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LA CENA DEL SIGNORE - (1COR 11,17-34) - II |
P. G. Claudio Bottini ofm sbf - gerusalemme
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II. AMBIENTE VITALE
Come
si svolgevano a Corinto le assemblee conviviali e quali erano le cause delle
divisioni? E' difficile dare una risposta dettagliata e precisa. Gli studiosi
cercano di delineare il quadro ambientale utilizzando gli elementi offerti dal
testo paolino, dalla tradizione cristiana delle origini sull'Eucaristia e dalle
testimonianze dell'ambiente giudaico e greco-romano sulle riunioni
conviviali.
Un punto fermo per la ricostruzione è la distinzione che Paolo fa tra la
"Cena del Signore" (v. 20) e il "proprio pasto" (v. 21). Per "Cena del Signore"
si intende chiaramente la consumazione del pane e del vino secondo il comando
del Signore che l'apostolo dice di aver ricevuto e trasmesso ai corinzi. "Ma
non si riduce a questo; tra il mangiare e bere il calice, su cui erano
pronunciate le parole interpretative e oblative di Gesù, si consumava un
pasto vero e proprio, con la tavola imbandita anche di companatico, cioè
di pesce e probabilmente pure di carne" (G. Barbaglio, La prima lettera ai
Corinzi, Bologna 1996 564). Per "proprio pasto" si intende invece una cena
profana che aveva luogo al termine del giorno e poteva consistere di abbondanti
cibi e bevande. Ora Paolo dice che questa cena veniva consumata in occasione
del raduno liturgico, durante il quale "ognuno" - da intendere non di tutti ma
dei membri facoltosi - mangia per proprio conto con la conseguenza che alcuni
giungono a ubriacarsi e altri a soffrire la fame.
In che rapporto erano i due pasti? Probabilmente il raduno liturgico della
comunità aveva questi momenti: benedizione sul pane, pasto comunitario o
agape fraterna, benedizione sul vino. A che punto si collocava quello che Paolo
chiama il "proprio pasto"? Con certezza non si può dire, tuttavia si
possono formulare due ipotesi: il cosiddetto "proprio pasto" aveva luogo prima
che iniziasse il raduno liturgico con la celebrazione della "Cena del Signore";
il "proprio pasto" si svolgeva contemporaneamente all'agape fraterna tra rito
della benedizione del pane e quello della benedizione del vino.
La seconda ipotesi appare meno probabile. Difficile accettare che a Corinto si
giungesse a questo eccesso di discriminazione, cioè che i ricchi
mangiassero un pasto privato cui non erano ammessi i poveri e per giunta in
concomitanza alla celebrazione della "Cena del Signore".
Più probabile invece che il "proprio pasto" consisteva in un'abbondante
cena consumata solo dai ricchi prima del raduno liturgico della
comunità. Questa ricostruzione è resa verosimile dalla
stratificazione sociale della comunità cristiana di Corinto che
risultava composta da una minoranza di credenti provenienti dal ceto medio e
medio alto e da una maggioranza di fedeli appartenenti ai ceti più bassi
della società inclusi gli schiavi.
Certamente l'adesione al Vangelo e l'appartenenza alla stessa comunità
di fede aveva creato legami spirituali e comunitari tra i credenti di Corinto,
ma essi non riuscivano indubbiamente a cancellare del tutto le massicce
differenze e separazioni tra le classi sociali presenti nella società
greco-romana e dovute alle diverse condizioni economiche. Queste si esprimevano
in tante forme, a cominciare dal modo di trattare gli ospiti a tavola. Il
trattamento riservato a ricchi e ospiti di riguardo non era indubbiamente lo
stesso di quello tenuto con i poveri. Se a ciò si aggiunge
l'eventualità che il raduno liturgico della comunità si teneva
nelle case dei membri ricchi, si comprende che questi potevano portare anche
una giustificazione al loro modo diverso di accogliere gli ospiti senza per
questo sentirsi in colpa. E' probabilmente in questo quadro ambientale che si
devono comprendere gli abusi introdottisi a Corinto e fortemente biasimati da
Paolo. "Senza troppi complimenti, i ricchi cominciavano a cenare e così,
quando sopraggiungevano gli altri e aveva inizio la celebrazione della cena del
Signore, sulla tavola restavano pochi avanzi. In questo modo, la cena agapica
di tutta la comunità assumeva un aspetto tristemente egoistico e
fortemente discriminatorio: i ricchi si godevano in pace la sazietà,
mentre i poveri erano obbligati a consumare i resti del banchetto o rimanevano
a stomaco vuoto" (L. D. Chrupcaa, "Chi mangia indegnamente il corpo del Signore
[1Cor 11,27]", Liber Annuus 46 [1996] 65 con ampia presentazione dei
problemi e delle soluzioni prospettate da vari studiosi).
Chi aveva informato Paolo di questa situazione? Dovevano essere stati degli
informatori a voce, perché egli afferma: "sento dire" (v. 18).
L'apostolo se ne mostra molto preoccupato e sollecito a rimediare: rileva gli
abusi e biasima la maniera di condurre le celebarzioni eucaristiche (vv.
17-22); riconduce alla norma suprema di ogni autentica celebrazione
eucaristica, cioè a quanto Gesù fece (vv. 23-26); esorta e
dà alcune disposizioni perché si celebri degnamente la Cena del
Signore e non incorra nel suo giudizio di condanna (vv. 27-34).
L'aspetto più originale dell'istruzione paolina sta nel collegamento tra
il sacramento della Cena del Signore e la comunità cristiana, tra la
memoria proclamatrice della morte del Signore e la comunione fraterna espressa
nel pasto in comune, tra "celebrazione del corpo personale di
Gesù, donato a noi nella morte, ed esistenza nostra di solidali
membra del corpo ecclesiale di Cristo"(G. Barbaglio, "L'istituzione
dell'Eucaristia [Mc 14,22-25; 1Cor 11,23-24 e par.]", Parola Spirito e
Vita 7 [1983] 141). Ancora una volta si vede come gli imperativi morali e
spirituali di Paolo hanno degli indicativi teologici supremi. In questo caso,
come un po' in tutta la 1Cor, le motivazioni sono di natura cristologica e
ecclesiologica.
© copyright 1998
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Created / Updated Thursday, April 02, 1998 at 23:07:09 by John Abela ofm for the Maltese Province and the Custody of the Holy Land This page is best viewed with Netscape at 640x480x67Hz - Space by courtesy of Christus Rex |