"You are looking for Jesus the Nazarene, who was crucified.
He has risen! He is not here. See the place where they laid him. " (Mark 16,5)

RESURREXIT SICUT DIXIT. ALLELUIA!

LA CENA DEL SIGNORE - (1COR 11,17-34) - II


P. G. Claudio Bottini ofm
sbf - gerusalemme

II. AMBIENTE VITALE

Come si svolgevano a Corinto le assemblee conviviali e quali erano le cause delle divisioni? E' difficile dare una risposta dettagliata e precisa. Gli studiosi cercano di delineare il quadro ambientale utilizzando gli elementi offerti dal testo paolino, dalla tradizione cristiana delle origini sull'Eucaristia e dalle testimonianze dell'ambiente giudaico e greco-romano sulle riunioni conviviali.

Un punto fermo per la ricostruzione è la distinzione che Paolo fa tra la "Cena del Signore" (v. 20) e il "proprio pasto" (v. 21). Per "Cena del Signore" si intende chiaramente la consumazione del pane e del vino secondo il comando del Signore che l'apostolo dice di aver ricevuto e trasmesso ai corinzi. "Ma non si riduce a questo; tra il mangiare e bere il calice, su cui erano pronunciate le parole interpretative e oblative di Gesù, si consumava un pasto vero e proprio, con la tavola imbandita anche di companatico, cioè di pesce e probabilmente pure di carne" (G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, Bologna 1996 564). Per "proprio pasto" si intende invece una cena profana che aveva luogo al termine del giorno e poteva consistere di abbondanti cibi e bevande. Ora Paolo dice che questa cena veniva consumata in occasione del raduno liturgico, durante il quale "ognuno" - da intendere non di tutti ma dei membri facoltosi - mangia per proprio conto con la conseguenza che alcuni giungono a ubriacarsi e altri a soffrire la fame.

In che rapporto erano i due pasti? Probabilmente il raduno liturgico della comunità aveva questi momenti: benedizione sul pane, pasto comunitario o agape fraterna, benedizione sul vino. A che punto si collocava quello che Paolo chiama il "proprio pasto"? Con certezza non si può dire, tuttavia si possono formulare due ipotesi: il cosiddetto "proprio pasto" aveva luogo prima che iniziasse il raduno liturgico con la celebrazione della "Cena del Signore"; il "proprio pasto" si svolgeva contemporaneamente all'agape fraterna tra rito della benedizione del pane e quello della benedizione del vino.

La seconda ipotesi appare meno probabile. Difficile accettare che a Corinto si giungesse a questo eccesso di discriminazione, cioè che i ricchi mangiassero un pasto privato cui non erano ammessi i poveri e per giunta in concomitanza alla celebrazione della "Cena del Signore".

Più probabile invece che il "proprio pasto" consisteva in un'abbondante cena consumata solo dai ricchi prima del raduno liturgico della comunità. Questa ricostruzione è resa verosimile dalla stratificazione sociale della comunità cristiana di Corinto che risultava composta da una minoranza di credenti provenienti dal ceto medio e medio alto e da una maggioranza di fedeli appartenenti ai ceti più bassi della società inclusi gli schiavi.

Certamente l'adesione al Vangelo e l'appartenenza alla stessa comunità di fede aveva creato legami spirituali e comunitari tra i credenti di Corinto, ma essi non riuscivano indubbiamente a cancellare del tutto le massicce differenze e separazioni tra le classi sociali presenti nella società greco-romana e dovute alle diverse condizioni economiche. Queste si esprimevano in tante forme, a cominciare dal modo di trattare gli ospiti a tavola. Il trattamento riservato a ricchi e ospiti di riguardo non era indubbiamente lo stesso di quello tenuto con i poveri. Se a ciò si aggiunge l'eventualità che il raduno liturgico della comunità si teneva nelle case dei membri ricchi, si comprende che questi potevano portare anche una giustificazione al loro modo diverso di accogliere gli ospiti senza per questo sentirsi in colpa. E' probabilmente in questo quadro ambientale che si devono comprendere gli abusi introdottisi a Corinto e fortemente biasimati da Paolo. "Senza troppi complimenti, i ricchi cominciavano a cenare e così, quando sopraggiungevano gli altri e aveva inizio la celebrazione della cena del Signore, sulla tavola restavano pochi avanzi. In questo modo, la cena agapica di tutta la comunità assumeva un aspetto tristemente egoistico e fortemente discriminatorio: i ricchi si godevano in pace la sazietà, mentre i poveri erano obbligati a consumare i resti del banchetto o rimanevano a stomaco vuoto" (L. D. Chrupcaa, "Chi mangia indegnamente il corpo del Signore [1Cor 11,27]", Liber Annuus 46 [1996] 65 con ampia presentazione dei problemi e delle soluzioni prospettate da vari studiosi).

Chi aveva informato Paolo di questa situazione? Dovevano essere stati degli informatori a voce, perché egli afferma: "sento dire" (v. 18). L'apostolo se ne mostra molto preoccupato e sollecito a rimediare: rileva gli abusi e biasima la maniera di condurre le celebarzioni eucaristiche (vv. 17-22); riconduce alla norma suprema di ogni autentica celebrazione eucaristica, cioè a quanto Gesù fece (vv. 23-26); esorta e dà alcune disposizioni perché si celebri degnamente la Cena del Signore e non incorra nel suo giudizio di condanna (vv. 27-34).

L'aspetto più originale dell'istruzione paolina sta nel collegamento tra il sacramento della Cena del Signore e la comunità cristiana, tra la memoria proclamatrice della morte del Signore e la comunione fraterna espressa nel pasto in comune, tra "celebrazione del corpo personale di Gesù, donato a noi nella morte, ed esistenza nostra di solidali membra del corpo ecclesiale di Cristo"(G. Barbaglio, "L'istituzione dell'Eucaristia [Mc 14,22-25; 1Cor 11,23-24 e par.]", Parola Spirito e Vita 7 [1983] 141). Ancora una volta si vede come gli imperativi morali e spirituali di Paolo hanno degli indicativi teologici supremi. In questo caso, come un po' in tutta la 1Cor, le motivazioni sono di natura cristologica e ecclesiologica.

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