Risposta alla condanna

Lavagno, 23/3/1995

Da:
Dr. Marcello Gardani
Via Cima Carega 22/3
37030 Lavagno (Vr)

Al giudice per le indagini preliminari
Dr. S. Mantovani
Pretura di Mantova

Oggetto: Sue amenità del 2/3/95. Procedimento 3480/94.

Egr. Dr. Mantovani,
a tutti i fini legali eleggo il mio domicilio in Via Cima Carega 22/3, 37030 Lavagno (Verona).

Sono assai lieto di apprendere di essere stato condannato a dieci giorni di arresto per la mia missiva al Prefetto di Mantova. E' il primo luminoso diploma che viene ad iscriversi nell'albo d'oro della mia lotta contro la criminalità organizzata.

Grazie, quindi, per aver provveduto ad aggiungermi al novero dei martiri per la libertà.

Grazie anche per aver generosamente provveduto ai bisogni dello Stato con la cifra (a mio carico, beninteso), di L. 812.000. Così facendo dimostra che chi sia tanto folle da rifiutarsi di pagare una multa di 12.500 lire per non aver indossato le cinture di sicurezza (e continuo a girare senza, tutte le volte che voglio, glielo assicuro) si può trovare a pagare una cifra 10 o 100 volte superiore, oppure a perdere la libertà o la vita. Ciò era esattamente quanto sostenevo nel mio primo ricorso al Prefetto di Mantova, e fa sempre piacere sentirsi autorevolmente confermati nelle proprie previsioni (comunque si tranquillizzi: non ho mai pagato nessuna multa del genere, sono ancora tutte pendenti).

Prima di tutto i dettagli economici. Qui allegato troverà un impegno di pagamento di L. 812.000, pagabili al primo Stato italiano che rispetterà i diritti individuali, ma non certo a questa repubblica.

Poi, onde possa esercitare anche maggiormente il suo illuminato giudizio professionale, le spedisco una copia del primo ricorso. In esso, se avrà la bontà di leggerlo, troverà ben tre autodenunce a cui dar voluttuosamente seguito.

Mi duole comunicarle che non la posso ringraziare per le citazioni che avrebbe dovuto effettuare più diligentemente. Infatti ha riportato, dal mio scritto: "Contro la criminalità legale... è giusto che non vi sia nè rispetto nè pietà". Né rispetto né pietà, si scrive, con l'accento acuto e non con quello grave! Che lei non conosca l'ortografia, passi, ma che riporti tra virgolette un mio discorso, facendo credere che non la conosca neppure io, questo assolutamente no. Io non ci sto (formuletta di grande successo, pare).

Per quanto riguarda la sostanza della sua lettera, ho riletto quella che ho spedito al Prefetto. A distanza di un anno, devo ammettere che cambierei due cose: la data e l'indirizzo (nel frattempo ho traslocato).

Come definire la risposta di due righe del Prefetto ("vista l'irrilevanza dei motivi difensivi esposti dall'interessato") ad un'appassionata contestazione di quattro o cinque pagine, se non squallida, o meschina, o miserabile (che vuol dire "degna di compassione", controlli sul dizionario)? Due righe accompagnate per giunta dal raddoppio della sanzione. Non posso considerare tale comportamento come il frutto dell'arroganza burocratica che così tanto caratterizza questo Stato? O non ho neppure questo diritto?

Non era e non è mia intenzione offendere l'onore ed il prestigio di chicchessia, a meno che questa persona, coscientemente od inconsciamente, legalmente od illegalmente, offenda il mio (o quello di altri).

Io ho il massimo rispetto di ogni persona, indipendentemente dal suo ruolo sociale: tanto il luminare della scienza quanto il negro che chiede l'elemosina al semaforo, tanto la prostituta da marciapiede quanto il missionario in Africa, tanto l'ubriacone da bar quanto l'operaio metalmeccanico, tanto il carabiniere che sventi una rapina quanto lo spacciatore di droga nel parco.

Non ho alcun diritto di censurare nessuno di questi comportamenti.

C'è solo una categoria di persone che disprezzo, odio e combatto: quella di coloro i quali commettono deliberatamente del male ai danni del prossimo.

Chi cerchi di obbligarmi ad indossare le cinture di sicurezza (ma non solo) offende il mio onore, eccome, perché mi tratta come un incapace mentale; per giunta lo fa valendosi della violenza o della minaccia della violenza, dunque commette deliberatamente del male ai miei danni.

Questo è un crimine.

Eppure è legale. Ma non per questo diventa giusto. Diventa solo un crimine legale.

Sono pertanto criminali legali i parlamentari che hanno votato questa legge, i funzionari, i magistrati ed il poliziotti che la fanno "rispettare", quando di rispetto non è proprio degna. Del resto avevo già espresso questi concetti nel mio ricorso/autodenuncia al Prefetto. Mi batto perché venga un giorno in cui tutti questi personaggi possano essere trascinati di fronte ad un tribunale (necessariamente rivoluzionario) per essere processati e puniti proporzionalmente ai loro crimini contro l'umanità.

Non è una scusante il fatto di "dover" applicare una legge. Nessuno "deve" arruolarsi in polizia od entrare nella magistratura. Si tratta sempre di una scelta libera. Chi ricopra uno di questi ruoli e si trovi di fronte al dilemma tra l'applicazione di una legge ingiusta (commettendo quindi un crimine legale) ed il giuramento di fedeltà alle leggi, se non trova altri mezzi per evitare questa decisione, deve scegliere tra compiere il crimine, assumendosene la responsabilità, oppure dimettersi dall'incarico. Per fare un esempio su cui forse ci troveremo d'accordo, quelle tra le SS che uccidevano gli ebrei nei campi di prigionia non potevano addurre a propria discolpa gli ordini ricevuti (=la legge). Infatti la loro scelta di entrare in quel corpo e di rimanervi era stata libera. Scusante, quindi, può essere solo la costrizione fisica, con la violenza o la minaccia di violenza. Ecco, gli automobilisti che indossino le cinture di sicurezza sotto la violenza o la minaccia della violenza (cioè per obbligo di legge) sono scusati per questo comportamento (posto che esso sia lesivo per altri). Sarebbero scusati anche se, invece di indossare le cinture di sicurezza, la legge italiana li costringesse ad uccidere ebrei. Ma non è scusato chi lo faccia volontariamente.

E' per questo che non mi piegherò mai alla criminalità legale, che è partita da una trascurabile multa per arrivare, in una progressione terroristica, a questa sentenza (ma non si fermerà qui). Non farò neppure ricorso contro questa sua sentenza. Poiché, infatti, disprezzo la Repubblica Italiana, squalificata da tutte le sue leggi e le sue azioni che contrastino con i Principi Primi, basi della libertà e della giustizia (veda sotto dove leggerne), sarebbe insensato, da parte mia, chiedere giustizia a chi amministra la legge quando, a compiere l'ingiustizia, è la legge medesima. Sarebbe come se, per evitare un'estorsione mafiosa compiuta con tutte le regole, si facesse ricorso al tribunale della "cupola" competente per territorio. Il capo-cupola non potrebbe far altro che battere paternamente una mano sulla nostra spalla, sospirando roco qualcosa come: "Pasquale, abbiamo esaminato gli atti, e Don Raffaele è nel suo pieno diritto, secondo le nostre leggi, di esigere il pizzo che ti ha richiesto. Dammi retta, ti conviene pagare...".

Esattamente quello che fa, mutatis mutandis, questo Stato.

Quando l'ingiustizia è mafiosa (o illegale, più precisamente) e le leggi sono giuste, ci si può rivolgere allo Stato per trarne protezione e giustizia; in tal caso non vi è missione più nobile dell'assicurare la difesa delle vittime contro le prepotenze dei violenti. Ma quando è la legge ad essere ingiusta e prepotente, allora si rimane soli, con l'unica alternativa tra umiliarsi per vivere ancora per qualche decennio come schiavi, oppure insorgere in armi, per morire almeno liberi.

Può sembrare, ad un esame superficiale, che le motivazioni di questa lotta siano giuste, ma si siano appuntate su di un particolare (l'obbligo di indossare le cinture di sicurezza) pressoché irrilevante, e che ben altri siano i motivi di oppressione statale contro cui combattere.

E' vero. Io sono un dipendente. Se divido lo stipendio netto da me percepito per la cifra che l'azienda paga per le mie prestazioni, scopro che esso è solo il 45 % del totale. Vuol dire che, ogni giorno che Dio manda in terra, io devo faticare come uno schiavo, per questa organizzazione estorsiva che risponde al nome di Repubblica Italiana, il 55% del mio tempo lavorativo. Ovvero devo passare sette mesi all'anno al servizio dello Stato e solo cinque sono a mia disposizione. Ciò senza contare il fatto che poi devo pagare IVA, bolli, tasse sul gas, sulla benzina, sulla corrente elettrica e centinaia d'altri balzelli, che portano la percentuale di schiavitù ben oltre il 55%. Tutto ciò perché lo Stato (ed è irrilevante che sia democratico o no) si è arrogato il diritto di legiferare e decidere anche su quanto attiene la sfera dei miei diritti individuali, imponendomi, ad esempio, di sovvenzionare servizi che io non gli ho chiesto.

E' vero, questo motivo (o decine d'altri) sarebbe ben più valido per giustificare la rivoluzione, ma proprio perché più rilevante, non è su questo, ancora, che ho deciso di non sottrarmi allo scontro frontale con la criminalità legale organizzata.

Infatti la mia azione vuole altresì dimostrare che lo Stato, in definitiva, è disposto a commettere delitti (il furto, la violenza e l'omicidio che citavo nella mia lettera al Prefetto), anche per imporre ai suoi cittadini comportamenti arbitrari di minima rilevanza. Uccidere un uomo perché si rifiuta di indossare le cinture di sicurezza e di sottostare a tutte le vessazioni che gli derivano da questa prima decisione è un delitto ancor più abominevole del derubarlo, incarcerarlo od ucciderlo perché si rifiuta di pagare oltre metà del suo stipendio.

C'è, in altre parole, l'aggravante morale del delitto basato su futili motivi.

Al fine di questa dimostrazione, la legge che fa obbligo di indossare le cinture di sicurezza è quasi ideale. Avrei voluto, semmai, che il motivo di scontro fosse ancora più etereo, immateriale, come il divieto di rompere le uova sode dalla parte grossa citato da Swift nei suoi "Viaggi di Gulliver", perché, tanto più fosse risibile e trascurabile l'obbligo imposto, tanto più risalterebbe l'ottusità e l'abiezione che chi lo faccia "rispettare" con il furto, la violenza e l'omicidio.

La dimostrazione sarà ulteriormente rafforzata da un altro aspetto: non sarò io a venire a cercare lo Stato. Sarà lo Stato, con le sue "forze dell'ordine" (un tristo ordine, in questo caso) ad entrare con la violenza nel mio domicilio, per esercitarvi il proprio arbitrio.

Un'altra possibile obiezione è che questa lotta contro le leggi ingiuste debba avvenire attraverso i mezzi che la democrazia (e perché non l'autocrazia...?) mette a disposizione del cittadino: la sensibilizzazione dell'opinione pubblica, l'impegno politico o referendario ed il parlamento. Cioè attraverso metodi non violenti di convincimento.

Chi sostiene ciò dimentica che i metodi non violenti sono la doverosa risposta quando ci si trovi di fronte ad analoghi metodi non violenti. Non è questo il caso. Infatti lo Stato, per convincermi che indossare le cinture di sicurezza sia per il mio bene, non usa una paziente opera di propaganda. Usa la brutale formula della legge: "Ti obbligo ad indossarle, anche contro la tua volontà; se disobbedirai ti deruberò oppure ti getterò in carcere oppure ti ucciderò". Violenza.

Rispondere alla violenza criminale con la non violenza è un'opzione rispettabile. Altrettanto rispettabile (e forse più eroica, vista la disparità delle forze in campo) è l'opzione di rispondere alla violenza criminale con la violenza della giustizia.

Per questo non pagherò a questo Stato la somma che mi chiede.

Per questo, se, dopo averla solo minacciata, vorrete scendere sul terreno della violenza, non mi ci sottrarrò e, quando verranno i poliziotti per derubarmi, pignorando i miei beni, li tratterò come rapinatori o, se vorranno incarcerarmi per i dieci giorni d'arresto, li tratterò come sequestratori.

Tuttavia vorrei chiederle una cortesia. Sebbene io risieda formalmente a Gussola (Cremona), quella è la casa dei miei genitori, in cui non dispongo di alcun bene. Per questo, quando manderà i poliziotti a farsi ammazzare e ad ammazzarmi per non avere indossato queste benedette cinture, li lasci in pace; sono totalmente estranei alla vicenda, settantenni e malandati. L'indirizzo a cui rivolgersi, invece, è quello in cui lavoro, vivo e affilo le lame: Via Cima Carega 22/3, 37100 Lavagno, tel. 045-8980060.

Da ultimo, per spiegarle cosa siano i Principi Primi che ho sopra citato e come si debbano riflettere in una legislazione giusta, le invio anche una copia del libro che ho scritto su questi argomenti e che sto diffondendo negli ambienti più eversivi: "L'Anticostituzione". In esso potrà trovare, a sua discrezione, sia motivi di profonda riflessione che giustificazioni a numerose altre denunce per reati da me commessi od istigati.

Disponibile ad incontrarla, sia per una discussione privata che in un pubblico dibattito, le auguro buona lettura.

Marcello Gardani


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