La giurisdizione dello Stato si estende anche al corpo dei cittadini?

Sull'obbligo delle cinture di sicurezza in auto

Può uno Stato che si arroga il diritto di esercitare violenza sui cittadini "per il loro bene" avere ancora il diritto di esistere?

Marcello Gardani, 5 Ottobre 1996, modificato 9 Gennaio 1999.

Il 18 Settembre 1996 ricevo un avviso di comparizione dalla Pretura Circondariale di Mantova. In esso, il giudice per le indagini preliminari, Dr. Gianfranco Villani, mi convoca in camera di consiglio per il 24 Ottobre 1996, alle ore 9:30, in relazione ad una condanna a 10 giorni di reclusione dallo stesso inflittami per fatti risalenti al 1992.

Non ci crederete, ma tutto deriva dalla premura dello Stato per il mio bene...

Vediamo di ricapitolare i fatti, perché da essi si possono trarre insegnamenti preziosi.

Lo faremo attraverso la corrispondenza che si è svolta tra me, ovverossia il bieco criminale che - pensate un po' - pretende di avere il diritto di decidere autonomamente se indossare le cinture di sicurezza o no, e la paterna amministrazione dello Stato, che mi nega affettuosamente questo diritto.
Per il mio bene, come già detto...


Il primo atto

Il 25 Ottobre 1992 stavo percorrendo la strada Mantova - Casalmaggiore, quando, all'altezza di Sabbioneta, una pattuglia dei carabinieri composta dal Vice Brigadiere Perroni Antonino e dal Carabiniere Zeri Andrea mi fermò.

Essi mi elevarono contravvenzione per violazione alla legge istitutiva dell'obbligo di indossare le cinture di sicurezza, per l'importo di lire 12.500. Questa è la copia del verbale.
In essa si legge:

"Abbiamo accertato, procedendo alla relativa contestazione, che il conducente a margine segnalato ha violato le disposizioni di cui all'art. 23/3 legge 111/88 e art. 1 legge 143/89 circolava alla guida del veicolo equipaggiato con le cinture di sicurezza di tipo approvato senza farne uso".

"Il trasgressore (sic!), all'atto della contestazione, ha dichiarato: Considero l'obbligo di indossare le cinture di sicurezza una grave violazione del diritto all'autodeterminazione, pertanto rifiuto di farne uso ed incito altri a farlo".

Il ricorso

Secondo la legge, io avevo due possibilità: pagare la somma irrisoria di lire 12.500 (meno di un grammo - oro), ammettendo implicitamente che lo Stato aveva il diritto di calpestare il mio diritto all'autodeterminazione, o fare ricorso entro il termine di 60 giorni.

Io effettuai il regolare ricorso presso la Prefettura di Mantova il 15 Dicembre 1992, aggiungendo un'autodenuncia per violazione degli articoli 290 (Vilipendio della Repubblica, delle Istituzioni costituzionali e delle forze armate), 342 (Oltraggio a un corpo politico, amministrativo e giudiziario) e 414 (Istigazione a delinquere) del Codice Penale.

Il prefetto respinge

La Prefettura, il 5 Febbraio 1994, cioè oltre un anno dopo, respinse il mio ricorso, con il seguente minaccioso provvedimento, firmato dal Vice Prefetto Vicario, dottor A. Lerro, in cui si legge, tra l'altro, in uno stile burocratico ed arrogante, che il mio appassionato ricorso viene respinto "per l'irrilevanza delle motivazioni addotte dall'interessato"...

(Certo, la libertà è sempre apparsa un argomento di minima rilevanza, ai criminali che traevano e traggono il loro sostentamento proprio calpestandola nel proprio prossimo...)

... e mi si intima di versare la somma indicata "nel termine di giorni trenta dalla notifica del presente provvedimento, sotto pena degli atti esecutivi", ossia con la minaccia di procedere al sequestro dei miei beni.

Non bisogna scordare che tutto questo viene fatto con la motivazione di assicurare il mio bene, sebbene contro la mia volontà. Ah, dimenticavo, anche il vostro bene...

Io lo dichiaro criminale

Il 20 Marzo 1994 mi rifiuto di pagare l'ammenda accresciuta ed accuso il Prefetto, denunciando la sua complicità con il crimine legale messo in atto contro di me e tutti gli automobilisti e diffidandolo dal tentare di derubarmi.

Nota: Nella mia nota si fa riferimento ad un fatto di cronaca avvenuto in Germania nel Marzo 1994. Dopo un processo conclusosi con una multa, l'imputato, che non si era voluto difendere, aveva ucciso giudici e avversari, togliendosi poi la vita con una bomba.
Il solito giornalista superficiale aveva liquidato tutto come "pazzia", senza chiedersi se il condannato avesse torto o non ci fosse la remota possibilità che potesse aver ragione, viste anche le sue reazioni.
Ma bisogna considerare "pazzia" ogni comportamento che non tenga nella comune, altissima considerazione il consueto interesse per la propria autoconservazione?...

La gloriosa condanna per vilipendio

Naturalmente, il Prefetto si sente offeso dalla mia denuncia e fa intervenire il tribunale di Mantova, nella persona del Dr. Susanna (?) Mantovani, che, un anno dopo, senza neppure ascoltarmi, il 2 Marzo 1995 mi condanna con la seguente sentenza, pagina 2, pagina 3, pagina 4, a 10 giorni di reclusione.

Poi, visto che un detenuto costa soldi allo Stato, mentre questa screditata Repubblica vuole avidamente guadagnarne (o rubarne, se preferite), la condanna alla reclusione (per non avere ceduto ed indossato le cinture di sicurezza) viene convertita in una multa di 812.000 lire. Così lo Stato non spenderà soldi, ma ne incasserà un altro gruzzoletto.

L'affermazione più offensiva contenuta nella sentenza consiste nel fatto che il giudice tenti di accreditare l'ipotesi che io scriva "né" con l'accento grave, (cioè "nè"). Ci potrebbe stare una miliardaria denuncia per diffamazione aggravata a mezzo sentenza. Ma sono troppo magnanimo per infierire sui somari...

Nella sentenza si ritorna all'arrogante susseguirsi di minacce così ben documentato nei rapporti tra lo Stato italiano ed i suoi sudditi:

"REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

(ma quanti, nel popolo italiano, si riconoscono in questa disgustosa Repubblica? NdA)

il giudice per le indagini preliminari presso la Pretura Circondariale di Mantova dr. S. Mantovani, (...) esaminata la richiesta del Pubblico Ministero Dr. Giuditta Silvestrini in data 13/02/1995 con la quale si chiede l'emissione del decreto di condanna nei confronti di Gardani Marcello (...) perché offendeva l'onore e il prestigio del Prefetto di Mantova a causa delle sue funzioni (...) condanna Gardani Marcello alla pena di gg 10 di arresto. Sostituisce la pena detentiva con la sanzione di L. 750.000 di multa, a sensi dell'Art. 53 segg. L. 689/81 ed al pagamento delle spese processuali. Concede il beneficio della non menzione della condanna.

Il funzionario di Cancelleria, Dr. Gaetano Favia, visto il sopraesteso Dec. Penale

INGIUNGE
al condannato di pagare (...) entro dieci giorni (...) la pena pecuniaria alla quale è stato condannato (...), con avvertenza che occorso il termine senza che sia avvenuto il pagamento, si procederà al pignoramento e, in caso di insolvenza, alla conversione della pena pecuniaria ai sensi dell'Art.660 C.P.P. e 181 D. CV. 271/89".

Cioè: paga tutto entro dieci giorni, o verremo a casa tua per derubarti dei tuoi beni. Se proprio non ne avrai a sufficienza, ti spediremo in galera a scontare i dieci giorni.

Tutto, naturalmente, va ancora ricordato, è fatto avendo in mente l'esclusivo interesse del mio bene, bene che chi ha voluto l'obbligatorietà delle cinture di sicurezza ha sommamente desiderato ed amorevolmete predisposto.

Cedere ora?

Cedere ora? Dopo aver rifiutato di piegarsi ad una miserabile multa di 12.500 lire, occorre piegarsi e subire i diktat di persone prepotenti o semplicemente ottuse quando esse sommano sempre di più multe a minacce, aumentandole in progressione terroristica?

No, questa è la mia risposta del 23 Marzo 1995 al giudice. Non cederò mai al crimine organizzato. Non cederò mai allo Stato socialista. Farò tutto il possibile perché anche altri uomini liberi si ribellino, con le armi o senza, al terrorismo irrogato gratuitamente dallo Stato.

Ed ora possiamo attendere la polizia...
Ma, invece della polizia, dopo un anno e mezzo, arriva un'

Errata corrige

...Oh, ci siamo sbagliati, la punizione era troppo leggera

Nel suo scritto, il giudice per le indagini preliminari, Dr. Gianfranco Villani (ma non era S. Mantovani?), oltre a continuare a sbagliare gli accenti, scrivendo "sé" con l'accento grave ("sè"... ma allora, se commette gli stessi errori, sarà la stessa persona...) sembra, a suo dire, aver fatto un po' di confusione tra l'arresto e la reclusione (differenza che sembra un residuo barocco nella nostra legislazione), a cui aggiunge un altro po' di confusione tra la conversione dell'arresto in multa oppure in ammenda (sempre barocchizzando, all'arresto si può sostituire l'ammenda, alla reclusione la multa, ma sono solo etichette diverse appiccicate allo stesso prodotto).

Mi invita quindi a comparire di fronte a lui il 24 Ottobre 1996 alle 9:30, "per la concezione dell'errore".

Ed ora, come finirà?

Sono intimamente pentito del delitto da me commesso?
Chiederò umilmente scusa di non aver indossato le cinture di sicurezza e pregherò la carezzevole mano della repubblica italiana di punirmi ancora più severamente, se mai ardirò, in futuro, di compiere ancora un gesto così nefando, offendendo per giunta il prestigio dei galantuomini (in senso Manzoniano ) che fanno giustamente osservare tale caritatevole obbligo?

No, non cederò mai alla sopraffazione, e continuerò a denunciare come criminali tutti coloro i quali agiscono come se fosse diritto proprio o dello Stato esercitare violenza sugli altri per imporre loro un arbitrario comportamento privato.

Quando si dice un criminale incorreggibile...

La mia prima volta (e forse l'ultima)

La legge istitutiva dell'obbligo di indossare le cinture di sicurezza in auto è del 1988. Io sono incappato per la prima volta nelle sue maglie il 27 Giugno 1991, tre anni dopo. Poiché questa vicenda, oltre ad essere la prima, sarà probabilmente quella con le conseguenze più devastanti, ne riporto dettagliatamente i punti salienti. Ma io sono deciso a resistere. A qualunque costo, ma proprio a qualunque costo. E spero che, se io cadrò nella lotta contro la criminalità legale organizzata, altri uomini liberi seguiranno il mio esempio.

Esiste la responsabilità individuale?

In questa vicenda non ho a che fare con un uomo. Ben pochi uomini, in un confronto personale, sarebbero disposti ad usare la violenza delle armi per costringere me od un altro automobilista ad indossare le cinture di sicurezza "per il nostro bene".

Ben pochi uomini sarebbero così arroganti ed insensati da ucciderci "per il nostro bene".

Invece abbiamo a che fare con la più grande, diffusa, ramificata, pericolosa, inefficiente ed ottusa organizzazione per delinquere che esista in Italia: la repubblica italiana.

Benché sia composta da uomini, non si comporta come un uomo.

Neppure la Mafia, la Camorra, la 'Ndrangheta, per citare alcune altre ben note organizzazioni malavitose similari, arrivano alle punte di criminale ottusità mostrate dal funzionamento dello Stato socialista. Esse, infatti, non arrivano mai a compiere il male gratuitamente. Le violenze, gli omicidi, le rapine da esse ordinate hanno sempre come fine il proprio bene.

Al contrario, lo Stato può commettere il male anche quando ad esso non venga alcun tornaconto.

L'ottusità dello Stato, ed il pericolo maggiore che da esso proviene, deriva dal suo gigantismo, per cui ogni suo funzionario ha il compito di svolgere un piccolo compito, senza rendersi conto del problema nel suo complesso, o supponendo di non poterci far niente, quando anche se ne renda conto.

Proviene dall'automatismo delle sue reazioni: i proponenti dell'obbligo di indossare le cinture di sicurezza, i legislatori che hanno introdotto quest'obbligo, probabilmente erano davvero talmente idioti da pensare in buona fede di compiere il bene degli altri uomini. La maggior parte di essi non aveva neppure riflettuto sul banale concetto per cui tutte le leggi vengono fatte rispettare con la violenza o la minaccia della violenza, quindi la loro intenzione sarebbe stata attuata a dispetto di ogni principio di umanità e tolleranza, con gli strumenti automatici di cui si serve lo Stato.

Quando una legge è approvata, non conta quale fosse lo spirito che animava i suoi proponenti: essa viene fatta coattivamente applicare, costi quello che costi, anche se si rivela inutile, controproducente o criminale.

Ogni singolo funzionario, magistrato e poliziotto incaricato poi di mettere in pratica tale obbligo criminale, ormai abituato a comportarsi secondo gli schemi che gli sono stati insegnati, che mette in atto da anni e per cui riceve la paga che gli permette di vivere, per la capacità di autogiustificazione così tipica della nostra specie, non si renderà conto di compiere dei crimini e diventerà diventerà facilmente un "cieco strumento di occhiuta rapina".

Questo comportamento viene confermato da numerose esperienze: provando a far ragionare i poliziotti, mostrando loro che stanno commettendo dei crimini, la quasi totalità si stringe nelle spalle e dichiara "Io non ho colpa. Devo solo far osservare la legge".

L'aspetto agghiacciante di questa affermazione è che egli farebbe osservare qualunque legge. Ha rinunciato a pensare, ad avere una coscienza, a sentirsi fratello del prossimo, amico almeno di chi non commette crimini contro gli altri.

Egli farebbe osservare qualunque legge, dunque "non è colpa sua"...

Non è vero. Non è vero. Non è vero.

Nessuno è innocente, quando commette un crimine, a meno che il crimine medesimo sia stato da lui attuato sotto la diretta ed inevitabile minaccia di violenza (esempio tipico è quello del soldato, spinto ad uccidere i suoi simili sotto la minaccia della fucilazione per i renitenti. In tal caso la responsabilità degli omicidi ricade su chi lo minaccia di morte).

Chi scelga di compiere il lavoro di poliziotto, o parlamentare, o magistrato, o funzionario, è corresponsabile degli atti da lui compiuti in quell'ufficio. Se ha la possibilità di dimettersi e non lo fa, allora significa che non può addurre a propria giustificazione il "dovere di far rispettare la legge". Egli ha scelto di far osservare quella legge, di sua spontanea volontà.

E' colpa sua.

Il desiderio di avere un lavoro, di mantenere la propria famiglia, è comprensibile e condivisibile. Tuttavia esso è valido anche per i rapinatori che derubano il prossimo, gli estorsori, i truffatori, gli assassini. Ciascuno di essi si è scelto il repellente "lavoro" che svolge.

Quindi ciascuno di essi è responsabile del male che compie e dovrà essere chiamato a risponderne di fronte ad un tribunale che abbia come unica guida il rispetto dei diritti di tutti gli uomini: "Nessuno ha il diritto di violare l'altrui diritto di disporre del proprio corpo e dei propri beni".

Analogamente, chiunque compia crimini creando o applicando una legge criminale, non potrà sfuggire alla giusta punizione col paravento di "aver solo fatto rispettare la legge".

Costruire la giustizia, la vera giustizia, per tutti, di qualunque colore siano, in qualunque Paese del mondo si trovino, quali che siano le loro condizioni personali, consci che è un processo che non avrà mai fine, ma consci pure che non vi è alternativa alla giustizia che non sia l'ingiustizia: questo è l'esaltante risultato che si può e si deve perseguire, se si vuole, per la prima volta nella storia, costruire una società senza ingiustizie legali, basata sul rispetto assoluto dei diritti anche del più debole e misero tra gli uomini.

Il parere di Friedman

Il pericolo di tale approccio era già stato avvertito da altri, ben prima che, sia negli Stati Uniti che in Italia, si instaurasse quest'obbligo odioso.

Nel suo libro "Liberi di scegliere", pubblicato nel 1980, Milton Friedman (a pagina 68 dell'edizione italiana) cita giustamente, tra le ingerenze dello Stato nella vita dei cittadini, proprio l'obbligo imposto alle case automobilistiche di costruire autovetture dotate di cinture di sicurezza. Come acutamente sottolinea, al cittadini viene proibito di acquistare auto prive delle cinture di sicurezza, anche se poi non viene ancora (ed è un "ancora" purtroppo profetico) imposto l'obbligo di indossarle.

Egli definisce "l'imposizione di dispositivi di sicurezza sulle auto" "uno dei più estremistici tentativi di controllare il comportamento degli individui" (ibidem, pag. 228).

Il vostro parere

E voi, cosa ne pensate?

Ritenete giusto che qualcuno si arroghi il diritto di decidere quello che egli giudica il vostro bene e vi ordini di indossare obbligatoriamente, cioè con la violenza o la minaccia della violenza, questi strumenti di protezione?

Vi sentite amati dallo Stato come figli, o trattati dal medesimo come idioti incapaci di comprendere anche il proprio immediato tornaconto?

Votate, pro o contro, con un solo click che corrisponda alla vostra opinione in proposito.

Se avete opinioni in merito, tanto più se le volete far sentire forti e chiare, scrivetemi
Pubblicherò volentieri le risposte più significative, se sarò ancora in grado di farlo.
Sapete, quando lo Stato si mette in mente di volerci bene ad ogni costo, può succedere di tutto...


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