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LA CENA DEL SIGNORE - (1COR 11,17-34) - III (1) |
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P. G. Claudio Bottini ofm sbf - gerusalemme
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III COMMENTO
Restringo
il commento alle cose più notevoli, tralasciando quegli elementi che
sono chiari per se stessi o che ho già illustrato.
1) Gli abusi durante la celebrazione della Cena del Signore (11,17-22)
"Le vostre riunioni non si volgono per il meglio, ma per il peggio" (v. 17).
Prima di esporne le ragioni in dettaglio, Paolo anticipa qui in blocco il
motivo del suo biasimo della maniera in cui a Corinto vengono condotte le
riunioni. Ne siano o no coscienti i corinzi, il loro radunarsi torna a
svantaggio dei partecipanti. Alla fine dell'istruzione l'apostolo lo
qualificherà come un radunarsi "a condanna" (v. 34).
(2) "Quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi" (v. 18). Il
verbo greco (synerchestai) tradotto con "radunarsi" qui e nel c. 14 di
1Cor designa propriamente il raduno liturgico di tutta la comunità,
specialmente per la celebrazione dell'Eucaristia; ne è quasi il termine
tecnico. Il termine che lo precisa ulteriormente "in assemblea" (en
ekklësia[i]) specifica che a riunirsi è la comunità
cristiana locale (cf. 1Cor 14,19.23.28.34.35). Questo termine ha una storia e
un ampio significato. Nel mondo greco civile indicava l'assemblea dei cittadini
che si riuniva per rendere decisioni sulla vita e i problemi della
città. Nella traduzione greca dell'Antico Testamento (LXX) si trova
usato per indicare il popolo di Dio raccolto in assemblea cultuale. Nell'uso di
Paolo "uomo dei due mondi, come soggetto culturale" (Barbaglio, La prima
lettera ai Corinzi, 575) si ritrova sia il concetto di assemblearità
sia la valenza cultuale. Inoltre, il contesto di 1Cor 11,17-34 invita a vedervi
anche una connotazione locale: si tratta di riunioni nello stesso luogo (cf. in
particolare v. 20). Sul genere di divisioni si è parlato illustrando
l'ambiente vitale.
(3) "E' necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si
manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi" (v. 19). Qui Paolo
sembra fare una digressione: nonostante il giudizio negativo espresso sulle
divisioni, ora di esse dà una valutazione positiva considerandole, per
così dire, dalla parte di Dio, come si deduce dall'espressione "è
necessario". La tematica della necessità della prova e il suo scopo
positivo non è un pensiero abituale in Paolo, ma neppure è del
tutto assente dai suoi scritti. Si veda ad esempio 1Cor 9,7 e Rm 5,3-5a.
Osserva un commentatore: "Ecco che quanto appariva dapprima come una disgrazia
può anche essere oggetto di una beatitudine! Come le persecuzioni che
colpiscono la Chiesa dal di fuori, i dissensi che la fratturano all'interno
hanno un significato positivo: fanno parte del processo di prova che deve
permettere, al tempo del giudizio, la separazione definitiva tra i
dokimoi e gli adokimoi, tra coloro che saranno stati qualificati
o squalificati dalla prova" (J. Dupont citato da Barbaglio, La prima lettera
ai Corinzi, 577 nota 167).
(4) "... il vostro non è un mangiare la Cena del Signore. Ciascuno
infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto" (v. 20-21).
Paolo è perentorio: a Corinto ci si illude di mangiare la Cena del
Signore; in realtà si mangia la cena propria ed esclusiva.
La denominazione "Cena del Signore" assieme all'altra detta "frazione del pane"
(cf. Lc 24,30.35; At 2,42; 20,7.11; 27,35; 1Cor 10,16) sono le espressioni
originali con cui nel Nuovo Testamento si indica ciò che noi chiamiamo
Eucaristia o celebrazione eucaristica. Il vocabolo eucharistia appare
testimoniato la prima volta dalla Didachè 9,1.5. Paolo in 1Cor
10,21 per la stessa realtà ha usato "mensa del Signore" (trapeza
Kyriou) in contrapposizione a "mensa dei demoni". In ambedue le espressioni
("Cena del Signore" e "mensa del Signore") è importante notare il
collegamento tra Cena / mensa e Signore, perché si tratta di un
collegamento profondo e molteplice. Cena e mensa sono del Signore perché
egli vi è presente e attivamente partecipe, cosicché i credenti
entrano in comunione con lui (10,16-22); si tratta del suo corpo dato e del suo
sangue strumento di una nuova alleanza (vv. 24-25); la sua presenza è
attiva al punto da proclamare un giudizio di condanna su chi, mangiandone
indegnamente, si rende colpevole verso il suo corpo e il suo sangue (vv.
27-28).
Al di là di possibili affinità con il linguaggio cultuale greco
contemporaneo, è il contesto remoto e prossimo di Paolo che decide il
senso della terminologia eucaristica paolina. La cena rituale di cui parla
Paolo è del Signore: perché istituita da lui e da lui lasciata ai
discepoli come sua memoria (vv. 23-26); perché in essa egli spezza il
pane e lo dona come suo corpo e porge il calice offrendolo da bere come suo
sangue (vv. 24.25b.27 e 10,16). Si tratta dunque di una "pienezza cristologica
e soteriologica" (Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, 579).
Di fronte a questa pienezza di significato i corinzi si sarebbero dovuti
riunire e mettere tutto in comune facendo scomparire le ineguaglianze sociali;
invece si formano gruppi separati, ad opera dei membri benestanti della
comunità - questo è il riferimento implicito del pronome
"ciascuno" - e le disparità vengono messe in evidenza.
(5) "Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare
il disprezzo sulla Chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?" (v. 22).
Paolo indica qui chiaramente che non ha nulla contro il "proprio pasto" in
quanto tale, ma lo biasima per l'abuso di collegarlo nel tempo e nello spazio
con la Cena del Signore.
Infatti, il "proprio pasto" con la sua valenza discriminatrice e separatista
è in contraddizione con la Cena del Signore, la cui nota distintiva
è la comunione con il Signore e con i membri della comunità. Il
"proprio pasto" risulta inoltre un atto di disprezzo della "Chiesa di Dio",
vale a dire della comunità creata e radunata dalla grazia di Dio (cf.
1Cor 1,2; 10,32; 11,16; 15,9; 2Cor 1,2; Gal 1,13 e le formule complementari in
1Ts 1,1; Gal 1,22; 1Ts 2,14; Rm 16,16). Il "proprio pasto" si trasforma infine
in un affronto verso i membri poveri della comunità. Dall'insieme si
ricava che le divisioni a Corinto non erano di natura teologica, ma
sociologica. Vale a dire che esse non riguardavano eventuali diverse concezioni
della Cena del Signore, ma la pretesa di alcuni di accordare la celebrazione
della "memoria" della morte del Signore con il "proprio pasto", che per Paolo
sono invece radicalmente incompatibili. Se i corinzi - ammonisce Paolo -
"intendono partecipare alla `cena del Signore', devono abbandonare le
consuetudini derivate dal loro passato, in questo caso l'abitudine di consumare
la `cena propria'. Sta qui il vero motivo del comportamento dei cristiani
benestanti, biasimato dall'apostolo: i ricchi continuavano a mantenere gli usi
e i costumi connessi con il loro rango sociale. Non si rendevano conto che le
distinzioni di grado, di dignità o posizione socio-economica,
riconosciute e conservate nell'ambiente circostante, non si conciliavano con il
carattere e il significato della celebrazione comunitaria della `cena del
Signore' " (Chrupcaa, "Chi mangia indegnamente", 70).
© copyright 1998
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Created / Updated Thursday, April 02, 1998 at 23:07:00 by John Abela ofm for the Maltese Province and the Custody of the Holy Land This page is best viewed with Netscape at 640x480x67Hz - Space by courtesy of Christus Rex |