangelica con l'annunzio del tradimento. Si legge in Marco: "In verità
vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà... Il Figlio
dell'uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell'uomo dal quale il
Figlio dell'uomo è tradito!" (Mc 14,18.21). Matteo segue il testo di
Marco con l'aggiunta del nome di Giuda (cf. Mt 26,25). In Luca invece
l'annunzio del tradimento segue il racconto della cena (Lc 22,21-23). Gli
studiosi ritengono originario l'ordine di Luca e pensano che Marco e Matteo lo
abbiano mutato per escludere Giuda dalla cena. La cosa più importante
è comunque avvertire che il contesto temporale della cena per i
Sinottici fu la "consegna" di Gesù alla morte e per la tradizione
paolina "la notte in cui veniva tradito" (1Cor 11,23). Il termine che
caratterizza questa circostanza è in greco paradidömi che ha
un significato che va oltre il tradimento o la consegna di Giuda per esprimere
la consegna di Gesù da parte del Padre e l'autoconsegna di Gesù.
In questa luce la morte di Gesù, anticipata nei segni e spiegata
proletticamente da Gesù stesso, è segno dell'iniziativa amorosa
del Padre e della libera e cosciente autodonazione di Gesù. Nel racconto
eucaristico di Matteo si trova un'aggiunta caratteristica della sua teologia.
Alle parole di Gesù sul vino egli fa un'aggiunta esplicativa: "in
remissione dei peccati". In questo modo viene espresso chiaramente l'effetto
espiatorio della sua morte: Gesù è morto per togliere i peccati
degli uomini.
Mi sono volutamente e per varie ragioni soffermato a fare una presentazione
ampia e comparativa della tradizione della Cena del Signore. La prima ragione
è che 1Cor 11,17-34 ci ha messo dinanzi a un testo di una importanza
immensa per antichità e significato; la seconda è che nelle
precedenti settimane bibliche non ci siamo mai fermati a commentare i testi
eucaristici del Nuovo Testamento e questa circostanza mi è sembrata una
occasione preziosa per farlo.
© copyright 1998
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Created / Updated Thursday, April 02, 1998 at 23:06:37 by John Abela ofm for the Maltese Province and the Custody of the Holy Land This page is best viewed with Netscape at 640x480x67Hz - Space by courtesy of Christus Rex |