I thought that it could be a good idea, for those few billions of persons that still steadfastly refuse to learn Italian, to present here a first translation of this tale. On this subject, italian students of Latin use to say that a translation is like a woman: if it is "fedele" ("accurate"), then it is not nice, and if it is nice, then it is not "fedele" ("faithful").
I am afraid that this one is "fedele". Sorry.

The nun and the professor

Marcello Gardani (1992, translated 1996)

The door trembled, vibrated, moved itself. Finally it opened itself with difficulty, sliding in the guides. A black leather bag appeared, to which apparently the turmoil was due.
In the compartment the man, dressed with distinction, was sitting alone, reading a book that was since long time opened at the same page. Every so often he was looking out of the window. Otherwise

Nello scompartimento l'uomo, vestito con distinzione, sedeva solo, leggendo un libro aperto da tempo alla stessa pagina. Guardava fuori dal finestrino di tanto in tanto. Oppure nel vuoto, il sedile di fronte al suo. Al rumore si volse, interessato.
Dietro alla faraonica borsa, che entrava trionfalmente nello scompartimento, apparve una suorina sciupata ed anziana. Gioviale, sembrava, però. Teneva la borsa con due mani, e la fece urtare inavvertitamente contro le ginocchia dell'uomo.
Questi scostò le ginocchia, un poco infastidito, ma non disse nulla.
"Buongiorno!" esclamò invece la suorina.
"Buongiorno, signora" rispose lui. Poi, vedendo che la suorina insisteva a voler depositare l'imponente borsa sul portabagagli, anziché lasciarla sul pavimento:
"Posso aiutarla?" chiese. E, senza attendere la risposta, afferrò la pesante borsa e la spinse a fatica sulla reticella. Finse una cortese curiosità:
"E' davvero molto pesante, signora. Cosa mai c'è dentro?"
"Oh, sono le mie pubblicazioni sacre per i devoti parrocchiani che vado a visitare sempre, in questa stagione dell'anno, quando si raccolgono le offerte per i nostri ragazzi" Si assestò finalmente sul sedile, trasse un profondo sospiro, guardò francamente l'uomo e aggiunse:
"Grazie per l'aiuto, fa molto piacere vedere che la gentilezza è sempre maggiore, tra le persone che si incontrano."

L'uomo inarcò le sopracciglia. Non gli sembrava proprio che l'affermazione corrispondesse a verità, ma non volle contraddire la suora. Forse, pensava, invecchiando trovi più persone che ti vedono in difficoltà. Fai loro più pena. Dubito che pensino mai che un giorno si troveranno anch'essi nelle stesse tue condizioni.
La suora lo osservava con curiosità crescente, senza neppure la malizia di dissimulare questa indagine meticolosa. Infine:
"Ma io la conosco, lei!" esclamò "Lei è il Professor Giovanni Renzi! L'ho vista tante volte in TV. Ma com'è bravo, professore! Che spiega bene così anche le cose più difficili non c'è che lei! Come mi fa piacere averla incontrata! Come mai su questo treno, e poi in seconda classe, un uomo come lei?"
"Veramente" rispose il Professore "avevo prenotato in prima classe, ma il posto è stato occupato abusivamente da altri passeggeri, come se qui non ci fosse posto, e mi sono dovuto adattare..." si interruppe, rendendosi conto che la risposta avrebbe potuto sembrare indelicata "...cose che succedono soltanto in Italia" concluse.
"Oh, sì, sì. Proprio solo in Italia. Ma cosa ci vuole fare. Io ho sempre viaggiato così e sto benone. Non so neanche come sia fatta la prima classe. Quando c'era la terza, poi, non sapevo come fosse fatta la seconda. Chissà, un giorno non ci sarà neanche la seconda. Viaggeremo tutti come signori. Ma poi, tocca lo stesso camminare tanto, quando si è arrivati. Ma io la sommergo con le mie chiacchiere. Non vorrei annoiarla. Mi dica, mi dica, di che cosa si occupa ora. E' sempre in televisione?"
"Veramente" tossicchiò lui "in televisione non ci sono mai stato altro che per brevi interventi. Non vi ho mai ricoperto incarichi di natura continuativa, a causa dell'impegno rappresentato dalle mie ricerche, dai convegni, dall'organizzazione degli esperimenti, dalle pubblicazioni..."
"Oh, quante cose insieme. Sarà stanchissimo. Ma non andrà mai in pensione, lei, non si riposerà mai di tutto questo lavoro?"
L'uomo tacque. Si guardò le mani. Diede un'occhiata fuori dal finestrino. Il paesaggio scorreva rapido di fronte a lui. Quando si volse, non avrebbe però saputo dire di che genere esso fosse stato. Guardò la suora e sorrise.
"Sono in pensione da otto mesi" rispose pacatamente.
"Ma che beeello!" gridò quasi lei. "Sarà contento, vero?"
"Sì, certo, suor, suor...?"
"Suor Paolina, Professore"
"Sono molto contento di potermi riposare, come giustamente lei ha rilevato, suor Paolina." Tacque "Certo che, dopo una vita piena e stressante come la mia, trovarsi improvvisamente ad essere un disoccupato di lusso può lasciare un certo senso di vuoto.
A dir la verità, dopo poco tempo di dolce far niente mi sono accorto che non me la sentivo di restare inoperoso, e così, eccomi qui, mi sto recando a tenere un seminario sullo sviluppo delle fonti energetiche nel nostro secolo. Una cosa da poco, ma gli organizzatori hanno tanto insistito per avermi là che non ho potuto proprio rifiutare. Ed ora sono anche contento di riprendere contatto con la ricerca e la divulgazione scientifica.
Ma, mi dica, di che cosa si occupa lei?"
"Oh, si figuri! Di che cosa mi occupo. Cose da niente. Certo, importanti per noi, ma di fronte a quanto ha fatto lei nella sua vita sono bazzecole. Il nostro ordine si occupa di un orfanotrofio, sa? Tanti ma tanti bambini senza famiglia che cercano sollievo nel nostro aiuto. E allora ci vuole qualcuno che vada anche in giro per chiedere un aiuto materiale ai nostri benefattori, che sono persone benemerite che ogni anno ci danno un contributo piccolo o grande, secondo le loro possibilità. Beh grande mica tanto spesso. E' più facile che sia piccolo. Però sono tutti benemeriti perché aiutano chi si trova peggio di loro. Cosa dicevo? Ah, sì, allora ci vuole qualcuno che vada in giro da tutti i benefattori, casa per casa, per raccogliere le offerte, per scambiare qualche parola, e tenere così i collegamenti tra il nostro piccolo mondo dell'istituto e il grande mondo esterno. Così porto loro anche qualche santino, una pubblicazione, il giornaletto che pubblichiamo ogni tre mesi... Ma sapesse come sono sparpagliati per la campagna, questi degni signori. Va bene che c'è il treno e il pullman per andare di paese in paese, ma poi mi tocca fare a piedi tutta la strada da una casa all'altra. Quanto camminare! E con questa borsa piena, poi... Ma insomma questa è la mia vita, e sono ormai quasi quarant'anni che la faccio. Certo che una volta le gambe non erano quelle di adesso, e non sospiravo la sera come faccio ora, ma speriamo di poter essere utili ancora per un bel po', non è vero? Ma per favore, lasci stare quanto ho fatto io, che non conto nulla e mi racconti qualche cosa della sua carriera, sempre se ha voglia, s'intende, che dev'essere stata di una bellezza impareggiabile. E' stato molto all'estero?"
"Oh" rispose lui "si figuri. Sono stato talmente all'estero da non desiderare altro che di tornare qui in Italia. Con tutte le sue pecche il nostro Paese è ancora quello che mi fa provare la maggior nostalgia, al pensarlo di lontano. Ho partecipato a gruppi di lavoro negli States, ... sì, gli Stati Uniti d'America, volevo dire, in Germania, Inghilterra, Giappone, per non parlare di convegni e seminari, che ho tenuto praticamente in ogni parte del mondo."
"Oh, che bello" batté le mani suor Paolina "come mi sarebbe piaciuto viaggiare come ha fatto lei. Le farò ridere, suppongo. Dopotutto la mia mansione principale è stata quella di viaggiare, ma sempre negli stessi posti e sempre a breve distanza dall'istituto, tutto sommato, non nei più bei paesi del mondo, come ha fatto lei. E, mi dica, mi dica, è stato anche nel Gabon?"
"Nel Gabon?" si interrogò il Professore "Temo di doverla deludere, ma credo di non esserci mai dovuto andare. Non credo che il genere di ricerche di cui mi occupo siano molto... ehm, considerate, in quel Paese"
"Oh, certo, ma che stupida. Sa perché glielo chiedo? Perché il nostro ordine ha aperto una casa di consorelle anche nel Gabon, e c'è andata una mia cara amica di quando eravamo novizie. Sono tanti anni che non l'ho rivista. Mi piacerebbe averne notizie, ma si sa, l'uomo propone... e il superiore dispone" terminò furbescamente.
"Allora niente Gabon. E la Costa d'Avorio?"
Il Professor Renzi sorrise. Davvero quella suora non aveva le idee molto chiare sui santuari della ricerca internazionale. Come lui non le aveva altrettanto chiare sui santuari religiosi. Non glielo disse:
"Credo proprio di sì, suor Paolina. Mi sono recato ad Abidjan almeno in due occasioni, una per turismo ed una perché invitato ad un seminario dalla locale università. Anche in Costa d'Avorio avete una... casa di consorelle?"
"Sì, certo. Ma come ha fatto ad indovinare?
Ma sì, cosa le chiedo, lei è tanto intelligente che non fa fatica a leggermi nel pensiero. Scommetto che è capace anche di questo, vero?"
"Ma no, sorella, certo che no. Lascio queste performances... cioè, imprese, ai maghi che si esibiscono in televisione. In prima serata, magari, mentre ai documentari scientifici sono riservate le ore di ascolto minore. Ma questa è un'altra storia, che non vale neppure la pena di toccare qui."
"Eh sì, è proprio vero, vi si vede troppo poco in televisione. Però quando mi capita di vederla, non ne perdo una parola. Ha un modo di raccontare, sì, insomma, di spiegare le sue cose da scienziato che sembra di capirle anche ad una povera ignorante come me. E i premi, ha avuto tanti premi?"
"Sì, ho avuto molti riconoscimenti, a livello italiano, europeo e mondiale. Ma non me ne faccia fare un elenco, o peccherei di immodestia ai suoi occhi, temo. Sono cose di cui fa sempre piacere ricordarsi, anche se al momento qualcuno mi è sembrato più una scocciatura che altro. Comunque sì, la mia carriera è stata ricca di soddisfazioni anche in questo campo."

La suora ristette un momento ad ammirare il suo idolo. Si rese conto forse solo allora di averlo proprio in carne ed ossa davanti a sé, e cominciò a balbettare anche un po' per l'emozione. Sembrava sopraffatta dal non saper esprimere compiutamente a parole tutta l'ammirazione che provava verso quell'uomo nobile, modesto, intelligente e disinteressato, come cercò confusamente di spiegare, facendo sempre più un viluppo inestricabile dei suoi pensieri e delle sue parole.
Un po' imbarazzato e lusingato insieme da quel fiume prorompente di ammirazione, il Professor Renzi si schermì:
"No, suor Paolina. Non mi faccia tutti questi complimenti, o mi confonderà"
"Sono tutti veri e validi" insisteva la suora "se li merita tutti, per quanto di bello ha saputo fare nella sua vita"
"Non è solo merito mio" obiettò piacevolmente il Professore "Non ho fatto tutto da solo, ma è anche grazie ai miei validissimi collaboratori, senza i quali non sarei giunto ove sono giunto, che ho ottenuto lusinghieri risultati. Inoltre una parte del merito va attribuito anche alla natura, che mi ha fatto dono di una grande capacità personale, che avrei anche potuto non avere. L'intelligenza non si acquisisce con il lavoro o l'impegno, ma è un dono di natura."
Suor Paolina lo guardò con affetto, lieta di poter, anche solo per una volta, correggere un Professore così importante come Giovanni Renzi:
"No" disse sicura, sorridendo "non si tratta di un dono di natura. Ma di qualcuno che le vuole molto bene"
Gli sorrise ancora e aggiunse:
"E' un dono di Dio".

Il Professor Giovanni Renzi, razionalista, logico, forse un po' cinico, si fermò. Fosse stata un'altra persona, quella davanti a lui, avrebbe probabilmente risposto scientificamente, demolendo con sicurezza le altrui convinzioni. Ma non sentiva il desiderio di farlo con suor Paolina, che lo guardava con affetto e venerazione.
Passò forse un minuto così, suor Paolina sorridente, il Professore, fisso nel suo sorriso di circostanza.
S'udì uno stridio di freni. La vettura entrava in un'altra stazione.
"Dove siamo?" chiese la suora. Diede una rapida occhiata fuori dal finestrino. "Oh mamma, sono arrivata. Devo scendere qui." si alzò in fretta, ed anche il Professore si alzò, prendendole di nuovo la sbalorditiva borsa per i devoti benefattori ed affidandola con un po' di preoccupazione a quella suorina gioviale.
"Ma è sicura che non sia un po' troppo pesante per lei?" le chiese.
"Cosa vuole, lo è, ma ormai sono abituata. Sono quasi quarant'anni che faccio sempre questo giro, e finché il Signore mi permetterà di farlo non mi lamenterò di doverlo fare. Non troppo" soggiunse, strizzandogli un occhio.
"Arrivederci, Professore. Arrivederci e grazie. E ancora complimenti. La guarderò ancora più volentieri, quando la vedrò in televisione, ora che l'ho conosciuta." Uscì dallo scompartimento, facendosi strada con l'enorme borsa in avanscoperta.
"Arrivederci, e buon viaggio" disse dal corridoio. Scese sulla banchina ferroviaria. Gli fece un allegro cenno di saluto con la mano, poi si diresse verso l'uscita e la lunga camminata che l'attendeva.

Nello scompartimento ritornò il silenzio, e diede una strana sensazione all'uomo che sedeva solo al suo posto, una sensazione di vuoto incombente.
Guardò fuori. La nebbia che tutto avvolgeva nascondeva le figure che, alacri o svogliate, si muovevano sui marciapiedi della stazione. Una suorina tutta sbilenca portava via decisa una borsa decisamente troppo grande.
Il Professor Renzi appoggiò la fonte al finestrino, il cui freddo umido lo risvegliò d'un tratto, rendendone i pensieri acuti ed imparziali.
Ripensava ai complimenti ricevuti, alla sua vita di successi e di onori. Alla sua pensione, che sembrava ai suoi occhi non il riposo di una vita che non era poi stata tanto faticosa, ma l'anticamera della morte. Qualche anno ancora di decrescenti soddisfazioni, poi la malattia, il declino, l'annullamento del corpo e dello spirito. Non ne aveva paura, ma lo sentiva come un'ingiustizia, che una persona così potesse sparire senza dare più nulla all'umanità. E allora, la vecchia domanda che da tanti anni ritornava ad angustiarlo, come tutti, a che pro vivere, se ci attende solo il Nulla?
L'immagine di lei si confondeva ai suoi occhi, prima ancora che la nebbia l'avvolgesse completamente. E le parlò, senza che lei lo potesse immaginare, come se parlasse alla sua propria sorella.
Sorrise mestamente, riflettendo su come fosse strano sentire "sorella" una persona entrata e subito uscita per sempre dalla sua vita. Sorrise mestamente, con naturalezza, una volta tanto.
"Sapete, sorella" guardò l'indistinta figura che non avrebbe più rivisto "anche se non ci credereste, forse c'è qualcosa che anch'io vi invidio, qualcosa che, forse, vale più della mia carriera, dei miei trionfi e dei miei premi."
Fissava ancora lo sguardo, senza vedere.
"Qualcosa che forse, o sicuramente, scambierei con i miei successi, perché ve la invidio."
Ora guardava tra la nebbia del passato al buio del futuro suo prossimo.
"Tanto, sorella, ve la invidio tanto."
Chiuse gli occhi. Soggiunse piano:
"La Fede".